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USCIRE DALL’EURO

Luciano Gallino sociologo, scrittore e docente durante la presentazione del libro "Orientamento e mondo del lavoro" alla scuola di management ed economia dell'universita' di Torino,13 maggio 2013. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Luciano Gallino sociologo, scrittore e docente durante la presentazione del libro "Orientamento e mondo del lavoro" alla scuola di management ed economia dell'universita' di Torino,13 maggio 2013. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

L’Italia ha due buoni motivi per uscire dall’euro, un tema di cui si parla ormai in tutta Europa (Germania compresa). Il primo è che, sovrapponendosi alle debolezze strutturali della nostra economia, l’euro si è rivelato una camicia di forza idonea solo a comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, tagliare la spesa per la protezione sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e […] rendere impossibile qualsiasi politica progressista. Risultato: 8 anni di recessione, […] perdita di quasi 300 miliardi di Pil al 2014 rispetto alle previsioni del 2007; 25% di produzione industriale in meno, un mercato del lavoro [… con ]3 milioni di disoccupati, 3-4 di precari e 2 o 3 di occupati in nero. Grazie ai quali l’Italia detiene il primato dell’economia sommersa tra i paesi «sviluppati», pari al 27% del Pil e circa 200 miliardi di redditi non dichiarati […].

Il secondo motivo […] è l’eccessivo ammontare del debito pubblico, il che rende di fatto impossibile per l’Italia far fronte agli oneri previsti dal cosiddetto «Fiscal compact» e a una delle clausole fondamentali dell’Unione economica e monetaria. Il «Fiscal compact» prevede infatti che in vent’anni dal 2016 il rapporto debito-Pil, che si aggira oggi sul 138%, dovrebbe scendere al 60%, limite obbligatorio per far parte dell’eurozona. In tale periodo detto rapporto dovrebbe quindi scendere di 78 punti, cioè 3,9 l’anno […;] si dovrebbe passare dal rapporto 2200/1580 miliardi di oggi a 948/1580 nel 2035 […]. Vi sono solo due modi di raggiungere tale risultato, e infinite combinazioni intermedie che però non lo cambiano: o il Pil cresce di oltre il 5% l’anno per un ventennio, o il debito pubblico scende di oltre 3 punti percentuali l’anno. Tenuto conto che le ipotesi piú ottimistiche di crescita del Pil per i prossimi anni si collocano tra l’1 e il 2% l’anno, e che il servizio del debito (95 miliardi nel 2015) continuerà a ingoiare decine di miliardi l’anno, ambedue le ipotesi non sono concepibili. [… È] impossibile che l’Italia riesca a rispettare il «Fiscal compact». L’Italia si ritrova così nella condizione degli Stati membri dell’Ue che attendono di entrare nell’eurozona perché debbono soddisfare alcune clausole previste […,]l’Italia è tecnicamente già fuori dall’eurozona, poiché non è in condizione di soddisfare […] un rapporto debito pubblico-Pil non superiore al 60%. Tale situazione dovrebbe essere invocata per recedere dall’eurozona.

Non sono necessari sfracelli […]. Basta far ricorso all’art. 50 del «Trattatto sull’Unione europea», comprendente le modifiche introdotte dal «Trattato di Lisbona» il 1° gennaio 2009. Esso stabilisce che «ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione (par. 1)». Il par. 2 precisa quali vie il procedimento di recesso deve seguire. Lo Stato che decide di recedere notifica l’intenzione al Consiglio europeo. L’Unione negozia e conclude un accordo sulle modalità del recesso. L’accordo è concluso dal Consiglio a nome dell’Unione.

[… Si] possono trarre alcune considerazioni: a) il recesso avviene dopo un negoziato; b) il negoziato è condotto sotto l’autorità del Consiglio europeo, organo politico; c) è dato presumere che quando uno Stato notifica l’intenzione di recedere, determinate misure tecniche, tipo un blocco temporaneo all’esportazione di capitali dallo Stato recedente, siano già state predisposte in modo riservato.

Mentre l’art. 50 ha posto fine all’idea che la partecipazione all’Unione sia per sempre irrevocabile per vie legali, qualche dubbio sussiste sulla possibilità di recedere dalla Uem (veste giuridica dell’euro) senza uscire dall’Ue, poiché l’art. in questione menziona soltanto questa. [… Ma,] poiché il trattato sull’Uem è soltanto una parte della struttura giuridica dell’Ue – esistono Stati membri dell’Ue ma non dell’eurozona – è arduo negare il principio per cui uno Stato membro possa recedere dall’Uem ma non dall’Ue. Per cui il negoziato per l’uscita dall’euro dovrebbe aprirsi con la dichiarazione di voler restare nell’Ue. I costi per la recessione dall’Ue sarebbero superiori ai costi di una sola uscita dall’eurozona. Uno Stato che esca oggi dall’Ue si troverebbe dinanzi ad altri 27 Stati, ciascuno dei quali potrebbe imporgli ogni sorta di restrizioni al commercio, oneri doganali, aumenti del prezzo di beni e servizi. L’impossibilità di accedere ai mercati Ue costringerebbe uno Stato a […] costi di entità paurosa.

Resta da chiedersi dove stia il governo capace di condurre un negoziato per la recessione dell’Italia dall’eurozona in base all’art. 50 del «Trattato sull’Ue». Il governo attuale, come quasi tutti i precedenti, è un esecutore dei dettati di Bruxelles, Francoforte, Berlino. Chiedergli di aprire un negoziato per uscire dall’euro non ha senso […]. Che si arrivi a nuove elezioni, dove ciò che significa recedere dall’euro in termini di ritorno […] a temi quali la piena occupazione, la politica industriale, la difesa dello Stato sociale, una società meno disuguale, sia al centro del programma elettorale di qualche emergente formazione politica. Prima di cedere alla disperazione, bisogna pur credere di poter fare qualcosa.

Luciano Gallino, «La Repubblica», 22.09.2015

1 Commento

  1. mario

    Voglio ricordare che io ero del tutto ostile all’adozione nell’euro già da prima della sua entrata in vigore – accettando, a quel tempo (del resto, come continua a succedermi ormai su “tanto”), di passare per fissato o dogmatico, strampalato o addirittura ignorante (avrei ignorato i “vantaggi” economici nonché politici di quello che, in sostanza, era un “semplice” ma unitario «mutamento dell’unità monetaria»). Ed ero avverso in partenza già a partire dalle considerazioni minime, che ora giungono alla constatazione. E adesso sono molte le “voci” che vedono non solo la possibilità della fuoriuscita, ma anche la necessità – il che avviene ex post, dopo che ci si è “scassata ’a capa”, ma,come si dice … «meglio tardi che mai». Sebbene ciò non corrisponda alla generale e senz’altro maggioritaria convinzione della popolazione (non soltanto dell’oligarchia che ci ha guadagnato e ci guadagna, e non soltanto dei suoi reggicoda, convinti e/o prezzolati): i fatti di «una faccia una razza» (rispetto all’Italia), cioè di greci e Grecia, insegnano. Anche Gallino è giunto alla conclusione dell’uscita dall’euro, e Gallino non può certo essere tacciato di pericoloso estremista, irresponsabile avventurista, dannoso eversore – come dimostra, nell’intervento che segue, nelle sue preoccupazioni per accorte trattative nel caso di avviare un’eventuale fuoriuscita, di uscire dall’euro ma non dall’Ue, etc. (l’esigenza di una produzione il piú possibile autocentrata e di una politica estera, anche economica, del tutto “altra” e autonoma, a partire dal Mediterraneo e dai rapporti con l’Est, non viene sfiorata). Ecco, comunque, utile per i piú “tentennati” e “coatti” (di testa), quanto dice Gallino.

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