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CRESCITA E CRISI SONO LO STESSO.

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Crescita, crescita! Agognata, prospettata in corso, criticata come inesistente. Non solo nella protervia di Renzi & banda & supporter piddini (banda in tutti i sensi); la crescita è l’obiettivo per tutti: “riprende”; “no”; “sí”; “è debole”, “però continua”, “sí, certo”; “no, cosí no”; “se invece …”. Tutti, governo/-i e opposizione/-i, politici, economisti, “esperti” (presunti), sindacati “ufficiali” (collaborazionisti di quanto è stato mis-fatto, e ora critici perché messi da parte nella «concertazione»), mediatutti vogliono la crescita. E i tanti hanno assorbito tale “oggetto di desiderio”: la parola suscita un’idea di abbondanza rigogliosa e fluente, crescono la produzione, l’occupazione, la spesa a disposizione, gli investimenti …
Già, gli investimenti. Che cosa sono, e perché si fanno? Investimenti «privati»: il cerbero-Ue vieta quelli di Stato e, se non mancano, è per vie surrettizie – solo il «privato» “è bello, vero, giusto”.
Se lo si spiega, anche un bambino lo capisce – forse non i tanti adulti fregati dall’«insegnamento dell’ignoranza» attuato nella scuola e rimbambiti da giornalai ed “esperti”, forse non i piú che hanno frequentato Facoltà di economia, e ancora meno economisti vari.
Gli investimenti sono capitale investito al solo scopo di trarne profitto. Non per fare buoni prodotti, «dare lavoro» (ma è chi va a lavorare che dà il suo lavoro), creare abbondanza: sono ricadute eventuali e accessorie. Motore e fine sono il profitto. Per cui si fa di tutto, se serve nelle “regole” (qualità dei prodotti, non inquinamento, paghe sindacali, etc.), se serve violandole (finché non ci se n’accorge), riducendo (in proporzione all’investimento) gli addetti ma facendo loro produrre di piú, puntando a tutto quanto può essere prodotto, venduto e acquistato (non importa se utile o inutile, fattivo o dannoso, sensato o di ostentazione), assicurandosi del “ricambio” rapido con la costante «innovazione» e l’«obsolescenza programmata» (ossia il sabotaggio insito nei prodotti stessi) – e si punta al mercato globale, all’export, mentre la distribuzione interna è secondaria. Anche qui, nomi suadenti: prodotti per il «libero mercato» nella «libera concorrenza» (ossia la guerra economica internazionale); investimenti «redditizi», a giusta «remunerazione» – contorno al piatto della crescita.
Solo profitto. A che serve? I tanti ne hanno questa visione: vivere da nababbi, nel lusso ostentato. È vero: in Italia il 9% della popolazione ha il 50% delle ricchezze (il 6% del 9 ne ha il 36%), a livello mondiale il 50% sono occultate in «paradisi fiscali», si va al 90% della ricchezza globale in mano all’1% della popolazione. Ma non basta: cosí il profitto si esaurirebbe, a forza di essere speso. Detratti i lussi – che peraltro servono alla produzione dei beni relativi –, il profitto va accumulato: questo è il capitale, che perciò viene investito. E il profitto (dipende da quantità di lavoro e valore in piú insito nei prodotti, rispetto a spese in mezzi di produzione e in retribuzione degli addetti, e da «sbocchi di mercato» dei prodotti stessi) deve essere adeguato all’investimento, non ridursi, e mirare ad accrescersi. Ecco la crescita – parola accattivante al posto di accumulazione di capitale.
E se il profitto si contrae, fino a bloccarsi? È inevitabile, data la massa maggiore di capitale accumulato, che questo possa continuare allo stesso livello, e anzi maggiore, di profitto su cui si è già accumulato. Allora quell’unità, o ramo, o comparto (produttivi e distributivi) vanno in crisi. È il profitto che detta continuazione o chiusura (non la qualità dei prodotti, il lavoro degli addetti, etc.): ossia la crescita, non altro. E se la contrazione è globale, è il profitto globale, ossia la crescita, che va in crisi. Istituti finanziari e banche, che detengono il capitale accumulato – cioè il profitto, frutto della crescita – come valore, vanno alle speculazioni piú rischiose e pazze, su tutti i piani, fino a creare «bolle», che scoppiano: perché il capitale-profitto-crescita deve crescere (investito con profitto adeguato) per accrescersi, ma ciò è stato messo in crisi dalla crescita precedente. E la crescita non può essere indeterminata e infinita – se non nel delirio di folli (o, il che è lo stesso, di finanzieri, corporation, capitalisti, élites di Usa, Ue e altri paesi ancora, politici dei vari governi, quello italico in primis, economisti). Quanto piú c’è crescita, elevata accumulazione di capitale tramite gli investimenti, tanto piú segue l’arresto della crescita stessa, ossia la crisi. E cresce il debito degli Stati, attuato per sostenere la crescita e mantenere un dato livello di consenso interno ai propri paesi.
Perciò, crescita e crisi sono lo stesso. Insistere sulla crescita = insistere sulla crisi: lo si fa immettendo (come la Bce) altri capitali nel circuito bancario, auspicando investimenti-crescita, magnificando la crescita. E ci si inganna, e si inganna. Crescita e crisi sono lo stesso, come attesta la presente condizione: qua e là piccole «riprese» (parziali crescite) e ripetuti arresti (ricadute di crisi) – una condizione di crescita-crisi permanente. Ci vuole un’economia “altra”, non la crescita. È possibile, estendendo la comprensione: quello presente è un mulinello assurdo, tanto vero quanto finto.

MM

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