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AUSTRIA: SUCCESSO FALSO, VITTORIA STRATEGICA.

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Dopo le elezioni presidenziali austriache del 24 aprile 2016, successo di Van der Bellen al ballottaggio del 22 maggio, e congratulazioni da tutte le parti (o quasi: non tutte): “pericolo scampato!” – rispetto al “destro” Hofer, favorito alla vigilia – “ci si è fatta, per un soffio”.

Appunto, “per un soffio”, e infatti tale successo è, comunque e in buona sostanza, illusorio, perché dovuto al minimo dello 0,6% di voti in piú rispetto a quelli andati a Hofer (il 50,3% a fronte del 49,7% dei voti validi) e soprattutto basato sul «voto per corrispondenza»: quello degli austriaci che, pur mantenendo nazionalità e diritto di voto, stanno all’estero (in modo piú o meno stabile o comunque in genere per lunghi periodi), e quindi, perché mai il loro voto deve incidere sulle sorti della popolazione che vive in Austria e che costituisce il vero corpus del paese? Perciò l’utilizzo di questi voti è formale – si fonda su un diritto astratto – e strumentale. (Detto en passant: ciò vale anche per l’Italia.) E questa considerazione, non irrilevante, non appare essere stata messa nella giusta evidenza, né nei commenti ufficiali, né tantomeno sui media. Ma c’è di piú, molto di più, ed è molto grave: l’analisi diretta e in loco della configurazione del voto non sembra escludere, anzi appare precisamente confermare[1], una “manipolazione” del voto, ossia dei veri e propri brogli elettorali. E anche di questo i media non hanno detto mezza parola, nemmeno magari per confutare chi, a loro avviso, abbia levato tali accuse false o almeno sospetti insidiosi.

Nonostante ciò, e nonostante il voto comunque “manipolato”, sono Hofer e la sua aggregazione politica – il «Partito della libertà», descritto come formato da truci “nazisti”: ma Hofer ha subito ammesso la sconfitta senza chiedere immediatamente il riconteggio dei voti, e solo l’8 giugno il suo partito si è deciso a procedere al ricorso – che hanno riportato la vittoria effettiva. Al di là degli esiti del ricorso (non si sa come andrà, anche se si può ipotizzare che finisca in un nulla di fatto, dato lo schieramento istituzionale avverso, che ha sostenuto la “manipolazione”), quella sorta di union sacrée costituitasi fra dc, socialdemocratici, verdi, liberali (liberali espliciti: per il resto, lo sono poi tutti) è “passata” unicamente, e artatamente, e con il supporto “operativo” delle istituzioni, solo con misero e “gonfiato” numero da prefisso telefonico, e con un esponente adottato dai Verdi (nonché, inoltre, pare affiliato a una loggia massonica di Innsbruck). E Hofer e la sua aggregazione politica hanno anche confermato la vittoria precedente: infatti, già avevano spazzato via dc e socialdemocratici, storici gestori della situazione politica, dei governi, dello Stato in Austria, al primo turno di queste elezioni.

Emerge un fattore di fondo: non soltanto la candidatura di Hofer ha fatto salire il precedente basso livello di affluenza (giunto al 72%, rispetto alla media, austriaca come europea in generale, che veleggia verso un elettore su due «aventi diritto»), ma ha anche e soprattutto ricevuto i consensi dai paesi, dalle campagne e montagne, e dai lavoratori.

Questi voti vengono dall’elettorato piú popolare, e non solo di paesi, campagne e montagne, ma anche delle città, però in queste ultime è in minoranza rispetto a ceti abbienti e medi, nonché a impiegati, commessi, bancari, etc. Vengono comunque (brogli a parte) da coloro che sono detti (come impone il «politicamente corretto») “meno colti”, il che è da irridere, poiché ormai il “sistema” dell’istruzione di massa funziona (anche in Austria) come «insegnamento dell’ignoranza», la quale dilaga nel “modo d’essere cittadinico”, e nelle città ridotte a conglomerati di tessuto urbano, mentre i saperi concreti, i savoir faire reali dei lavoratori (di fabbriche, campagne e montagne), e il loro attaccamento al territorio e ai “modi di vita” consolidati (che sentono colpiti e avviati al dissolvimento), non costituiscono certo un attestato di minore cultura, anzi è il contrario – senza esaltare tale cultura popolare in toto, poiché è un mix di valido, meno valido, erroneo; tuttavia c’è molto di sensato e, in piú, vi è compreso l’importante dato di fatto che questa componente della popolazione risulta anche, e nonostante tutto, meno frastornata dall’industria mediatica della disinformazione, deformazione, manipolazione. In tal modo, a Hofer e al «Partito della libertà» sono andati i consensi degli elettori che votavano un tempo in parte per i dc, in parte per chi si richiamava al socialismo – e che in parte, successivamente, confluivano nel non-voto.

Si badi bene, è lo stesso considerando i voti che la Afd («Alternativa per la Germania») ha conquistato nel confinante Stato tedesco: consensi presi sostanzialmente alla socialdemocrazia, e ai verdi, nonché ai dc. E anche in Germania la Afd ha spinto o riportato a votare tanti che in precedenza non lo facevano piú. Del Front national in Francia è noto, e da parecchio tempo, che il suo elettorato ricalca precisamente le aree che erano quelle di consenso al Pcf, oltre alle campagne francesi. E, che piaccia o no, simili “caratteristiche” segnano anche i consensi per la Lega in Italia.

Sono tutte forze di rinnovata destra (dichiarata). Come mai? I lavoratori e gli strati piú popolari si stanno misteriosamente spostando a destra? No, non c’è nessun mistero: la destra (o il centrodestra) “ufficiale” e la sinistra (o il centrosinistra) “ufficiale” sono, e da molto tempo, allineate sul liberalismo (economico, politico, culturale) dominante nell’Ue e negli Stati (maggiori) membri, giungendo, in modo sotteso oppure esplicito, a conduzioni gestionali da Grosse Koalition (gli esempi sono innumerevoli, sia in passato, sia in corso, a partire dalla Germania, senza dimenticare l’Italia).

Ma precisamente il dispiegamento del liberalismo (che costituisce l’alveo e l’ideologia piú adatti al capitalismo e al suo tipo di Stato) ha condotto e conduce alla condizione critica permanente dell’economia, allo smantellamento progressivo del Welfare State, alla perdita di vera autonomia degli Stati rispetto alle élites (non elette e al di fuori ogni controllo) dell’Ue e della Bce, all’imposizione di leggi e diktat extra-nazionali, alla destrutturazione-devastazione dello spazio urbano, interurbano, extraurbano, allo sgretolamento della società e dei mores communes, al flusso senza fine di migranti (sia in atto e in aumento, sia stimato e già mostratosi di troppi milioni per poter essere accettato, e con tanto di crescente presenza di islamici e ideologia islamica, incompatibile con i consolidati costumi civili in Europa). Ed è precisamente qui che si innesta la crescita della “destra rinnovata”: perché non c’è nessun’altra forza e tendenza che assuma la contrapposizione a questo «combinato disposto» di danni, già apportati, in atto, prossimi venturi, e anzi le altre forze e tendenze, e la stessa ideologia dominante (nelle sue varianti), sono corresponsabili della situazione presente.

Cosí la “destra rinnovata” ha avuto “presa”, e la sviluppa, sui ceti popolari meno manipolati o comunque meno manovrabili dall’ideologia liberale, piú legati agli assodati “modi d’essere”, meno protetti e piú costretti alle condizioni volute dalle (presunte) “esigenze economiche”, e piú esposti alla perdita di tali condizioni. È il popolo che, in sostanza, davvero conta, ed è “a destra” (“rinnovata”) che avviene l’utilizzo della sua reazione: si può dar fiato a trombe e tromboni quanto si vuole, vociando contro il «populismo», il «nazionalismo», la «xenofobia», l’«islamofobia», l’«omofobia», il «reazionarismo», addirittura il «razzismo» e il «fascismo», e via di seguito, con tutte le cartelle di tale musica – e vi si possono ben aggiungere le diffuse amenità e scemenze su “eh, si sa come sono gli austriaci”, ma anche “si sa come sono i tedeschi”, e cosí via (e qui, volendo profondersi, di banali sciocchezze ce n’è per tutti: francesi, inglesi, americani, giapponesi, gli stessi italiani …), con le quali non “si sa” proprio niente, mentre si fuorvia e si occulta ogni comprensione. Ma resta il massiccio dato di fatto che tale reattività popolare è determinata dallo «stato di cose presente» e dalle forze che ne derivano e lo esprimono, e che lo perpetuano a tutti costi e su tutti i piani (politico, economico, culturale). E certamente non si fermerà in questa maniera la “destra rinnovata” – e non lo si farà neanche puntando ad andare a gestire “correttamente” lo «stato di cose presente», affermando di non essere “né di destra né di sinistra”.

«La storia avanza dal lato cattivo», diceva la nottola di Minerva (Hegel). Ed è proprio cosí, perché a destra (pur “rinnovata”) non si fuoriesce da quel fondamento organico del liberalismo che è il capitalismo, per cui l’assunzione “a destra” delle istanze popolari è, in fondo e infine, anch’essa strumentale, fuorviante e obnubilante delle radici di fondo, e pone e ripropone pur sempre un classismo (o neo-classismo).

È in questo “nodo”, quello delle contraddizioni vissute e sentite dalle classi subalterne, e contro cui queste reagiscono, quello in cui opera la “destra rinnovata”, che si apre e si pone lo spazio politico, e prima ancora culturale, decisivo – che non consiste nel far “funzionare meglio” le forze politiche “ufficiali”, né nella ciarla illusoria per cui “ci vuole una sinistra che sia piú di sinistra” (questa, e solo questa, è la sinistra, la quale svolge il suo ruolo pro-“sistema” in quanto altra faccia della destra), né nel puntare alla mera gestione nella “correttezza e legalità” (sempre del “sistema”) -, spazio che può essere affrontato e condotto ben altrimenti che “a destra”, e che è del tutto necessario affrontare e condurre, anche se ciò, per ora, data la sordità mentale ingenerata e coltivata, è un obiettivo che rimane parimenti del tutto in astratto.

[1] Vedi l’interessante, attento e documentato resoconto di M. Bottarelli, La strategia dietro i brogli elettorali in Austria, http://www.altrainformazione.it/wp/2016/05/27/la-strategia-dietro-i-brogli-elettorali-in-austria/.

MM

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