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SINISTRE SUBALTERNE

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Un intervento molto interessante di Alberto Bagnai, che ho intitolato Sinistre subalterne e che ho sintetizzato.

(Testo integrale: http://goofynomics.blogspot.it/2016/11/il-ritorno-delle-ss.html)

MM

Non vorrei ci fosse un equivoco! Non parlo di quei buontemponi dalle divise impeccabili che arrivavano cavalcando rombanti moto con sidecar per commettere con la proverbiale efficienza germanica le efferatezze figlie (oggi ci dicono) del nazionalismo brutto. Le Schutz-staffeln non ci sono piú, e, se ci fossero, sarebbero per noi meno distruttive delle nuove SS: le Sinistre Subalterne. Salto l’ovvia premessa: il maggioritario, come mi pare avessero chiarito ex ante tanti politologi, è un modo per costringere gli elettori a scegliere fra due destre. Qui ci occupiamo della destra che fa finta di essere una sinistra, e che quindi, è quella che viene regolarmente incaricata di fare il lavoro sporco per il capitale. Ma attenzione: se il problema fosse che il maggioritario serve al capitale per canalizzare il dissenso verso una falsa alternativa, prevenendo la formazione di spazi politici alternativi, forse la soluzione sarebbe relativamente facile. Alla fine, la gente vota anche un po’ col portafogli!
Solo che, vedete, se è il male che vince, e il bene che perde, è anche perché il male è piuttosto scaltro. In particolare, qui da noi questa scaltrezza si manifesta col fatto che di sinistre ce ne sono due: non c’è solo quella dei macellai dal grembiule rosa (impersonata dal compagno Renzi del jobs act, che poi è il compagno  di merende  del compagno Hollande della loi travail e del compagno Schroeder delle riforme Hartz). Alla sinistra di governo (che è una destra) si associa una sinistra «critica» (che non è una sinistra), accomunate entrambe da una caratteristica che non dovrebbe essere «di sinistra»: la subalternità (al capitale).
Il motivo per cui non reagiamo è perché siamo stati occupati dalle SS, le Sinistre Subalterne. Per dirla in modo piú aulico: quella parte dello spettro politico che non si identifica con partiti conservatori (che, per definizione, non vogliono “reagire”: vogliono lasciare le cose come stanno, conservarle), è occupata da partiti che obbediscono, in modo diverso ma ugualmente distruttivo, alle logiche piú miopi del grande capitale.
Sinistra “di governo” e sinistra “critica” sono entrambe subalterne, in modi diversi e con conseguenze diverse. Se la subalternità della sinistra di governo è piú facile da smascherare e da combattere (meno esiziale per la possibilità di articolare un discorso di opposizione al sistema), la subalternità della sinistra critica è quella che paralizza qualsiasi capacità di reazione del paese.
Vediamo queste due subalternità. Quella della sinistra di governo si manifesta nell’idea che occorre piegarsi ai voleri di entità sovranazionali, per acquisire la reputazione di paese disciplinato nell’osservare le regole, perché questo consentirà, in un indefinito futuro, di sedersi a un ipotetico tavolo di un fantomatico negoziato con un’evanescente credibilità che consentirà di difendere con un’improbabile risolutezza delle imprecise rivendicazioni.
È il calendismo: quello che vuole rispettare le regole per cambiarle. Chi vuole rispettare le regole lo fa perché vuole rispettarle, e lo vuole perché la medicina amara che le regole impongono va bene a lui per primo, dato che il risultato è sempre e comunque una ridistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, cioè verso gli strati sociali dove, comme par hasard, si trova chi queste regole vuole imporci. Insomma: nel balletto fra Padoan e Moscovici si percepisce che i due stanno dalla stessa parte, che non è la nostra, ma la loro! Questa subalternità è relativamente facile da smascherare. Pezzo importante della strategia complessiva di espropriazione della democrazia consiste nell’attribuire a organismi «al riparo del processo elettorale» la responsabilità di decisioni classiste e contrarie agli interessi della maggioranza. E si dovrebbe capire che esistono i rapporti di forza, e che piegarsi a chi ci vuole sottomettere non è il modo migliore di gestirli. Non lo è in generale, e non lo è riguardo alla Germania, dominus di queste regole, con la quale semplicemente non si tratta. Non è possibile che l’Italia, che ha una configurazione di fondamentali tutto sommato favorevole (surplus primario di bilancio statale, surplus di partite correnti, rischio da redominazione basso o addiritturainesistente), e che, se uscisse, farebbe saltare il banco, non usi questo potere negoziale.
O meglio: non sarebbe possibile, se chi ci governa non fosse convinto dell’agenda che ci viene imposta, perché ne trae vantaggi in termini di classe (spostamento della distribuzione del reddito a favore del capitale) e personali. Insomma: la sinistra di governo è subalterna perché persegue una politica di destra volendolo fare e facendo finta di non farlo, salvo attribuire all’“Europa” la responsabilità della marachella, quando viene scoperta!
Ma anche la sinistra critica è subalterna, perché si lascia dettare l’agenda politica dalla destra. Il meccanismo è diverso, ma il risultato è analogo. Il fatto è che la cosiddetta “sinistra” ha sostenuto un progetto che di sinistra non era: l’euro. E qualsiasi economista “critico” dovrebbe porsi la domanda: come avete potuto credere che fosse “di sinistra” un progetto che affida le proprie speranze di salvezza alle virtú della mobilità dei fattori di produzione, cioè del capitale (Maastricht) e del lavoro (Schengen)?
Il problema della sinistra critica è che sa di aver propugnato politiche liberiste, e se ne vergogna (forse anche perché ci ha guadagnato di meno di quanto ci abbiano guadagnato gli esponenti della sinistra di governo): vive una fase adolescenziale nella quale deve costruirsi un’identità attraverso la negazione. Questa sinistra, che per decenni è stata ottusamente e autolesionisticamente fascista, oggi deve affermare non tanto il proprio essere “sinistra” (quindi patria di proposte critiche a difesa delle classi lavoratrici), quanto, in modo grottesco, il proprio non essere “destra”. E prende una strada piú semplice, di piú sicura presa su un elettorato che, pur percependo il tradimento ed essendo schiacciato dai suoi risultati, non riesce a spogliarsi dalla logica dell’appartenenza: semplicemente: negare che i problemi sollevati dal nemico di turno siano rilevanti.
Salvini dice che l’euro è un problema? E allora l’euro non lo è. Salvini dice che l’immigrazione è un problema? E allora (con la migrazione interna) non lo è. E via cosí, con tutti i corollari: Bagnai ha parlato con Salvini? Non è di sinistra. È amico di Borghi? Allora non ci parlo.
Problema politico: se ti rifiuti di considerare problematici dei temi che sono portati nel dibattito politico dal personaggio che hai eletto come nemico di riferimento per ricostruirti un’identità, di fatto lasci che sia questo personaggio a definire (se pur in negativo) il tuo programma politico.
Ora, bisogna capire che i problemi (deflazione salariale imposta dall’euro, gestione della migrazione funzionale a questo progetto di deflazione) sono di chi ne soffre: gli strati sociali piú bassi (inclusi commercianti, professionisti, piccoli imprenditori manifatturieri e dei servizi non finanziari, coltivatori diretti, etc.). Se vuoi essere di sinistra, devi risolvere i problemi di queste persone, che non sono risolvibili se non tramite una ridefinizione complessiva del rapporto dell’Italia con l’agenda liberista europea (euro compreso: l’integrazione finanziaria dà al capitale un decisivo vantaggio sul lavoro). Facendo favori al capitale non li si fanno al lavoro, e induce ai peggiori sospetti.
Associata all’idea che “non bisogna parlare di euro o di migrazione perché questi sono i temi di Salvini” (non dei poveracci che ne soffrono) è anche l’idea che “dobbiamo ricominciare a parlare al nostro popolo”. Due ostacoli: 1) è difficile rivolgersi a persone la cui vita è devastata da un problema, partendo dalla negazione della rilevanza di quel problema “perché è un tema di Salvini” (o “delle destre nazionaliste populiste xenofobe che fanno piangere la madonnina …”); 2) se i numeri sono il 5%, devi attrezzarti per parlare anche agli elettori degli altri, e possibilmente toglierglieli.
Non entro qui in un discorso piú ampio, che non sarebbe compreso: la patria è in pericolo, e quindi occorrerebbe rivolgersi agli italiani, anziché al “nostro popolo” (presupponendolo etnicamente superiore agli altri popoli della penisola, mentre ci si scaglia contro il razzismo xenofobo!).
Supponiamo di non voler entrare in un discorso di interesse nazionale (ma perché?). Il problema è che se dal 5% vuoi passare al 10%, e poi al 20%, e non hai dietro i capitali di qualche potenza politica o economica estera, devi cercare di allargare lo spettro del tuo consenso evitando di rivolgerti al tuo feudo. Proviamo a immaginare che in una democrazia rappresentativa gli elettori non siano i “tuoi” elettori, ma una risorsa contendibile. A questo punto, cerco di appropriarmene negando rilevanza ai loro problemi (perché sono “problemi della destra”) o cerco di capire che sono frutto di una strategia capitalistica facilmente individuabile, e ne elaboro una critica?
La sinistra critica subalterna non fa molto di piú gli interessi della classi subalterne di quanto ci riesca la sinistra di governo subalterna. La sinistra critica, invece di costruirsi un’identità “per negazione”, che la priva di qualsiasi spazio di reale proposta politica (i temi che affliggono le classi lavoratrici sono stati per troppo tempo lasciati alla destra), si dovrebbe costruire un’identità positiva, facendo proposte alternative che non siano “non ne parlo perché ne parla Salvini” (ieri Berlusconi, domani chissà), ma la costruzione di un modello di società piú equo. Il che passa attraverso una consapevolezza che la sinistra critica non ha perché non vuole averla, e si è fatta scippare dalla destra i testi che la propongono. Passo efficace solo se seguito dalla scelta di definire autonomamente (non in negativo) i temi della propria proposta politica, partendo da una prassi che i partiti sembrano aver dimenticato: l’ascolto. Solo definendo i problemi oggettivamente, strategicamente, rispetto a chi ne soffre, anziché soggettivamente, tatticamente, rispetto a chi li ha messi sul tavolo, una delle due sinistre (quella “di sinistra”) riuscirà a liberarsi dalla sua subalternità. Se non lo farà, verrà sorpassata a sinistra dalla sinistra “di destra”. Il che, forse, ad alcuni potrebbe anche non sembrare un problema: non importa il colore del gatto, basta che ci tiri fuori dalla trappola. E invece il problema è che la mancanza di consapevolezza (che certi terroristi della sinistra “di sinistra” hanno attivamente fomentato) è il pericolo piú grande che ci aspetta nella gestione del “dopo”. Speriamo bene.

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