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Nea Polis

CONTRO DESTRA E SINISTRA

Ai “sinistri” che vogliano riflettere. A chi si situa “a sinistra”, dalla (detta) piú «governativa» a quella (detta) «estrema», e avverte la caduta di parole d’ordine, posizioni e slogan passati e presenti, comprende il poco appeal delle bandiere rosse edi avere alle spalle oltre un secolo di fallimenti, fino alle (innegabili) secche presenti, è (sarebbe …) indispensabile rendersi conto di alcuni dati fondamentali. In iper-ultra-sintesi: 1. la sinistra non coincide con il movimento dei lavoratori e delle classi subalterne, che, invece, ha assorbito e subordinato (fino allora il movimento si era opposto e contrapposto, rivendicando la sua autonomia, non solo alla destra reazionaria o conservatrice, al “centrismo” compromissorio, ma anche alla sinistra nel suo insieme) in Germania, in Francia, in Italia, fra ultimi decenni Ottocento-primi Novecento, e il movimento complessivo ne ha dovunque seguito le sorti. 2. In tale contesto, i “nodi” lasciati aperti dall’elaborazione teorica, che pensava la teoria in relazione alla prassi (Marx ed Engels in primo luogo, ma con un insieme di altri pensatori significativi), sono stati lasciati aperti, in primo luogo quello dello Stato (il piano del marxiano Capitale, sottotitolo Critica dell’economia politica, era di passare dal piano economico, piú semplice e schematico, alla società e classi, comprendendo anche la terra e la questione agraria, per arrivare allo Stato: opera incompiuta e incompleta; Marx ha pubblicato solo il I° libro del Capitale, il II° e III° sono la raccolta e stesura postume da parte di Engels dei “pezzi”, bozze, appunti dell’amico, con la vasta appendice delle Teorie sul plusvalore), perché l’economia non è autonoma, né è la “sostanza solida” del mondo del capitalismo (il capitale non potrebbe esistere senza supporto e azione dello Stato). 3. Il vuoto, combinato con la sussunzione del movimento nella sinistra (denominatasi socialdemocratica, socialista, comunista), nonché con limiti già presenti nell’elaborazione (per esempio, Engels in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato vede la democrazia sempre come «una forma di Stato», confondendo la democrazia con il sistema liberale elettivo-rappresentativo), ha legittimato sia il versante di abbattimento dello Stato precedente e sua sostituzione con lo Stato fuso con il partito, sia quello elettivo-partecipativo alla gestione dello Stato dato (ossia, in ambedue i modi, l’assunzione dell’asse portante del capitalismo, sia come Stato-partito che conduce la «crescita» nel «socialismo di Stato», sia come governi che riformano il capitalismo stesso, conducendo sempre la «crescita»). 4. La mancata analisi di scienza e tecnica, per cui ogni avanzata scientifico-tecnologica vale in sé, in quanto «progresso» perché sviluppo delle «forze produttive» (mentre vari campi scientifici sono quantomeno “opinabili” e la tecnologia scatenata si “performa” sui rapporti capitalistici di produzione e in funzione sempre della «crescita», colpendo ambiente naturale e umano). 5. La progressiva riduzione dell’elaborazione, bloccata, in mera ideologia di copertura dell’adesione all’“esistente” (sia nel «socialismo di Stato», sia nella gestione governativa), sprofondata con l’implosione di Urss e paesi satelliti (su cui non c’è stata, di conseguenza, nessuna capacità di condurre un’analisi sensata), per allinearsi sull’ideologia liberale e il suo assorbimento (e il liberalismo è l’ideologia, agente e operativa, piú consona allo statual-capitalismo), senza nemmeno riconoscerla come tale. 6. Tale processo (conseguente) ha condotto all’allineamento sulla gestione dell’“esistente” da parte del “grosso” della sinistra e all’azione da parte di quella minoritaria piú «estrema»per spingere ulteriormente avanti il liberalismo statual-capitalistico dato (con la distorsione delle parole d’ordine «internazionaliste», con le rivendicazioni che arrivano al massimo a sgangherate richieste keynesiane, di intervento statuale per “tenere” meglio la situazione sociale nella «crescita», con l’alleanza oggettiva con grande capitale transnazionale e sue potenze e suoi organismi, nonché con papa e Chiesa), e quindi a quello che va definito come regime liberale (statual-capitalistico-teconologico).

Ed l’approdo della sinistra. Che, nell’ascesa dei contraddizioni e conflitti, che va rendendo piú ingestibile la fase del capitalismo detta «globalizzazione» e spinge a un altro assetto, il che ora si traduce nella generale politica del mezzo-e-mezzo, lascia alla destra (dalla «moderata» all’«estrema») l’assunzione, strumentalizzazione e gestione dell’emergenza reattiva popolare su questo “nodo” esponenziale. Certo, fra i “sinistri” i piú considereranno tutto ciò “acqua fresca”, magari con dichiarazioni di fede sull’“avverarsi futuro”, preferendo omettere: ma «anche ciò che voi omettere tesse alla tela di tutto il futuro degli uomini», e ha già tessuto e continuerà a tessere. Dunque? Io mi situo sulla ripresa del collegamento con il movimento dei lavoratori e delle classi subalterne, con la teoria connessa e i“nodi” lasciati aperti, che si riallaccia al fiume carsico della liberazione, della creazione di tutto ciò che è grande, che importa, che è fondamentale, della democrazia, che non è il regime liberale (in cui i tantissimi consentono sul potere gestionale dei pochi: è un’oligarchia) e che, se applicata e dispiegata porta allo sviluppo del socialismo possibile (non «di Stato» e non keynesismo). Perciò, sono contro la destra e contro la sinistra, e anche contro il “né di destra né di sinistra” (che vuol dire essere un po’ di destra e un po’ di sinistra). Senza dubbio, non è questa una posizione che, adesso, incontri molta popolarità. Ma è l’unica giusta, fattiva, sensata. E andrebbe diffusa.


MM

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