Nea Polis

COME PROCEDERE

Come attuare la democrazia? Il che significa: come andare oltre uno Stato detto «Repubblica democratica», che è solo uno Stato liberale? E cosí è, nonostante che la Costituzione italiana sia sancita come «la piú bella del mondo» – peraltro, Costituzione da tempo aggirata e disattesa, distorta e violata nei suoi stessi valori, principi e linee (pur aperti a diverse interpretazioni), e da tempo sottoposta a misure (chiamate «riforme») che accentrano soltanto la gestione del potere statale e riducono la valenza della stessa elezione di «rappresentanti».

È questo uno Stato che stabilisce, organizza e statuisce il potere dell’oligarchia dominante – anzi sub-dominante in Italia: potere all’interno, ma al servizio di interessi “altrui” (imperativi politici ed economici esteri) -, oligarchia di cui è componente attiva la «classe politica» (con il supporto del suo codazzo di partiti), e compresi i gestori dei media, con gran parte degli “addetti”. E questo Stato liberale tende all’accentramento autoritario del potere, specie quando si accentuano le “difficoltà” (politiche, sociali, economiche), causate dal “sistema” stesso.

Non basta «vale piú la pratica …»

No, non basta aderire al detto «vale piú la pratica che la grammatica». Ci vuole anche la «grammatica». È necessaria un’azione attenta e continuativa per contrastare e superare la “messa in forma” corrente (ossia l’eteronomia: il condizionamento a “modi d’essere”, di “pensare”, dire e agire, imposti da “altrui” – i dominanti): un’operazione culturale.

Certo, occorre la «pratica»: istanze e pressioni, lotte e manifestazioni su obiettivi sia piú circoscritti, sia generali, su quanto si produce nei “nodi”, contrasti, conflitti, contraddizioni del/nel paese. Cosí si manifesta e si estende l’opposizione allo «stato di cose presente»: dal lavoro al territorio, all’ambiente, alla salute … Questa opposizione arriva a tradursi anche sul piano del voto: sia estensione del non-voto, sia consensi crescenti per forze che sono “contro”, o almeno si dicono “contro”. E affiorano anche spinte e movimenti volti a fuoriuscire dalla “camicia di forza” delle costrizioni estere (come l’Ue-Bce-euro) e dello stesso Stato liberale (movimenti autonomisti e indipendentisti).

E questo è il terreno” di referenza – in atto e in corso. Ma tutto ciò rimane ancora in qualche misura subordinato, per quanto iniziative, lotte e movimenti possano essere “accesi”: si rimette pur sempre “a chi può” (chi detiene il potere) la potestà di fare, o non fare, o fare altro; di assumere, o dimezzare, o respingere le istanze; di accedere, o cedere, o concedere …

Non si cambia “dall’interno”

Allora, bisogna “partecipare” perché cosí “si cambia dall’interno …”. Essere presenti e attivi, quindi partecipare e agire, è senz’altro utile e fattivo. Ma credere che basti a avanzare qualche proposta e arrivare a inserire qualche misura nel contesto dato e vigente lascia ancora sempre nella subalternità: “si cambia” l’organizzazione istituzionale e strutturata del regime oligarchico “mettendoci” persone nuove, oneste, competenti? “Si cambia” l’economia fondata sulla ricchezza astratta, che mira in primo luogo ad accrescersi come tale, “dicendoglielo” e con qualche provvedimento “correttivo”? Si cambia cosí un paese come il nostro, colpito, disastrato, sottomesso a imperativi (politici, militari, economici) “altrui”? Illusioni, che danno consensi a movimenti nuovi e onesti (per la competenza, va visto di che, e comunque vanno sentiti diversi “esperti”, ma non devono essere loro a comandare). Però sono illusioni utilizzate anche dalla «classe politica» per rinnovare un po’ del suo “personale”, con tanto di demagogia sul “si cambia” – e magari “si cambia”anche: in peggio –, ma comunque al fine di mantenere “ciò che c’è” e il potere “di chi ce l’ha”.

La strutturazione esistente (statale, politica, economica) assorbe nelle sue funzioni anche movimenti e persone nuovi e onesti. Di piú: si può finire per apportare altre energie, piú “fresche”, nel “sistema”, incanalandovi contrasti e conflitti, e servendo alla sua dinamica di perpetuazione. Del resto, tutta l’esperienza storica del “si cambia dall’interno” si è dimostrata fallimentare – si pensi all’Unione (anti)europea: la sua strutturazione è tale che non se ne cambia nulla “dall’interno”, pur con una maggioranza (peraltro improbabile) al parlamento europeo (che “conta” ben poco).

Il paradosso del “sistema” liberale

Dunque, lo Stato italico è uno Stato liberale, ma il liberalismo-liberismo stabilisce la «sovranità popolare». Perché? Per legittimare il potere fondandolo sull’assenso della popolazione – altrimenti si ha un “sistema” dittatoriale, che è piú fragile nel tempo e tende a venire abbattuto o superato: il liberalismo-liberismo è la “forma” piú adatta alle formazioni politico-economiche del vigente modo di produzione dell’economia politica.

Però, tale «sovranità popolare», oltre a venire manipolata e controllata (dall’azione continuativa dei media, dall’opera di partiti e associazioni collaterali), è ridotta al «diritto-dovere» del “cittadino” di dare il suo voto ai «rappresentanti» ogni tot anni, delegando a costoro la «sovranità». Proprio qui sta il paradosso: la «sovranità popolare» si esprime nella “messa in forma” della «delega» tramite il voto – e questo “meccanismo” espropria il popolo della «sovranità» proprio mentre viene dato il voto, e gliela toglie, trasferendola ai «rappresentanti»: alla «classe politica».

Ogni paradosso è solo una contraddizione non esplicitata. Nel caso, la contraddizione è questa: l’oligarchia, con le sue istituzioni (politico-statali, economico-capitalistiche, culturali), vuole mantenere il proprio potere, tali istituzioni e se stessa, ma, a tal fine, deve organizzare, far interiorizzare e perpetuare il consenso al potere, alle sue istituzioni, quindi a se stessa, (senza consenso, rimane l’uso della potenza, ma allora è scontro aperto, pericoloso: le forze armate restano normalmente latenti, agenti solo nelle situazioni parziali, in cui “occorre”).

E niente vale se non quanto è voluto dall’oligarchia e stabilito per legge dalla sua «classe politica» – si pensi, per esempio, al referendum popolare, vinto a suo tempo, contro il «finanziamento pubblico» (cioè statale, con fondi del surplus sociale) ai partiti, aggirato con i «rimborsi elettorali» e tuttora rimasto in altra forma; al referendum popolare sull’acqua, vittoria schiacciante, ma messo in «non cale»; alle «leggi di iniziativa polare», il cui iter è di tale lungaggine e complessità che le lascia sempre nel nulla. E si pensi alle regalie permanenti, nonché recenti, a banche e finanza, e si pensi al massacro della stessa «rappresentanza (detta) democratica», costringendo al «bipolarismo» e alle «coalizioni» (per indirizzare i voti in “steccati”), alle «soglie» percentuali di voti (se no, sono voti sprecati), ai «premi di maggioranza» (che danno piú «rappresentanti» al partito che prende qualche voto in piú) – arrivando fino all’accentramento autoritario in corso.

Utilizzare il paradosso: muoversi nella contraddizione

Ma resta comunque la contraddizione di dover avere il consenso – con la connessa «rappresentazione», sia continua, sia culminante nelle scadenze elettorali, che le diverse fazioni e frazioni della «classe politica», con partiti al seguito e azione massiccia dei media, fanno di sé e del “sistema” stesso. Rappresentazione che è finta e vera: finta, perché la sostanza viene celata; vera, perché il consenso va ottenuto – e la lotta per la preminenza fra le diverse frazioni e fazioni, con retrostanti centri di interesse, è effettiva.

La «rappresentazione» per ottenere il consenso diventa via via non abbastanza efficiente e meno convincente di fronte all’accrescersi dei problemi: si diffonde la sensazione dell’imbroglio, o comunque dell’inutilità, del voto, e si traduce nel non-voto (“non si va a votare”), che già viaggia verso la metà dell’elettorato (e vi vanno aggiunte le schede nulle e bianche). Questa è già critica, protesta, negazione, ma si rimane ancora nella passività: infatti, dopo il voto, per un po’ di tempo, tutti – politici, “conduttori”, “analisti”, etc. – si mostrano compunti e preoccupati della «disaffezione» alle urne, e poi stop, si lascia perdere e ci si basa sul consenso comunque ripreso, ottenuto, carpito.

E allora? Occorre servirsi del paradosso. Come fare? Assumendo la proposta/prospettiva-chiave. E quale può essere? Quella che costituisce in sé, quella che, nel contempo, rappresenta:

  • l’obiettivo da far comprendere e propagandare, da perseguire e costruire – per formare maggioranze di consenso che, almeno a livello locale, possano “sfondare” e permettere di attuare l’obiettivo stesso.
  • l’obiettivo da realizzare con legiferazione, quindi da istituire – assumendo in partenza tutti i piú che prevedibili contrasti oltranzisti, scontri durissimi, opposizioni irriducibili, etc., da parte di «classe politica» & co.

 Attuare direttamente la democrazia

Proposta/prospettiva-chiave: in base alla comprensione di che cos’è la democrazia, puntare al l’istituzione, e presentare l’istituzione per legge, dell’autodeterminazione democratica: perseguire e costruire la democrazia come reale autonomia, autodeterminazione, autogestione– mirando in primo luogo al livello locale (magari partendo anche da piccoli Comuni): laddove si può raggiungere la maggioranza di consensi necessaria per attuare e organizzare l’istituzione della democrazia. Dal livello locale, accumulando comprensione, forze, estensione, si può puntare al livello provinciale (nel senso delle antiche civitates, magari re-istituibili come «consorzi»); da qui a quello regionale (per quanto le Regioni istituzionali corrispondano alle vere regioni, e non quelle istituzionali); da qui, al livello centrale.

Democrazia fatta dai cittadini effettivi, cioè coloro che vogliono essere tali, e che, perciò, si impegnano, esplicitamente e ufficialmente, a portare avanti le esigenze, utilità, interessi e aperture comuni, ossia a essere cittadini in modo vero e proprio – nel senso (già detto da Aristotele) di essere «capaci di governare ed essere governati».

Cittadini che attuano la riappropriazione diretta della sovranità: il potere passa in mano loro, scelti a sorteggio e posti in rotazione, a loro che rispondono sempre a tutta la comunità da cui provengono (sentita sia su provvedimenti importanti, sia a normale scadenza, semestrale o annuale) – formalizzando e sterilizzando le cariche-prerogative degli organi attuali, le quali semplicemente “registrano” quanto deciso dalla democrazia (questo per iniziare, mirando progressivamente alla loro estinzione). Cittadini che provvedono alle necessità e utilità, sostegni e supporti, riqualificazioni e aperture, che si richiedono sul territorio, dalla produzione e circolazione dei prodotti, dalla società, e fanno quanto è possibile in base alle risorse, disponibili sul territorio stesso – e le precedenti disposizioni, negative o errate, vengono abolite, quelle valide vengono attuate (il che comporta anche la messa al servizio dell’autodeterminazione cittadina delle organizzazioni della forza presenti sul territorio, nonché la completa ristrutturazione e riorganizzazione della burocrazia presente sul territorio stesso).

(Approfondisci: PROPOSTA DI DISPOSIZIONE COMUNALE e PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE)

L’estensione della democrazia – questa: democrazia reale – va insieme anche all’organizzazione effettiva del movimento per la democrazia (che perciò, con la sua comprensione dei suoi fini e già la prima attuazione dei fini stessi, non è in alcun modo un partito). E si traduce nella spinta di arrivare ad attuare la piena della sovranità per tutto il paese (non è ammissibile l’occupazione armata del nostro territorio, con quanto ne consegue, come non è ammissibile la cessione della sovranità a «vincoli», «trattati» e «organismi internazionali», né è ammissibile il comando di “entità” sovrastanti ed estranee, come degli imperativi «internazionali», Usa, Ue, statuali, capitalistici …).

È questa proposta/prospettiva-chiave che supera l’opposizione fra «centralismo» e «federalismo», fra «accentramento» e «indipendentismo»; “taglia le gambe” a ogni compromesso con lo «stato di cose presente» e pone non solo la prospettiva, ma anche la pratica, della sua abolizione; porta al coinvolgimento della parte piú attiva della popolazione e all’elevazione della sua consapevolezza. E, certo, comporta lo scontro con le forze ostili, scontro che comunque – se si intende davvero superare il negativo, devastante, rovinoso «stato di cose presente» – è inevitabile: ma bisogna vedere “come ci si arriva”.

 

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