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GLI SCOPI DELLE DIMISSIONI DI DI MAIO

Da «capo politico» nonché da «capo delegazione» (la nuova dizione di vice-capo del governo) dei 5S. Da tempo il fantasma svolazzava, da tempo le si chiedevano all’interno degli stessi 5S, da almeno un mese erano in gestazione. In effetti, lo scivolo dal 33% al 17% fino al 7% dei consensi le poneva (cosí è per segretari e capi di partiti, a seguito di batoste elettorali), ma erano state smentite dallo stesso Di Maio, come peraltro aveva fatto, proclamando fieramente «mai con il partito di Bibbiano», pochi giorni prima dell’accordo con il Pd …
Ora le dimissioni Di Maio le ha date, davanti ai «facilitatori» regionali: nome derivato dalle (pseudo-)scienze della (de-)formazione, perciò davvero adatto; costoro dovrebbero “fare” (contatti, rapporti, organizzazione) nelle regioni (le scadenti sorti e opere di tali personaggi sono scontate: però alcuni di loro sperano, racimolando un po’ di voti residui, di entrare in qualche assemblea elettiva). E Di Maio le ha date con un discorso contraddittorio: “abbiamo fatto il meglio, pur in condizioni difficili, con qualche errore di ingenuità e con nemici interni che non hanno dato retta alle direttive, ma siamo i piú visionari del mondo e andremo avanti, quindi … mi dimetto” – i punti nodali dei 5S gettati nel nulla di fronte alle regole del “signorsí obbedisco” e la sconclusionatezza del discorso posta come logica, di fronte a una platea sempre osannante, anche di queste chiacchiere.
In realtà non ci sono le dimissioni di nessun «capo politico», perché il «capo politico» è solo e unicamente Grillo, in combutta con Casaleggio iumior (a parte recenti dissensi fra i due, pare per questioni di troppi soldi che la Casaleggio & associati deve sborsare per i processi di Grillo). Grillo che ha imposto l’accordo di governo con il Pd & Renzi & Co., che ha imposto Conte decorandolo come «elevato» al pari di lui stesso, Grillo che ha riconfermato Di Maio come (pseudo-)«capo politico» (diciamo invece, be’, “gestore”, “delegato a tempo”), Grillo che (a quanto si evince) ha ora deciso queste dimissioni. Altro «capo politico» “delegato a tempo”, Crimi – fino agli «Stati generali» (altro nome roboante per un congresso volto a raccogliere un po’ di cocci, per quanto sarà possibile) – e altro «capo delegazione», sempre “a tempo”?, Patuanelli. Nella rassicurazione del governo Conte bis – “niente cambia” –, ribadita dallo stesso Conte, che vuole restar lí finché non lo sbarbicano.
Qual è il senso? In qualche modo togliere da Di Maio le responsabilità delle prossime sicure batoste elettorali dei 5S in Emilia Romagna e in Calabria – ma rispetto a ciò le dimissioni arrivano troppo tardi. Infatti, lo scopo sotteso è un altro, ossia spingere (ulteriormente) i residui votanti del M5S (deprivati anche della figura finora di riferimento) a praticare il voto disgiunto, cioè votare la lista 5S e votare anche Bonaccini – una maniera per sostenere il Pd alleato di governo. Vi si aggiunge un altro scopo: eliminare colui che è diventato l’obiettivo centrale delle polemiche (e delle fuoriuscite) fra gli eletti 5S, nonché fra attivisti, simpatizzanti, elettori. Ed è, quest’ultimo, un rinnovato inganno, perché di tutto quanto è successo, la responsabilità non è certo del solo (pseudo-)«capo politico» Di Maio – che semmai non ha avuto nemmeno la forza di esprimere alcuni dissensi (se ne ha sinceramente avuti) –, ma in primo luogo di Grillo, e di Casaleggio, e degli altri “esponenti” consenzienti, e del “grosso” dei parlamentari 5S (che si sono distinti, e continuano a farlo, per dichiarazioni false e aberranti: si veda solo quelle pro Mes riformato), nonché dei 5S locali che si sono presentati come “facilitatori” e di quelli che li hanno “prescelti”. Ed è da ritenere che il “trucco” in parte funzionerà, dato che nessuno – a parte casi del tutto isolati – risale al “pernio”, al “centro”, di tutta la sciagurata vicenda, ossia in primis a Grillo. Il quale, buttando il M5S con il Pd & co., allineandolo sul pro-Ue/euro/Nato/globalismo, ha assassinato quanto di meglio, di piú valido, c’è stato alla base del MoVimento: la spinta dal basso, l’impegno a “fare” in prima persona, i fondamenti della democrazia, quella vera, quella diretta, “dal basso”, per condurre una politica autonoma e indipendente, a favore dei lavoratori e delle classi subalterne, ossia la maggioranza della popolazione. E assassinando cosí questa speranza e possibilità per il popolo italiano.
Tuttavia, questa iniziativa, da questi risvolti loschi e truffaldini, se servirà a tenere aggregata una parte residua dei 5S – spappagallando “facciamo il bene dei cittadini” e sostenendo iniziative che vanno dall’opinabile al deleterio – e a farne una “costola” del Pd, contro il nostro popolo e il nostro paese, non servirà sul piano dei consensi elettorali: lo scivolo verso una minoranza sempre piú irrilevante è inevitabile. E cosí deve, giustamente, essere.

MM

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