Nea Polis

Da Dante a Mameli: l’Italia s’era desta

Anniversari: 1321 – 1861

Il bene e il male di una necessità storica

 Intervista per la rubrica “Sancho” di “comedonchisciotte” 

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Dante e la lingua tagliata. Una storia che si ripete.

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Aggiungo qusalche considerazione al discorso sugli anniversari fondamentali dell’Italia, 700 anni per la morte di Dante, 160 per l’unità della nazione. In’unità proclamata, ma completata poi con i Bersaglieri alla breccia di Porta pia, la liberazione di Roma e la fine della manomorta della Chiesa su questo paese. Nel frattempo l’establishment ha proceduto, riesumando il falsario cinematografico, ex-comico e dantista di corte, Roberto Benigni, a celebrazioni improntate al Grande Sbadiglio e all’infima retorica, sostenute dai media lealisti con uno spiegamento sicofantico di lecchinaggio verbale degli anfibi dei potenti. O presunti tali.

Quando il marxiano sbrocca

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A cominciare da Luigi Pirandello sulla cui citazione, nell’intervista, tra i grandissimi della letteratura mondiale, qualcuno ha voluto arricciare il naso. Si tratta dei ormai stralogori imbecilli, in buona o strumentale fede non importa, che si adornano di antifascismo nell’epocadella dittatrua bio-tecno-totalitaria, che al fascismo di allora sta come il cobra alla vipera. Antifascismo di colui che grida al lupo al lupo, mentre un drago lo sta incenerendo con la sua fiamma. Ricordo il diverbio con che aveva tutti i libri di Marx in testa senza averli capiti e che dava dello “stronzo in camicia nera” al drammaturgo siciliano, erede di Euripide. Un genio rivoluzionario che, più di ogni pensatore nel nostro paese aveva saputo demolire la borghesia e la sua classe dirigente, mostrandocela in tutti i suoi vizi, le sue bassezze, ipocrisie e contribuendo così a schiarire le idee all’umanità e ad armare gli animi per la futura Resistenza.

Una costante: oscurare la verità, togliendo la parola

Dante viene condannato per motivi interamente politici. Non aveva obbedito al dogma in quei tempi vincente: contro l’imperatore, emblema laico, aveva vinto il papa, clericale e temporale. E Dante, del partito dei Bianchi, dalla paret dell’imperatore, era stato condannato da giudici che professavano l’ideologia dei Guelfi Neri. Sentenza: esilio perepetuo e se fosse tornato, il rogo. Dante negazionista dei pronunciamenti papali. E cosa succede allo scellerato negazionista?. Gli si toglie la parola per sempre. Con il ludibrio e la condanna. E con l’espulsione dal consesso civile.

Dante se la riprese, la parola e come se la riprese! Componendo un’opera vasta e profonda più di quanto potrebbe mai essere l’universo. Inferno, purgatorio e paradisoli ricreò a modo suo. E li vestì di italiano. Un’opera che seppellì nell’infamia la manovra faziosa di quei legulei fiorentini. Strumenti, costoro, proprio come  oggi, della politica peggiore. Quella del servo encomio al pontefice, ladro di terre toscane, e del codardo oltraggio al più grande figlio dell’Italia. Uno che, nella Commedia, aveva saputo rispondere alla parola negata, all’annientamento della libertà, con la parola più alta che, da Omero, sia stata regalata alla civiltà dell’uomo.

Giudici untori

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Noi, nel nostro piccolissimo, ma grandissimo in quanto granelli di una sabbia che circonda tutta la Terra, dimentichi di quella lezione, non sappiamo più rispondere. Neanche a coloro che, comodamente incistati nella maggioranza fraudolenta, o frodata, fin nelle categorie più infime, si fanno giudici e al tempo stesso giuria e boia per conto di chi li tiene a galla. Lo sgoverno Draghi ne ha un bel campionario tra i ministri addetti alla Deficienza Artificiale. Mi vengono anche in mente caporali di giornata, come il parasatirico di regime, Michele Serra, che invoca la cacciata in strada di medici e infermieri che si   prendono la libertà costituzionale di rifiutare il vaccino dai mille effetti avversi; o marescialli di fureria, alla ministro della antistruzione, Patrizio Bianchi, che propone di imporre ogni giorno ai bambini e ragazzi tamponi farlocchi, ma utili a mandarli a casa. Come se le mascherine fin dalle materne non bastassero a farli fuori. Forse, al momento, la risposta più forte allo scellerato abuso, viene proprio da questi bimbi e ragazzi, con i loro genitori e insegnanti.

C’è inferno e inferno

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Lasciamoci alle spalle queste miserie e torniamo al Vate, quello originario. Quell’incredibile superuomo, uomo vero in ogni sua fibra, uomo di parte, combattente, visionario, con la musica della poesia che compete con quella degli astri. Uomo incredibile, che si è fatto passato, presente e futuro, con una lingua nuova, ma di tutti, delle donnette, come diceva lui e tessendo il filo della continuità tra passato e futuro fino a oggi. Da Cesare a una contemporaneità delle stesse costanti umane in ogni loro sfaccettatura. Dove la punizione infernale non riesce a sopprimere quelle espressioni di di nobiltà che, in contrasto con la condanna divina, Dante a certi dannati riconosceva e ne condivideva il pianto: Farinata degli Uberti, il conte Ugolino, gli amanti Paolo e Francesca…  Se avessimo ancora un inferno, sarebbe popolato da ben altri figuri.

I bigotti del monoteismo, vale a dire del dogma, del pensiero unico, quelli che, brandendo il Covid, oggi imperversano come non mai, se del settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta si ricordano, tornano a rinchiuderlo nella stessa loro gabbia di una fede vissuta nei termini di rappresentazioni catechistiche o bibliche. La visione di Dante era quella di un poeta, il profondamente umano sublimato nel simbolo e così reso divino ed eterno. 

Niente a che fare con i riti dei chierici e gli esoterismi superstiziosi dei fedeli. Ne è testimonianza anche quella sua contrapposizione alla Chiesa Ufficiale e ai suoi appetiti terreni che si espresse nella durissima condanna al falso della “Donazione di Costantino”, grazie alla quale la Chiesa, col potere temporale, si accapparrò il patrimonio della classicità, quello dei beni e possedimenti, quello dell’autorità imperiale e, essenzialemente per distruggerlo, quello culturale e di civiltà. Ecco la sua invettiva contro la Donazione attribuita a Costantino, origine di tutti i mali.

“Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!”

(cfr. Inferno XIX 115-117)

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Ciò che ci ha dato Dante Alighieri, facendo sua ed elevando la “lingua delle donnette”, è diventato la via e l’anima del nostro processo unitario, oggi colpito,  caduto in cocci, sotterrato da coloro a cui noi stessi abbiamo concesso di farne tomba del nostro futuro. Da piccolo, a Firenze, un amico giardiniere che ci approntava sulla tavola composizioni di frutta e verdure che eguagliavano le nature morte del Caravaggio. A completamento sonoro recitava versi della Commedia. La faceva anche quando andavo a trovarlo nei suoi campi. C’erano contadini toscani che la Commedia la sapevano a memoria. Oggi, per ascoltarli ci tocca subire un Benigni, corifeo dei corifei. Lontani gli interpreti la cui dizione viaggiava sui pensieri di Dante, oltre cvhe sui suoi versi: Arnoldo Foà, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi….

Noi siamo qua a chiederci cosa avrebbe detto questo nostro padre a scoprire che ce ne freghiamo dell’anniversario di quando l’Italia, nel bene e nel male, si trovò riunita. 160 anni fa, il suo sogno dell’unione di tutti gli abitanti di questa terra si realizzò, ma quasi subito i neoitaliani si fecero preda e complici di Antenore. L’infame nei secoli che vendette la sua città, Troia, all’aggressore acheo. Antenore! Da Dante, collocato nel IX girone dell’inferno, quello del crimine massimo: il tradimento della Patria.

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