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ELEZIONI, CONFINDUSTRIA, RENZI E “AMERIKANI”

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Che le elezioni alle porte non cambieranno di un pelo la situazione italiana – indipendentemente dal loro esito – non pare questione che necessiti di argomentazioni. A parte la soddisfazione, forse, di costringere Renzi, volente o nolente, ad abbassare la cresta, se i sondaggi dovessero risultare veritieri: l’esito, dicono le previsioni, dall’inizialmente annunciato 7 a 0 si è gradualmente ridotto a 6 a 1, poi a 5 a 2; se dovesse risolversi in un modesto 4 a 3, annuncia il Nostro, sarebbe comunque una vittoria (!), mentre Berlusconi lo auspica in termini rovesciati, cioè a proprio favore, preconizzando che in tal caso sarebbe lo stesso Pd a defenestrare il proprio segretario nonché presidente del consiglio: sarebbero soddisfazioni, magre, ma comunque soddisfazioni! Con ogni probabilità la “profezia” berlusconiana non è che un vano “gufare”, ma pare indubbio che il feeling tra il rottamatore, l’uomo delle decisioni rapide e del fare, e gli elettori, si sia incrinato. Al punto che sabato 30.5, rompendo il silenzio elettorale, Renzi ha dichiarato pubblicamente che le elezioni non saranno un verdetto sulla sua persona. A parlare di esiti incerti, comunque, non sono solo né tanto gli uccelli del malaugurio, i soliti gufi, ma un puntuto articolo di Statera su «la Repubblica» di venerdì (29.5). Da tempo questo giornale sta prendendo qualche distanza da Renzi, ma l’articolo lo farà probabilmente andare in bestia. Un quotidiano che per mesi è stato una sorta di megafono del renzismo, ne ospita una stroncatura al vetriolo, manco fosse il «Fatto Quotidiano». Vediamo di capire perché e vediamone alcuni stralci.

A Melfi una sorta di narrazione da argonauti alla ricerca del vello d’oro messa in scena da due uomini potenti e talvolta insolenti: Renzi, cultore per sé del ruolo di one man show che, nonostante i non rari rovesci velleitari, occupa tutta la scena politica; Marchionne, che dopo aver arrancato per quasi un decennio, inforca la buona sorte anche con quel modello grande, lucente e rosso esibito ieri come un trofeo [l’«abbagliante jeep Renegade rossa», sulla quale Marchionne si è presentato a Melfi in compagnia di Renzi, n.d.r.], l’uomo che porta in dote al gemello quelle1.500 nuove assunzioni di operai nello sprofondo del Sud [sulle condizioni non precisamente idilliache in cui lavorano questi operai sarà il caso di tornare, n.d.r.].

Confrontando l’esibizione di Melfi con l’assemblea di Confindustria di quelle ore alla location auditorium Expo, definita «fiacca liturgia», nella quale andavano

in onda la flemmatica relazione del presidente uscente Giorgio Squinzi e il torrentizio intervento di Federica Guidi, ministro sí, ma come si può esserlo di Renzi,

il giornalista prosegue:

a Milano nonostante i soliti convenevoli, spirava l’aria pesante della crescente irrilevanza, del deficit di autorevolezza, della quotidiana sterilizzazione del potere dei corpi intermedi decretata dall’aspirante lìder màximo. Confindustria ai margini come i sindacati. Ancora più esplicito – non segnali ma fatti – Marchionne, che abbandonò senza tanti complimenti i riti confindustriali già nel 2012: “Confindustria non mi manca” dice ora. Con Fca ha cambiato e internazionalizzato i teatri della sua sfida. Figurarsi poi se la Confindustria […] manca a Renzi, che dei presunti “salotti buoni” ha rimandato l’immagine di boudoir per babbei. Lo vedete “il Bomba” come lo chiamavano i compagni a Rignano sull’Arno assiso tra parrucconi e maneggioni […]? O avvinto agli arzilli vecchietti che governano il capitalismo di relazione all’italiana? Quanto al capo di Fca, le sue relazioni salottiere le immaginiamo sul lettuccio del jet che di notte trasvola l’Atlantico a vagheggiare giostre piú grandi, come adesso quella sulla General Motors. Marchionne, per spiegare il feeling tra lui e il presidente del Consiglio, che peraltro non fu immediato, dice: “il fatto è che io e Renzi non abbiamo paura”. Per di piú si sono trovati in una situazione simile: tante promesse mirabolanti per prendere il potere e neanche un soldo per realizzarle. Quanti piani d’investimento ha promesso Marchionne di anno in anno senza mai portarne a compimento nessuno? Poi il vento ha girato. Per durare finché non va meglio – concordano i due – bisogna essere “ cattivi e determinati” come loro. “Io sono stato criticato, ma me ne sono fregato”, ha detto Marchionne per sostenere Renzi, che subisce davvero per la prima volta un ripiegamento della luna di miele con gli italiani e che tra poche ore dovrà confrontarsi con i risultati incerti delle elezioni regionali, che potrebbero riservare qualche non felice sorpresa di fronte ai deludenti risultati sull’economia e la disoccupazione. “Il lavoro non si crea con i talk show”, mette le mani avanti, trascurando che, appassionato dello star system, metà della sua vita la trascorre negli studi televisivi.

La fenomenologia accoppiata dei due, in realtà, richiederebbe piú spazio e piú strumenti. Ma è piú di una teoria l’assonanza di molte strategie: prima fra tutte, la ricerca costante di un nemico. Marchionne se l’è vista con tanti, a cominciare dai dandy della famiglia Fiat, per finire con la Fiom di Landini. Strada spianata tra tanti avversari per Renzi, che, a parte i nemici interni al Pd, che se non ci fossero dovrebbe inventarli, con l’ultima uscita sul sindacato unico, ultima delegittimazione dei cosiddetti corpi intermedi, ha riscosso ieri il bacio in fronte del gemello nato prima: «Il sindacato unico? Chi parla di regimi totalitari si sbaglia alla grande. Meglio un interlocutore che otto». Certo, meglio ancora nessuno.

La Confindustria è letteralmente fuori di sé per Renzi che ormai abitualmente la snobba per fare comunella con il disertore Marchionne» [ il che non gli impedisce di fare affari con quelli che contano davvero, trattando direttamente senza mediazioni, n.d.r.] Chissà che ieri a Milano-Expo non abbia timidamente cominciato a palesarsi un nuovo nemico, con Squinzi fin qui aulico zelatore, che – potenza del lessico – ha accennato a una “manina antimpresa” del governo». [sono proprio famelici gli imprenditori nostrani! Hanno appena incassato i benefit del jobs act, per dirne una, n.d.r.]Sarà poi la storia a dirci se sui gemelli sobillatori, Matteo e Sergio (il disertore confindustriale), aveva ragione Diego Della Valle che, prima di venire a piú miti consigli esclamò: “sono due grandissimi sòla”.

Non è l’analisi che faremmo noi, certo, ma non è neppure un peana, soprattutto a ridosso della scadenza elettorale e considerato il fronte da cui partono le bordate. Perché «La Repubblica», per molto tempo e fin dalla prima ora, non ha solo tirato la volata a Renzi, da cui, soltanto di recente ha cominciato a prendere qualche distanza; l’osservazione che mi è stata rivolta da qualcuno cui l’avevo fatto notare – “potrebbe trattarsi di un editorialista con un po’ di indipendenza” – non convince né punto né poco: che fine farebbero il  tradizionale consolidato peso e ruolo degli sponsor di riferimento, qualora si autorizzasse una licenza suscettibile di evolvere rapidamente in una babele di punti di vista? E allora? Allora si leggano gli articoli presenti da sempre su «La Repubblica» in appoggio alla politica amerikana nei confronti dell’universo mondo e, soprattutto, della Russia, per chiarirsi le idee. Fino alla stessa giornata (29.5) in cui uno di tali articoli, ospitati abitualmente con ampio spazio e congrua evidenza – com’è costume del quotidiano – viene dedicato alla questione Fifa nonché alle critiche, dal sapore quasi di anatemi, nei confronti della Russia; un testo a proposito del quale forse l’unica affermazione condivisibile è, piú o meno, che ormai anche il calcio è una questione di geopolitica. Quanto esposto parrebbe dunque autorizzare la deduzione che gli Usa intendano prendere qualche distanza dal Nostro, nei confronti del quale la considerazione e l’affidabilità di cui un alleato stimato dovrebbero godere, sembrerebbero in declino. Al futuro prossimo una conferma o una smentita: l’esito delle scadenze elettorali – se deludente e/o affiancato da un’astensione molto alta – non potrebbe che accelerarne un probabile, anche se lento, declino: che purtroppo non sarà solo del governo e dei vari figuranti che ne fanno parte, ma anche – ed è quello che importa – dell’Italia, che non ha proposte alternative da avanzare né sul piano interno né su quello internazionale.

CB

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