Sommario

  • Premessa
  • Il “piano” globale
  • Pianobloccatoe domande
  • Una “certa visione”
  • Critica e chiarificazione
  • E’ ben altrimenti
  • Altri chiarimenti
  • “La filosofia continua…”
  • La survie du capitalisme
  • II° Guerra mondiale e Russia
  • Infatti…
  • I “valori occidentali
  • L’occidente è “altro”
  • Rotto il “vaso dei saperi”
  • La fine della storia?
  • Distopia da contrastare
  • Nel “blocco” del “piano”
  • Rinnovata survie du capitalisme
  • MpsModo di produzione statuale- e morfologia stratitificata
  • Situazione difficile
  • Che fare: tema primario
  • Temi implicati
  • Come? Proposta

Premessa

Per le considerazioni condotte ed esposte in questo testo ci si è trovati spinti a seguire il metodo progressivoregressivo (modalità storica-filosofica – o meta-filosofica, direbbe H. Lefevbre, Metaphilosopie, 1962, combinando le categorie di tali “discipline”, ma anche non solo queste), per cui ne è risultata la circolarità di una sorta di spirale ascendente: da ieri a oggi, dal presente agli “snodi” passati, vedendo quanto è avvenuto “in sé”, nel suo senso e nel processo successivo – senza distorsioni semplificanti, né cancellazioni erronee –, e rivederlo in base al presente, agli utilizzi e trasformazioni, e sviluppi attuali – senza far “tavola zero” dei processi e delle strumentazioni concettuali, come si fosse in un ex novo totale. Il fine? Cercare di contribuire a cogliere, almeno su linee generali, lo «stato di cose presente» (K. Marx) – con qualche utilità, forse, per chi non voglia circoscriversi solo a “ciò che succede”, magari quindi vedendo di rispondere “colpo su colpo”, e spingersi a una “visione” piú ampia della situazione, con le possibilità che si pongono e le potenzialità da esperire.

Ilpianoglobale

Facciamo “il punto” sulla situazione, a quattro anni dall’“apertura” del “colpo” lanciato fra fine 2019-inizi 2020 a livello globale, e “scattato” con la truffa pandemica, secondo il “piano” voluto, preparato e spinto avanti da tempo, dalle oligarchie finanziarie globaliste – ricordando che sono quelle del Wef, del Nwo, del «Governo unico», dell’«Agenda 30», che hanno in mano l’Oms, il Wto e altri organismi internazionali, che controllano la stessa Onu, che permeano Fmi e Bm, che si ritrovano annualmente come “stati generali” a Davos – tante le “centrali” e le loro denominazioni, come Black Rock, e Vanguard, e State Street, e Goldman Sachs, e Morgan Stanley, e Rockefeller, e Rothschild, e Soros, e Bill Gates, e altre ancora, o poco conosciute, o avvolte “nell’ombra”, o proprio segrete, e comunque tutte interconnesse, intrecciate. E queste – però, e va tenuto ben presente – hanno potuto ordire il “piano” e lanciare il “colpo” in base alla loro decisiva combinazione con le potenze statuali imperiali – pervadendo in primis lo Stato Usa (il Canada ne è l’annesso “seguace”) con la sua volontà di mantenere la dominanza mondiale, e lo Stato UK (che accompagna gli Stati Uniti, pur con divergenze di conduzione e obiettivi, e conta, benché soltanto in qualche relativa misura, nei 56 paesi nel Commonwealth, in cui si sono tradotti i resti del suo impero), senza dimenticare Israele, “martello” soprattutto degli Usa, ma che “martella” anche in conto proprio (ed è teso al suo imperiale «Grande Israele» nel Vicino Oriente), nonché gli Stati satelliti o comunque subordinati, associati nella Nato e ingabbiati nell’Ue costruita su “matrice”-Nato, pur con le volontà, e anche velleità, di semi-indipendenza sub-imperiale della Francia – nonché altri ancora nel mondo, con la Seato, l’Aukus, le alleanze nel Pacifico… Per questo – e non soltanto per questo – si è qui adottata la denotazione conglobante di Anglosfera davosiana imperialglobalista.

Il “piano”, seguito dal “lancio” del “colpo”, costituisce la ricerca di via di uscita dallo stato critico permanente (venuto in piena luce dalla mai risolta «crisi» dal 2007-8 in poi) a cui queste oligarchie (che sono una percentuale infima dell’umanità, anche compresi tutti i loro seguiti) sono state condotte precisamente dal loro successo, allo sballo, ossia la sovraccumulazione di capitale, per cui l’investimento globale non dà un livello di profitto complessivo adeguato alla massa dello stesso capitale – il che non impedisce loro di cercare ancora profitto dovunque possibile: un circolo vizioso. Perciò, la mira era di “mettere in non cale” tale «stato critico» tramite l’imposizione del dominio totale, interconnesso con quello delle potenze imperiali, su tutto il mondo e in tutti i campi. Il fine: il Governo Unico Mondiale del Great Reset, il Nuovo Ordine Globale – imperial-oligarchico.

E il “piano” è proceduto, operando come un esercito su piú “fronti”, combinati l’uno con l’altro. In estrema sintesi: truffa pandemica e azione costante della Sanità (medicina “costituita”-farmacologia-Big Pharma, insistendo su pandemie e vaccini); mistificazione del «riscaldamento globale» con tanto di proclamata «crisi climatica» e (demenziale) blocco-emissioni di anidride carbonica (quella umana è dello 0,0044% di quella naturale) e annessa «transizione Green» (devastante del tessuto economico nonché di quello ambientale stesso) e (vessatorie) città con case con “cappotto” termico, città-ghettizzate/ghettizzanti «da 15 minuti», città-controllo-Smart City; operazioni, occhiute e nocive, di modificazione del clima; impianto esteso dei 5G (mirando ad accrescerli); digitalizzazione forzosa di…tutto (verso l’abolizione del denaro contante e l’espropriata decisione sull’erogazione o meno del reddito di ciascuno) con utilizzo del (relativamente) nuovo “salto” tecnologico dell’IA («Intelligenza artificiale»); distruzione etnico-socio-culturale, nell’informe “calderone” attuato con la deportazione (oggettivamente) forzata di masse di “migranti” e con lo sgretolante «multiculturalismo»; promozione insistita e aggressiva di attitudini anti-antropiche (scatenamento del Gender, Fluid, Gay Pride, lobby Lgbtqi+…) per un atomizzato-atomizzante individualismo-anti-individuo, disperso e confuso su propria identità, e ruolo, e senso, perduto nell’alienazione informatico-digitale, espropriato sul piano “massiccio” e “sottile” – materiale e mentale: «non avrai nulla e sarai felice» –, andando verso il controllo-comando totale (sulla stessa esistenza e durata di vita di ognuno – anche tramite patologizzazione e medicalizzazione permanente) e prospettando, come «transumanesimo» (o «post-umanesimo»), un essere mezzo-umano-mezzo-cibernetico, interconnesso al “digitale” (ai data e all’IA), fino a immissioni di micro-chip e nano-teconologie. Si punta, in tale “quadro”, alla diminuzione della stessa popolazione del pianeta (progettata alla “contrazione” dell’85%…), insieme alla riduzione degli Stati e loro gestioni a funzioni delpiano” – in quelli subalterni alle potenze imperiali a meri regimi interni “di conduzione”.

Questo “piano”, forzando per imporsi, è pervenuto a far scoppiare la guerra all’interno dell’Europa, tramite lo strumento del regime-fantoccio di Kiev “montato” in Ucraina, “riabilitando” ad hoc il rimando al nazismo (peraltro, già ben utilizzato in tanti suoi esponenti e membri, e “progetti”, dal 1945 in poi, nonché adesso funzionale in una sorta di “aggancio” alla II° Guerra mondiale: sia, in particolare, per la “parte attiva” che gli ucraini al seguito di S. Bandera hanno avuto nelle “imprese” hitleriane; sia, in generale, per un “revanchismo nazistoide” a causa della passata sconfitta contro la Russia-Urss – quindi ideologia piú strumentalmente “atta” a vessazioni, omicidi, guerra, che quella di “addetti” con una qualche ideologia “liberal-democratica”). Non è la prima nuova guerra in Europa – dall’ex Jugoslavia, alla Serbia, al Kossovo, senza dimenticare la Georgia, sulla quale continua la “pressione”, e ora si “rimesta” con l’Armenia, e altri paesi ancora… –, ma è quella che vede l’intervento ampio e diretto, benché non ufficializzato da formale dichiarazione di guerra, degli Usa-Uk con la Nato e la succube “baracca”-Ue al seguito, insieme alle oligarchie finanziarie globaliste: tutti in prima fila, sotto la “foglia di fico” ucraina, contro la Federazione russa. Perché? Perché era ineludibile puntare a piegare la Russia per la riuscita del “piano” stesso.

Detto ciò, senza dimenticare altri “fuochi” nel mondo, complementari in quanto situati nello stesso “quadro” del “piano”: il massacro in Palestina condotto da Israele e il suo attacco allargato a Libano, e Cisgiordania, e Siria, e mirante a coinvolgere l’Iran, e a far scoppiare l’“incendio” in tutto il Vicino Oriente – che proprio adesso è “riacceso”, sotto preparazione Usa-Uk (e con ruolo “collaborativo” della Turchia), con l’attacco-invasione di una grossa quantità di “mercenari-terroristi in Siria; in base alla “questione Taiwan”, l’acutizzarsi di frizioni e “scintille”, e “preparativi” di guerra nell’area del Pacifico contro la Cina – peraltro anche spinta a “far qualcosa” in Siria in quanto “ferita” nella sua presenza e interessi nel paese –; le “scintille” fra la Rpdc-Nordcorea e la Sudcorea legata agli Usa…

Pianobloccatoe domande

A livello globale, la Russia ha contrastato e ha bloccato questo “piano” dell’Anglosfera davosiana, fermandone lo strabordare a livello mondiale e impedendo l’attuazione del globale dominio imperial-oligarchico. Al costo – ineludibile e forzato – del suo diretto impegno nella guerra in Europa (dopo le operazioni in Ossezia-Georgia e dopo quello in Siria, in passato e ora di nuovo nel presente…). E vi si contrappone – la Bielorussia è sua stretta alleata, né altri paesi europei, come la Serbia, l’Ungheria, la Slovacchia, supportano la guerra anti-russa – con il sostegno della Cina (per questa necessario: se la Russia cedesse, poi sarebbe la volta della Cina stessa), l’alleanza con l’Iran e con la Rpdc, e, in maniera diretta o indiretta, comunque in qualche misura dei Brics, che sono in ampia estensione, nonché con l’espansione di presenza e influenza russa in Africa, America latina, Asia. E la Federazione russa sta vincendo in Ucraina le forze dell’Anglosfera, battendo truppe ucraine e“mercenari” (ossia militari “esteri” colà inviati), mezzi, armamenti di Usa-UK-Nato.

Tuttavia, nelle sue direttrici, con attacchi e vessazioni, devastazioni e “strozzature” neo-totalitarie in corso e in atto, il “piano” procedefinora – nell’area dell’Anglosfera e paesi subordinati o satelliti, in primo luogo in quelli europei della Nato e dell’Ue, con questi ultimi posti in quanto da “sacrificare” nel “disegno” – tagliando l’Ue e in primo luogo la Germania dalla connessione con la Russia, mentre nel loro complesso questi paesi già vengono “spogliati” a livello economico, sociale, politico, culturale, e spingendo anche per il loro diretto intervento militare (oltre la cobelligeranza già esistente per le posizioni a favore, i gettiti finanziari, gli invii di armi e di “mercenari”), onde poterli possibilmente gettare, come un’“Ucraina allargata”, contro la Russia.

Il contrasto al “piano” volto all’imperio-oligarchico globale proviene anche dalle opposizioni che si sono levate nei diversi paesi dell’Anglosfera – opposizioni sottese (un po’ affioranti o inespresse), in opportunistica “attesa degli eventi”, anche nelle classi e forze dominanti, e opposizioni aperte e dichiarate a livello sociale e culturale. Il che non impedisce al “disegno” di voler proseguire: restando al nostro paese (ma si può generalizzare), tramite il controllo statuale (dello Stato italiano subalterno: l’Italia è occupata da basi Usa-Nato e ingabbiata nell’Ue) e il personale politico-istituzionale di regime, che attesta di essere composto da suoi “agenti” e collaborazionisti, complici e collusi; la subordinazione del corpus degli apparati statuali (comprese le forze militari, a uso interno ed esterno) e l’adesione delle formazioni “istituite”, “ufficiali”, partitiche e sindacali; il comando sull’insieme dei media (tv e stampa) e la “messa in forma” dell’istruzione e formazione (si veda l’«Agenda 30» del Wef impartita nella scuola, il “via” a portarvi avanti l’IA – per estenderla nel comparto, mentre la si fa avanzare negli altri settori).

Ma ne prosegue anche l’opposizione interna – e va ben compreso che costituisce l’“altra faccia” (piú ridotta, per ora meno incisiva, ma lo è) dello scontro in atto in Europa, e a livello globale. Se bisognerà vedere come si muove la “contrarietà” opportunistica, al piú “mezza-e-mezza” e pur sempre “di regime”, consideriamo il “contrasto” dichiarato e attivo, che si esprime (“da noi”, ma si può generalizzare) nella franta “galassia” della critica e dissenso, opposizione e resistenza (piccoli partiti, formazioni simili che pur non lo dichiarano, diversi gruppi maggiori o minori, aggregazioni varie, nonché “operatori” che agiscono “in Rete”, Web, Social Network, tante Chat, etc.). Ebbene, è lecito chiedersi: com’è che la “galassia” non riesce a “unire tutti i punti” e quindi almeno a “inter-collegarsi”? Un solo esempio: la Sanità mantiene il ruolo – svolto con la truffa pandemica e l’inoculazione forzata del venefico-vax, con annesso vessatorio Green Pass – di “gruppo di sfondamento” del “piano” dell’Anglosfera, ma non pochi, pur parte dell’opposizione, come minimo non l’hanno ancora compreso, o si limitano alla nota «malasanità», od omettono tale dato di fatto.

Com’è che non si arriva ad avere, e diffondere, un’adeguata visione globale del “piano”, che è a sua volta globale, unificandone la risposta su tutti i “fronti”? E cosí a dotarsi di obiettivi – e farne sostanza della propaganda e agitazione – non contingenti o non relativi a un solo “punto di attacco”, bensí conglobati, e di fondo? E a formare, quindi, un “insieme”, se non del tutto omogeneo (il che appare impossibile, e forse anche negativo), almeno compatto?

In questi anni tale “insieme” non si è formato, né tuttora lo si è, o solo in alcune sue componenti, e solo in date occasioni, e solo su specifiche iniziative, e solo su singoli obiettivi.

Unacerta visione

Non è che, anche nell’insieme di questa “galassia” della critica e dissenso, opposizione e resistenza, non si sfugga dagli effetti di sconfitte avvenute, nella storia, unite quell’“opera” di obnubilazione della strumentazione cognitiva condotta da tempo? Con le ricadute nello stesso “modo di essere” della “galassia”, quindi nelle concezioni e attitudini, e nella práxis.

Infatti, sentite e lette nelle “esternazioni” (spesso poste quali “scoperte”, addirittura “sconvolgenti”), ed esperite nelle iniziative pratiche, o loro assenza, una serie di posizioni sulla “comprensione” dello «stato di cose presente», si può cercare di “fare il punto” su come, in imis, sia diffusa nel complesso della “galassia” indicata una “certa visione” – che non è tale per tutti, certo, ma è senz’altro estesa o, a ogni maniera, non posta in aperta contestazione – dei processi fino all’oggi e delle “entità” che li condurrebbero.

In buona sostanza – riconoscendo appieno, beninteso, il “versante fattivo” esistente, poiché vengono fatte denunce giuste ed espresse prese di posizione valide “in-e-contro” lo sciagurato «stato di cose presente» –, emerge “qualcosa”, come premesse, argomentazioni e implicazioni. Se ne possono prendere vari esempi nella messe di comunicazioni, interventi, posizioni, che è farraginoso stare qui a citare in dettaglio, ma che ognuno ha reperito o può reperire, e che sono “correnti” – e circolano perfino testi elaborati (di piú ridotto o piú ampio volume) in merito.

Ebbene, si registra un “insieme”, pur non “coordinato” e “strutturato” al proprio interno, che tuttavia si può in questa maniera schematizzare: “le cose” sono andate e vanno “cosí” a causa dell’operato di “centrali” di ebrei, o para- e/o finti-ebrei, o ashkenaziti, o kazari, o massoni, aut similia: comunque, “famiglie”, o clan, o lobbies, insomma “entità”, che costituiscono “cementate” oligarchie del denaro, che hanno agito e agiscono (c’è anche chi afferma: “come Satana contro l’«Europa cristiana»”), e non solo hanno determinato le elaborazioni che hanno accompagnato tutti i movimenti succedutisi nel tempo, ma anche e soprattutto li hanno voluti e sollevati, condotti e gestiti (perciò rimessi a una “presa di distanze”, quando non marchiati come “negativi”). Questo sarebbe successo dalla Rivoluzione di Ottobre in Russia, andando indietro nel tempo, alla Rivoluzione francese, comprendendo in questo spazio temporale la stessa formazione degli Stati-nazione, e risalendo fino all’Illuminismo e addirittura alla frattura del cristianesimo (Riforma-«Guerre di religione»-Controriforma), e perfino allo stesso Rinascimento; nonché, procedendo avanti nel tempo, fino all’insieme di movimenti del «’68» e dintorni, per arrivare a tutt’oggi.

Sarebbero, dunque, tali “centrali” che permeano e suscitano, controllano e dirigono, ideologie, processi e movimenti, sia quelli esplicitamente “pro” loro, sia quelli formalmente “contro” di loro. E da quando sono all’opera tali “entità”? Questa temporalità non è ben chiarita: due o tre secoli? O piú, da mezzo millennio o un millennio? O ancora di piú, da secoli e secoli? – O da 6.000 anni, o anche oltre (dicono alcuni)… Queste “centrali” risulterebbero, dunque, onnipossenti o comunque quasi-onnipotenti: hanno fatto e continuano a fare…tutto.

Perciò è inderogabile domandarsi: come mai si potrebbe riuscire a contrastarle? Quanto se ne evince è l’azione (in sé, ripetiamolo, valida) di smascherare e denunciare, protestare e manifestare, sottoscrivere petizioni e proposte di legge o di referendum – e poiPoi, “si vedrà”.

Forse, e vale per chi vede le “centrali” come “Satana all’opera”, tramite una “vera fede”: «aiutati ché Dio ti aiuta», e “ti aiuterà”, invierà il sotér – o qualche sotér, o dei “delegati” arriveranno… Ma, in generale, la tendenza a un qualche “neo-messianismo” – l’aspirazione a un “salvatore” che “risolva le cose”, puntando su diversi “personaggi” via via emergenti, e attribuendo loro, o inventando, qualità e ruoli che non hanno – appare piuttosto diffusa, il che, del resto, è tipico di situazioni in degrado e crollo, in cui “non si sa cosa fare”, e si diffonde una sorta di “mondo malato”.

Critica e chiarificazione

Nella stessa indicata “galassia” occorre svolgere un’opera di critica e chiarificazione. Innanzitutto, va respinta l’indicazione di un’etnia – che non è nemmeno un’effettiva etnia – fra le “cause globali” (la prima? Sottostante? Oppure?), confondendo “gli ebrei” – e aggiungendovi para- / o finti-“gruppi” – con quanto non si può negare: il ruolo delle “congreghe” ebraiche, invasive in tutti i comparti (compresi intrattenimento, cinema, media) e agenti nelle collocazioni operative, dirigenziali, e in particolare “nel comparto del denaro” – anche a seguito della loro sempre relativa e parziale integrazione” nel paese “ospitante, dovuta sia alla storia, per cui gli ebrei si sono trovati “al confino”, sia alla concezione di starsene separati perché «popolo eletto»; il ruolo (che si collega a questa concezione “auto-elitaria”) dell’intellighentsia ebraica, e sue operazioni e “costrutti” ideologici (riguardo ai quali, peraltro, è contraddittorio porvi in contrasto le altre ideologie religiose monoteistiche, cristianesimo e islamismo, che da tale “tronco” comunque derivano – benché proprio perciò si considerino a vicenda incompatibili); inoltre il ruolo pernicioso del sionismo e dell’Israele imperiale; infine le genealogie storiche e le collocazioni di parte delle “centrali” in azione.

Tutto ciò senz’altro esiste e grava pesantemente, però, come, per esempio, non è lecito equiparare tedeschi in quanto tali e nazisti, cosí non si tratta di concepire “gli ebrei” presi “in sé e per sé” come “entità nociva” – invece, non è che cosí, in modo se non esplicito, sotteso, si finisce per “rimettere in circolo” ideologie molto “tetre”, con esiti tremendi? (Quelle posizioni, iniziate da secoli per continuare nell’Otto-Novecento in particolare in Inghilterra, e diffondersi nella, e dalla, Germania hitleriana…)

È già questa una pericolosa distorsione. Infatti, non sono pochi i pensatori di una qualche “origine” ebraica che hanno dato importanti apporti alla conoscenza. Senza neanche stare a citare, sul “versante della scienza”, il ruolo di A. Einstein e altri scienziati, assumendo la “visione” che si è sintetizzata sarebbero da “anatemizzare”, per esempio, pensatori della «Scuola di Francoforte» quali T. W. Adorno, M. Horkheimer, H. Marcuse…– si tratterebbe di ebrei e/o massoni, o affini, o legati a queste “entità”, parte dei “cattivi maestri” che hanno portato al presente –, rispetto ai quali, semmai, si potrebbe parlare dell’assunzione troppo “in blocco” del rimando a S. Freud (del resto, di “origine” ebraica…), che ha versanti opinabili, ma non ha poi una valenza centrale nella loro elaborazione (en passant, ciò vale anche per un importante pensatore quale C. Castoriadis, che però “non c’entra” con i «francofortesi»), e soprattutto della loro accentuazione del momento negativo dell’analisi dialettica e del movimento della realtà (insistendo non tanto sul superamento che ricompone “oltre” un processo, quanto sull’annichilimento del contesto contraddittorio o dello sprofondamento di uno degli opposti): perciò il loro “impianto” è detto «dialettica negativa».

Ma, per accennarne solamente alcuni “elementi”, questi pensatori hanno fornito essenziali basi di comprensione, che vanno dal “rovesciamento” (dialettico: da movimento di liberazione nella sua traduzione nell’opposto) dell’Illuminismo, alla critica del dispiegamento del liberalismo, a che cos’è l’«uomo autoritario» del nazifascismo, il “tipo” umano (ben estendibile oltre il nazifascismo, e lo si vede in tutti i regimi, e lo vediamo anche adesso, “da noi”) che si pone alle dipendenze di un potere dittatoriale per scatenarsi a opprimere “gli altri” (T. W. Adorno, M. Horkheimer, La dialettica dell’Illuminismo, 1947), alla tendenza del “sistema liberale” a rinchiudere gli esseri umani nella mono-dimensionalità di una vita organizzata in “steccati” coattivi, voluti dal potere e interiorizzati (H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, 1964)… O, pur al di fuori dei «francofortesi», si dovrebbe escludere, per esempio, anche G. Anders – pseudonimo di G. Stern, di “origine” ebraica –, autore della precisa critica della riduzione dell’essere umano a oggetto “superato” di un “sistema” autoreferente e tecnologico, teso a un dominio totale di cui gli umani sono solo “oggetti” (L’uomo è antiquato, 1956). E si potrebbe estendere l’“anatema” ad altri pensatori ancora…

Sempre come esempio, ancora piú culturalmente “grave”, sarebbero risolutamente da “buttare al macero” le elaborazioni di K. Marx e F. Engels (sarebbe eccessivo stare qui a indicare tutto l’ampio insieme delle loro importanti e fondanti opere, e ci limitiamoci a ridotti excerpta: per quelle in comune, L’ideologia tedesca, 1845, e il Manifesto…, 1848; per K. Marx, dalle cosiddette «opere giovanili» ai Gundrisse, 1857-58, e a Il Capitale. Critica dell’economia politica, I° libro 1867, postumi II° 1884, e III° 1894; per F. Engels, da La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1842-44, alla Dialettica della natura, 1883, e L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884). E non sarebbero neanche da tenere in considerazione coloro che le hanno assunte, come N. Lenin (fra le cui molte opere importanti ricordiamo L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916, e Stato e rivoluzione, 1917) e molti altri ancora (da notare: non manca chi afferma che anche A. Hitler e J. Stalin sarebbero, in fondo e infine, solo “nemici-di-facciata”, poiché ashkenaziti, kazari, al servizio delle “centrali”, etc.).

Quindi “via!” queste teorie, con tutte le loro categorie (ossia concetti), senza le quali, invece, non si può analizzare e comprendere il modo di produzione dell’economia politica, cioè il capitalismo; i rapporti di produzione, e sociali, e politici, e culturali; l’alienazione in quanto espropriazione concreta (materiale e mentale); le classi (e le loro frazioni di strati e ceti) e i rapporti di classe; i rapporti fra capitale, terra, Stato; il ruolo e l’interconnessione di scienza e tecnica, nella loro assunzione e sussunzione da parte di capitale e Stato; l’alienazione concreta degli esseri umani da parte delle forze e potenze da loro stessi prodotte, mantenute, perpetuate…

E invece, per capire effettivamente anche il presente, occorre comprendere questa elaborazione e le sue linee analitiche, assumere i “nodi” lasciati aperti in queste e sviluppare l’analisi stessa (che mai è stata un “-ismo”, chiuso e concluso), intesa orientata e da orientare sulla, e in base alla, práxis, seguendo in tal modo le sorti del movimento storico di emancipazione del complesso dei lavoratori e classi subalterne, e di tutti gli aspiranti all’emancipazione superante, con i suoi successi e i suoi fallimenti, i suoi esiti e le sue sconfitte – connesse alla seguente assunzione, distorta, mistificata e strumentale, da parte delle forze avverse…

È ben altrimenti

In effetti, nella “visione” di cui sopra, di capitalismo non si parla (al massimo, si usano, e di rado, i termini «capitale», «capitalismo», «capitalisti» in senso banale: “ricchezza avida”, “un gran capitale”, “hanno in mano il capitale”, etc.), nemmeno si parla di Stato (e non mancano amenità, tipo: “lo Stato siamo noi”), né di scienza-tecnologia (viste “in sé e per sé”, al piú criticandone “utilizzi dannosi”). Vi sono solo “L’Economia” (tale “da sempre”) e “Le Istituzioni” (tali “di per sé”) e “La Tecnologia” (data come tale). Non si tratta di classi, strati, ceti (dominanti e dominati), sostituiti (ma solo da parte di alcuni) con i piú “nebbiosi” termini di “alto” e “basso”. È posto come essenziale, primario e decisivo, l’operato – su tutti i livelli – criptico o aperto, sotterraneo o imperioso, delle “centrali” finanziarie ebraiche, o para-/ o finto-ebraiche, e/o massoniche, e annessi e connessi.

Questo, beninteso, qui non vuol certo dire sostenereal contrario, e sia ben chiaro – che tali oligarchie, con i loro centri, circoli, gruppi, interconnessioni, seguiti, non esistano, che non abbiano alle spalle “genealogie” storiche (in parte di “origine” e/o realtà ebraica, o anche para-/o pseudo-ebraica, o massonica, etc., e però, e di sicuro, non sono soltanto tali), che non abbiano loro organizzazioni, e ideologie, e rituali, etc., e che non abbiano macchinato e non macchinino azioni, operazioni, piani, e non siano agenti e incidenti – nei nostri tempi le vediamo all’opera. Senz’altro, ma

Ma queste sono le incarnazioni del capitale, dell’espansione-concentrazione-centralizzazione-permeatività del capitale, e lo hanno potuto fare, e vi sono pervenute, grazie al “modo d’essere” del capitalismo, ai suoi animal spirits, al suo dispiegamento, nella ricerca di “spremere” profitto, estensivo (al mondo) e intensivo (in ogni paese), che ha portato all’emergere, dilatarsi e affermarsi come primario del versante del denaro-banca-finanza (rispetto alla sussunzione dei versanti della produzione e della circolazione), nonché – e ciò è fondamentale: è un sine qua non – grazie alla decisiva interconnessione con le potenze statuali – priorità dell’economico-capitalistico e primato del politico-statuale –, in primis quelle massime imperiali, nonché, già da prima, con altri Stati e compresi quelli dei paesi ora subordinati o proprio satelliti. Il che, se ha anche comportato la spinta allo sviluppo scientifico e conoscitivo, si è tradotto nello scatenamento della tecnologia e sua applicazione – il continuativo “nuovo” è posto e imposto come migliore, e “piú bello”, del precedente, che è “vecchio”, che va dismesso (il che è anche “peggio”, a livello socio-economico, del principio militare, per cui si usa sempre l’innovazione che possa essere piú efficace, senza però dismettere subito armamenti e modalità precedenti, finché conservino funzionalità) –, con “messa in forma” della stessa scienza-conoscenza, e distorsioni su tutti i livelli, e modalità strumentali nella sua “essenza” della tecnologia.

Tutto questo è avvenuto tramite tormentate e articolate vicende storiche, di cui tali centrali e oligarchie sono componente, realmente importante e gravante, ma ne sono una, e non totalizzante – e (come si può ricostruire storicamente) non senza frizioni, tensioni e scontri, sia al loro interno, sia con le potenze statuali, prima e nel seguito degli accordi, pur poi ogni volta ritrovati, nonché nell’urto con un’opposizione, pur articolata, che però via via si è sempre di nuovo levata. Né si è pervenuti a imporre il dominio imperial-oligarchico mondiale – il loro – voluto da queste “centrali”.

Non basta: sempre adottando la “visione” indicata, si arriva – come si è anticipato – alla condanna del «’68» e “dintorni”, situazione piú recente e generalizzata. Chi non ne parla, chi lo ripudia, chi lo dice nocivo – comunque sempre ispirato, diretto e condotto dalle oligarchie ebraico-massoniche aut similia –, e ne avrebbero continuato a scaturire tutti i “mali” già accumulati, fino al presente.

Si pensi: negare – anzi “abiurare” – un insieme di movimenti che, con tutti i limiti e difetti che si voglie, hanno cercato di contrastare l’imperialismo, comprese le attitudini rispetto al mondo; hanno spinto (pur senza chiarezza teorica adeguata) a superare il capitalismo, comunque a far avanzare condizioni e diritti dei lavoratori e classi subalterne; che hanno portato istanze di liberazione dai soffocanti autoritarismi, asfittici classismi, imposti “perbenismi” (inclusi i pesanti obblighi religiosi, con diritto di critica e di fuoriuscita da tali credenze), e compresa l’azione per la completa parità dei diritti dell’«altra metà del cielo»; che erano volti andare ad “altro” e “oltre” rispetto all’astringente e repressivo “sistema liberale”; che hanno tentato di applicare creativamente l’elaborazione marxiana (pur non riuscendoci appieno, ma lasciando basi importanti di avanzamento)…

Altri chiarimenti

Con il «’68», e “dintorni” e suite, si è generato e si è levato un Geist, un Esprit, ossia uno “spirito”, esteso, che si può solo definire come fermento, profondo e continuato a lungo, di attive attitudini pratiche e di vivace comprensione e ricerca intellettuale (senz’altro con “deviazioni” ed errori, ed erranze – ma, se gli errori portano a vie sbagliate, le erranze possono portare a scoperte prima non còlte) –, ed è questo “spirito” che si nega e discredita, e si vuole che resti finito per sempre… Infatti, è tutto condannato “in sé”: autori di riferimento colpiti con citazioni isolate, estratte da testi e contesti, con distorsione del loro pensiero; quanto è stato fatto e conseguito, e ha “segnato” la realtà, posto come prodromo del “piano” attuale dell’Anglosfera davosiana – e si arriva fino a stigmatizzare (da parte di certuni) quel movimento con le “etichette” di «liberale e marxista».

Allora va chiarito: il liberalismo è sorto e proceduto come liberazione, effettivamente progressista, da potere e dominanza, preminenza e permanenza, assolutistiche e feudali, nonché da modalità dispotiche e da domíni tirannici o comunque dittatoriali (intessendo Costituzioni statuali e modalità giuridiche, nonché sociali – tanto che di uno Stato o un paese che ne fuoriescono si suol dire che “si liberalizzano”), ma si è fondato sulla libertà astratta, senza dubbio relativa a fattori importanti (dal reciproco bilanciamento dei poteri statali, tripartiti in esecutivo, legislativo, giudiziario, all’indizione e uso delle elezioni – diritto via via ampliato a tutta la popolazione, con diritto di elezione attiva e passiva –, alla libertà della persona, della proprietà, di sicurezza, di opinione e sua espressione, di eguaglianza giuridica…), però del cittadino astratto (concepito al di fuori delle condizioni economiche, sociali, politiche, culturali, della massa della popolazione, ossia delle condizioni reali, differenti e cogenti, condizionanti e subalternizzanti, per i molti, i tanti, i piú), per cui il liberalismo, imponendosi e attuandosi, è andato infine contro la libertà concreta del cittadino concreto, e si è rovesciato nel suo opposto (servendo a un individualismo anti-sociale, con le ricadute folli che oggi vediamo e viviamo appieno, e volte al “perfezionamento” neo-totalitario del dominio di capitale e Stato, e alla loro “messa in forma” di scienza-conoscenza-tecnica). Perciò, come minimo e specie dal «’68», proprio il “sistema” liberale è stato il “terreno” di lotte per ampliamento dei diritti economici e sociali, e di battaglie che aspiravano (pur senza chiarezza) alla democrazia – en passant, va qui detto e ribadito, in proposito: la democrazia non è data dai diritti liberali, del resto ormai sempre piú desueti, in quanto via via o trasformati, o svuotati, o aboliti nei fatti, dal liberalismo instaurato, e neanche dall’estensione e dalle “ricorrenze” del voto, ma dalla diretta socializzazione della decisionalità.

Riguardo al «marxismo»: come tale non è mai esistito, tantomeno come “entità” sistematica conclusa e chiusa (e lo stesso K. Marx rispose, in un’intervista: «io non sono marxista»), e vi sono stati diversi «marxismi» e «marxisti», i quali, se non tutti, nella maggior parte, hanno bloccato l’elaborazione lasciata da K. Marx e F. Engels, non cogliendone o “mettendone da parte” i “nodi” lasciati e rimasti aperti (di necessità: dato il tempo storico a cui questa risale e dato il divenire successivo), tramutandola in ideologia “di copertura” – per cui sono stati i peggiori nemici della vitalità di tale elaborazione: «marxismi e marxisti contro Marx!». E, in primo luogo, nel loro insieme i «marxismi» e «marxisti» non hanno saputo procedere sul “nodo” dello Stato – né, di conseguenza, affrontare e sciogliere il “nodo” del rapporto partito-Stato, che porta il partito a diventare organico allo Stato stesso, e suo supporto, quindi in contraddizione con le premesse e promesse di oltrepassamento del “sistema” –, ed è proprio su tale “nodo” che il complesso del «marxismo» è «andato in pezzi» (come argomenta H. Lefebvre, nei suoi quattro volumi di Lo Stato, 1976-77, riprendendo il “nodo” lasciato aperto da K. Marx con il suo stesso opus magnum, Il Capitale, lavoro non compiuto e non concluso, che voleva affrontare, appunto, lo Stato, nella triade «terra, capitale, statualità», andando da qui alla società – di H. Lefebvre, anche La rivoluzione non è piú quella, 1980).

Le indicate posizioni critiche del «’68», e in particolare le due “etichette” citate, mirano a condizionarne la repulsa come se ne senta o legga – né è difficile, poiché tali vari “operatori” riscuotono fiducia per le valide denunce, proteste, posizioni su altri piani, e ne fanno una commistione con “dati” isolati, interpretati ad hoc, anche fantasmagorizzati, per attestare le altre “esternazioni”: ed è questa una “modalità” che “funziona”. Mentre il «’68» ha cercato (ripetiamo: non riuscendovi, ma lasciando basi avanzate) di andare avanti, il «marxismo» è posto “in blocco”, in modo rozzo e retrivo, come dannoso “in sé” nella “certa visione” citata, accecandone ogni ricezione, e comprensione. Cosí si concorre ulteriormente a occultare ogni analisi di capitale, Stato, scienza-conoscenza, classi e rapporti di classe, vicende storiche – contro l’elaborazione di ogni teoria adeguata in relazione alla práxis. E si tenga presente: non ci può essere movimento adeguato senza teoria adeguata

Riguardo alla “certa visione” esaminata, la si può rovesciare e contrapporre a essa stessa: non fa parte, a sua volta, dell’azione delle omni-pervasive “centrali” finanziarie? Ma non sovraccarichiamo la “faccenda” (principio del «rasoio di Ockham»: entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem) di “occhiute” intenzionalità soggettive – pur senza negarne a priori alcune “presenze”. È anche questa un esito del “piano” in atto dell’Anglosfera davosiana: oscurantismo indotto nei campi del sapere, usato e nel contempo manipolato e degenerato – il che genera, come reattività di vari “oppositori”, sospetto, critica, fino alla demolizione di tutto, risalendo (in maniera lineare e non dialettica) a quanto distorto, non cogliendone però la distorsione; nella risultante “lacuna” di comprensione e di strumenti concettuali necessari, ci si sposta su “cause altre”, quali “forze” pervasive di possenti “entità”, ristrette e stratificate “piramidi” di “padroni del mondo” operanti da “un sempre”.

E vi sono ricadute (di “fuga-consolazione” di fronte a un’avvertita inanità o comunque grandi difficoltà nella situazione attuale): non manca l’induzione a “illuminazioni” fantasmatiche, a credenze nell’irreale, surreale, sovrannaturale, alla visionarietà (“stile” fantascientifico o fantasy, però “scientificizzato”, e con estesa para-eidolia) di “misteri dell’antico Egitto”, e di Terre piatte, Terre cave, Lune artificiali, di opere immani compiute da “extraterrestri”, di presenza (o nel lontano passato, o nei processi storici, o ancora nel presente) di “alieni” (visti come o “creatori”, o “propizi”, oppure “ostili”), né ci si priva di “fuoriuscite”, sia di gruppo, verso comunità (sognate) “autosufficienti”, sia personali, magari in antiche, o ricombinate, o nuove, “elevazioni spirituali” – aut similia.

Intanto cosí si concorre a far evaporare, insieme alla “strumentazione” teorica, l’effettiva conoscenza del passato (piú lontano, piú vicino, piú recente), e cosí si fa affondare il presente nel “porto delle nebbie” – e sprofondare il futuro nel buio.

«La filosofia continua…»

Proprio a contrastare questo “andazzo”, va riportato alla luce un primo “snodo” nella storia (relativamente recente). Già K. Marx aveva criticato quanto si imponeva nell’allora maggior partito politico del movimento dei lavoratori e classi subalterne, il Partito socialdemocratico della Germania (1875, Critica del programma di Gotha – città dove si era tenuto il congresso del partito), a seguito della linea elaborata ed ereditata da F. Lassalle, benché dopo che K. Marx, analizzando la práxis della pur repressa nel sangue Comune di Parigi, 1871, avesse sintetizzato un’indicazione di “oltrepassamento”: assunzione del poteremassima estensione della democraziadeperimento dello Stato. La Socialdemocrazia tedesca procedeva, invece, a “conciliarsi” con lo Stato, per gestirlo, o meglio cooperarne alla gestione, sostenendo che cosí – con il “quarto stato” (cioè il partito, “per conto” dei lavoratori e subalterni) che “ascendeva nello Stato” – si sarebbe andati verso “un” socialismo.

E “il nodo venne al pettine” in seguito, attraverso la catastrofe della I° Guerra mondiale (guerra inter-imperialistica, in primo luogo fra Germania e Gran Bretagna, ma non solo, nonché nel contempo volta a sopprimere il tanto esteso movimento dei lavoratori e classi subalterne). E piú tardi si dirà: «la filosofia continua perché il momento della sua realizzazione è andato mancato» (cosí anche H. Lefebvre nel suo Abbandonare Marx?, 1983). La «filosofia», ossia la teoria – volta a “informare” la práxis del «movimento concreto» per l’oltrepassamento dello «stato di cose presente», cioè il superamento del capitalismo e il deperimento dello Stato (va ribadito: il capitale non si può dispiegare senza lo Stato) –, doveva continuare a elaborare: non si era concretizzata, era «mancato» il «momento», storico.

Quando e come? Nella temperie che va dalla fine della I° Guerra mondiale – con l’eurocentrismo (l’Europa centro-occidentale quale centrale decisionale sul mondo) già uscitone “scosso” e nell’ergersi della potenza d’Oltratlantico, gli Usa, intervenuti in Europa nella primavera del 1917 con un milione di soldati – e dalla Rivoluzione in Russia, agli anni venti del Novecento, per proseguire negli anni trenta.

Restando a solo iper-scheletrici cenni: l’apertura avviata dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia, dove il movimento aveva avuto successo contro imperialismo, capitalismo, reazione, seguita dalla guerra civile alimentata da forze inviate dalle potenze europee (vi contribuí anche il Regno italico); l’Armata rossa della Russia, costruita contro la reazione e ampliata nella guerra civile, che puntava ad arrivare a sostenere le forze rivoluzionarie in Germania, bloccata alle porte di Varsavia; la rivoluzione soffocata in Ungheria, il non-sbocco dell’occupazione delle fabbriche in Italia, il fallimento e repressione della rivoluzione in Germania (uccisi i suoi massimi “esponenti”, la Luxembourg e Liebknecht), la mancata avanzata in Austria, in Olanda, e altrove…

La rivoluzione assumeva un esito imprevisto: non si attuava “in-e-contro” il capitalismo nei paesi allora capitalisticamente «avanzati», e in primo luogo in Europa, per prendere invece un’ampia strada verso i paesi allora soprattutto agrari, come la stessa Russia, come la Cina, come i paesi asiatici, quelli del “Sud” del mondo – è la deriva della rivoluzione (come ha detto H. Lefebvre), verso il loro riscatto, liberazione, indipendenza. Ma è “altro” dalla prospettiva pensata, elaborata e voluta da K. Marx e F. Engels.

Mentre in Europa si levavano i movimenti della reazione, soprattutto nei paesi che erano stati sull’orlo della rivoluzione – in primis il fascismo in Italia, che “fece scuola” negli altri paesi, venendo ripreso specificamente in Germania, dove prese le mosse il nazismo –, nella Russia, dove la rivoluzione era rimasta isolata, e il partito (bolscevico, poi comunista) si era venuto “compenetrando” con lo Stato, modificato e ricostituito, si andò costruendo il «socialismo in un paese solo », facendo sorgere lo Stato piú possente, in quanto Stato-partito, mai prima esistito, che provvide alla difesa e all’industrializzazione del paese («accumulazione originaria» di risorse dall’agricoltura e «piani quinquennali»), e assunse il primato nel movimento internazionale dei partiti (dei lavoratori e subalterni) negli altri paesi, volgendolo in primaria “chiave” di sostegno allo Stato russo – «sovietico», ossia consiliare, dove però il ruolo dei soviet-consigli si traduceva solo in estesa organizzazione statuale (il contrario di quello di democrazia decisionale effettiva su cui i soviet erano sorti).

E la «filosofia» – la teoria, che avrebbe dovuto restare sempre aperta, procedere sui “nodi” irrisolti, sommati ai precedenti e in parte mutati nella nuova situazione determinatasi –, invece si irrigidiva e “congelava” in ideologia (qui da intendere, alla maniera di Marx, come “visione” funzionale ai dominanti, dunque agli interessi del potere costituito). Ideologia ufficiale, che diceva, su …tutto, “questo come”, “questo sí e questo no”, e cosí via, e si faceva non piú strumento, ma “copertura” di esistenza e modalità del nuovo Stato – il che “fece scuola” nei partiti degli altri paesi…

Ecco l’Urss, retta e diretta dallo Stato-partito, che assumeva tutto (economia, politica, società, cultura, morale), si occupava, interveniva e decideva su tutti i livelli. Si tralascia, qui, di trattare di “episodi” quali la Comune di Kronstadt; dello scontro, nella successione politica a Lenin, fra L. Trockij e J. Stalin (arrivando all’uccisione del primo, pur all’estero); dell’assunzione del pieno potere da parte di Stalin e suo “gruppo”, e delle periodiche «purghe» staliniane; di quell’iper-statalismo che, in fondo e infine, è stato lo stalinismo, a “ideologia ‘marx-stalinista’ ”, al di là dei risvolti autoritari e dittatoriali, oppressivi e repressivi, che ebbe il potere di J. Stalin (tanto che si è denominato, e non certo da parte di avversari della Rivoluzione e dell’Urss, lo stalinismo come «cancro della rivoluzione») – ciò, oggetto di ampia messe di studi, dovrebbe avere ben altro “spazio”.

Dunque, non la “soluzione”, bensí una variante, importante e fondante, tuttavia pur sempre nel contesto dell’insuperato modo di produzione, che ha continuato a incidere sull’umanità nel pianeta. Perciò il problema di “andare oltre”, del progetto di emancipazione, rimane: per lumanità. Quindi, «la filosofia continua», o dovrebbe. Cosí è stato per una serie di pensatori, e dunque «continua», sí, ma “malamente”, perché la combinazione fra il dispiegarsi della situazione storica, con gli stessi finali insuccessi, e l’opera dei dominanti, ha teso a porla “al margine”, e occluderne conoscenza e interesse – e c’è riuscita, in ampia parte del post-«’68» e fino al pieno nostro presente. E tuttavia «la filosofia» che «continua» ancora resiste e prosegue, pur ridotta ad ambiti (ora) piuttosto…ristretti.

La survie du capitalisme

La Russia-Urss proseguí nella sua opera successiva alla «Rivoluzione d’ottobre» (cosí nel calendario russo; era il 7 novembre 1917), ossia la prima metà del Novecento e oltre: II° Guerra mondiale (dal 1939, seconda catastrofe, in notevole misura continuazione della prima, e che, nella sua conclusione, segnò la caduta dell’eurocentrismo) e dopoguerra; «area di influenza» russa sui paesi dell’Europa centro-orientale; organizzazione politico-militare del Patto di Varsavia, nel 1955, in risposta alla Nato, costituita nel 1949; «Cortina di ferro» con i paesi-Nato; sua influenza anche con Cuba e in America latina, nonché in Asia, rapporti con la Cina, e altri… E la Russia-Urss sviluppò senz’altro un egemonismo, ma va riconosciuto che non se ne può trattare come di imperialismo «in senso proprio» (soggiogamento di altri paesi onde “spremerne” risorse a proprio vantaggio: anzi, dalla Russia vennero destinate ai paesi, che giunse a egemonizzare, ampie proprie risorse).

E la Russia, come Urss, continuò a impedire – come aveva già fatto per piú di un secolo contro il dominio mongolo e, in quanto Impero zarista, nei confronti di Turchia ottomana, Polonia, Svezia, Francia, Gran Bretagna… – la piena assunzione di un dominio mondiale “altrui”. Come aveva fatto con l’intervento pro-reazione in terra russa delle potenze europee nel 1918-20, e rispetto alle mire di UK, Francia, “centrali” capitalistiche. Né permise che la potenza, sempre dell’UK, e della Francia, e del gravame possente che veniva dagli Usa, con le già presenti e prementi “centrali” finanziarie, nonché, poi, la possanza tedesca nazificata, si potessero “stabilizzare”. E impedí che la potenza Usa (impostasi dalla fine della II° Guerra mondiale) si affermasse come dominio completo sul mondo.

Ma svolse anche un altro ruolo, di “referenza”: nessuna sua «crisi» negli anni trenta, bensí crescita e sviluppo di industrializzazione e annessi, in base all’opera statuale.

Il capitalismo sul piano mondiale si era lanciato ancora nell’accumulazione, attraverso e soprattutto dopo la conclusione della «Grande Guerra», raggiungendo un livello fino allora mai visto – sprofondando perciò, via via, nella sua «crisi» di sovraccumulazione, ulteriormente “gonfiata” dall’espansione finanziaria (azioni, investimenti, titoli, prestiti, speculazioni, etc.), lanciata per contrastare la stessa tendenza alla «crisi» (precisamente come è successo in seguito e, come si è detto, avviene tutt’oggi). Fino al già indicato sballo, con la caduta della pendente «spada di Damocle» del redde rationem, il «venerdi nero», il 24 (già 25 in Europa) ottobre 1929, a Wall Street (la Borsa) di New York: niente profitti, i titoli crollano, la produzione cade – e la «crisi» esplode in tutto il mondo capitalisticamente «avanzato», e milioni di persone senza occupazione e reddito: “sul lastrico”.

Allora gli Stati – quello Usa, ma anche gli altri – presero a intervenire direttamente e attivamente a livello economico, e, oltre che statisti e politici, degli economisti (i quali nella loro massa non avevano prima né colto, né capito, alcunché) cercavano di comprendere e indicare “ricette”: il capitalismo, come “sistema” economico, sociale, politico, culturale, era effettivamente sull’orlo del crollo. Un economista quale J. Schumpeter fu colpito dal fatto che l’Urss fosse rimasta del tutto indenne dalla «Grande Crisi» (come fu chiamata), e cosí in qualche misura anche l’economista J. M. Keynes, che sviluppò la sua teorizzazione sul fattivo e necessario intervento dello Stato – in estrema iper-sintesi: l’equilibrio fra domanda e offerta di capitale, e la produttività del capitale investito, è vista da J. M. Keynes non in quanto “norma” generale – come sosteneva il pensiero economico invalso (allora, ma anche ora) –, bensí una situazione particolare, mentre, invece, proprio “di norma” si hanno anche squilibri, con balzi e cadute di «redditività», per cui occorre l’azione statuale onde indirizzare e/o sorreggere, e sorvegliare, investimenti, produzione, occupazione, connesso “lavorio” bancario, azionario, borsistico, etc.

Peraltro gli Stati stavano già, pragmaticamente, agendo così – anche laddove le teorizzazioni di quelle che sono state dette «politiche economiche keynesiane» non erano note o non considerate (o non “ufficialmente”). Dunque, «Grande Crisi» del 1929-30 e anni seguenti: ecco la «sopravvivenza del capitalismo» al suo crollo (cosí H. Lefebre, La survie du capitalisme, 1973), in base al complessivo intervento statuale – veniva emergendo una sorta, sempre di capitalismo, sí, ma in qualche misura “di Stato”, cioè tramite il supporto e l’iniziativa, la promozione e l’investimento, statali. E serviva, appunto, la “referenza” all’operato dell’Urss. In verità, la «crisi» fu effettivamente tamponata e fermata (con varie misure importanti – per esempio, anche in Italia, si andò dalle grandi «bonifiche agrarie» alla formazione di Agip e Iri, e in Germania al massiccio riarmo), ma non appieno superata: lo sarà solo con il possente programma di armamenti (investimenti, produzione, occupazione, sub comando statuale) verso la II° Guerra mondiale, e suo “utilizzo” nella guerra stessa.

II° Guerra mondiale e Russia

C’è “qualcos’altro” di molto importante, trascurato e spesso anche occultato: è stata la Russia-Urss, non solo a impedire, ma ad abbattere il progetto della Germania nazista – che non era poi tanto poi “mal visto” dall’UK, e dagli Usa (non riuscito il piano germanico, dopo aver occupato la Francia, di piegare la Gran Bretagna nello scontro delle rispettive aviazioni: «Battaglia d’Inghilterra», 1940).

Infatti. se la potenza hitleriana, attaccata la Russia («Operazione Barbarossa», giugno 1941), l’avesse effettivamente vinta e poi occupata, si sarebbe potuto trattare con la Germania, di sicuro uscita provata dall’impresa: donde un doppio successo, la Russia soggiogata e la Germania stessa spinta a “piú utili accordi” – la cui durata, piú o meno lunga, sarebbe successivamente stata da considerare e “gestire”…

È stata la Russia, con sacrificio umano terrificante (27 milioni di morti), a respingere e abbattere il “grosso” della potenza tedesca, per cui è stata il vero e primo vincitore della II° Guerra mondiale. In Europa certamente, poiché l’inarrestabile avanzata russa verso Berlino forzò Usa-UK-altri alleati allo sbarco in Normandia (il tanto celebrato D Day, 6 giugno 1944), per non lasciare tutto il pieno successo, e l’egemonia, in Europa alla Russia. Ma l’Urss ebbe gran “peso” nello stesso Estremo Oriente: già nel 1938 aveva sgominato le forze giapponesi in Mongolia e nel 1945 l’Armata rossa ne distrusse tanto rapidamente l’armata in Manciuria, che anche il timore della possibile resa all’Urss del Giappone (onde evitare, da parte sua, la piena sottomissione agli Stati Uniti) portò gli Usa alle due tremende iper-bombe (“innovative”: atomiche) sul paese ormai disfatto, onde averne “per sé” la resa totale – ed esibire la propria possanza alla Russia stessa, e al mondo.

Ma la Russia ha corso il forte rischio di sottomissione e perfino di frammentazione in diverse statualità indipendenti (in cui le operazioni di Usa/UK e “soci” avrebbero potuto avere un “buon gioco”) con la fine dell’Urss – avviata nel 1989 con la caduta del «Muro» che divideva Berlino e la Germania, e conclusa dal 1991 (anno in cui fu sciolto anche il «Patto di Varsavia»).

Lo studio dell’“implosione” dell’Urss è poco diffuso, né condotto “a fondo”, o comunque poco se ne tratta. Anche ciò richiederebbe ben altro “spazio”, per cui qui si può solo andare per meno che ridottissimi accenni: lo Stato-partito russo, avendo pur portato il paese a livello degli altri paesi capitalistici nell’industria pesante, beni durevoli, scienza-tecnica, garanzie e diritti attuati statualmente, ma non nella diffusione e circolazione dei beni di consumo, tanto piú trovandosi sotto la grande pressione politico-economica, ma anche la penetrazione della “(sub-)cultura di massa”, da parte di Usa e “soci”, nonché inoltre scosso dal fallimento dell’intervento militare in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989…ebbene, per lo Stato-partito russo era difficile continuare con l’iper-statalismo sistematico, peraltro colmo di diffusa corruzione, cresciuta anche “a livello brado”, mentre si cominciavano a levare quei “grandi capitalisti” che sarebbero poi stati chiamati (in Russia) «oligarchi», e intanto si era estesa la spinta alla “liberalizzazione”, politica, economica, sociale, giuridica, culturale, della “forma” statuale – d’altra parte, alcune “riforme” che erano state varate avevano portato solo ad accentuare l’instabilità. E tutto questo “sommovimento” sboccò nel disfacimento dell’Urss, in quanto ritenuta (o non saputa che ritenere) “irriformabile”, e pose la Russia in forte pericolo di sussunzione e addirittura sfascio – compresa l’avvenuta rilevante riduzione della sua popolazione. Intanto un altro successivo colpo era venuto anche dal mancato successo nella prima guerra contro separatismo e terrorismo in Cecenia (1994-96).

Però la Russia si è ripresa, con la ricostruzione statuale della Federazione russa, da circa il 2000, con V. Putin – risolvendo anche la seconda guerra in Cecenia (1999-2000) e pur subendo e successivi, continuati e gravi attentati terroristici (dal 1999 al 2002 e 2004) –, e ha assunto un dichiarato “sistema” capitalistico, ma sotto controllo e intervento statale. E la ripresa della Russia-Federazione russa ha continuato a impedire la piena preminenza globale degli Usa con il minore “compare” UK, e l’annesso Israele; e, arrivando ai nostri giorni, è la Russia che ha bloccato – ripetiamolo – l’imposizione del dominio imperial-oligarchico sul mondo: il dominio loro, quello di tali potenze (con subalterni e satelliti) connesse al “piano” delle oligarchie finanziarie globaliste.

Infatti

Applicando dovunque dal secondo dopoguerra «politiche keynesiane» aut similia, si è proceduto alle ricostruzioni e all’ampia crescita dell’accumulazione di capitale, con sua centralizzazione e concentrazione (le corporations multinazionali e transnazionali, e le sempre piú potenti “centrali” finanziarie) – non certo in maniera pacifica: oltre duecento le guerre “di area” o “di teatro” fino a tutt’oggi, con spinta e presenza diretta o indiretta delle potenze imperiali.

Tuttavia, il contesto restava…“problematico”: da un lato, l’ascesa dei movimenti (con istanze economiche, sociali, politiche, culturali, oltre che anti-imperialistiche, dagli anni sessanta del Novecento fino al «’68» e suite); dall’altro, la mancata soluzione – o non in maniera durevole e assestata – da parte delle «politiche keynesiane» dell’adeguata produzione, realizzazione, accumulazione di profitto.

Trattandone, sempre in iper-sintesi: anche unità e comparti produttivi poco “remunerativi” come profitto si mantenevano in base al supporto, diretto, indiretto, “di contorno”, da parte della statualità, che “rastrellava” capitali con l’esazione e/o il debito; intanto si riconoscevano tutele normative e retributive, si manteneva l’occupazione, pur in parti piú frammentate la si accresceva; però i profitti complessivi languivano, si riducevano, o mancavano. Ma la legge costitutiva, il motore che si può definire consustanziale del capitale, è primariamente il suo accrescimento (valorizzazione del valore accumulato) tramite la ricerca del massimo profitto per l’accumulazione del capitale stesso.

Ma – si può dire – è davvero questa la “legge imperante”, cosí cieca e sorda? Che porta all’eccesso, allo “sballo”? Sí, questo è il capitalismo come modo di produzione nella sua essenza (ed è solo apologia del capitalismo stesso sostenere che sia questo “il” modo di produzione – da ritenere in sé come quello piú “funzionale e razionale”).

Di qui, dato il livello raggiunto e in crescita della centralizzazione-concentrazione finanziaria – che assorbiva le stesse corporations operanti a livello multinazionale e transnazionale, e pervadeva la statualità –, si è giunti allo “sgretolamento” di tale assetto politico-economico-sociale (riprendendo e usando ad hoc, a livello ideologico, anche critiche al «keynesismo» di vari econonomisti-ideologi, andando da F. Von Hayek a M. Friedman), dagli ultimi anni settanta e negli ottanta, e poi novanta, del Novecento. Intanto, i movimenti dal «’68» in poi (in Italia si può loro assegnare la data-limite del 1980), non riuscendo a trovare un effettivo sbocco, si venivano riducendo, refluendo, spengendo – si chiudevano, lasciando solo “pezzetti” sparsi, auto-referenziali, circoscritti.

Ebbene, è almeno dagli anni novanta (del secolo scorso) che le “centrali” oligarchiche finanziarie globaliste intensificano il loro “intessersi” con le potenze statuali imperiali e la penetrazione negli altri Stati subalterni. E spingono alla «globalizzazione», e l’espandono («globalizzazione» ulteriore e ancora piú intensa ed estesa, perché, in verità, una forma di «globalizzazione» è componente dello stesso sorgere del capitalismo, a partire dalle «scoperte geografiche» ossia gli imperi coloniali, e l’espansione al/nel mondo è sempre stata parte integrante del dispiegamento del capitalismo stesso – insieme alla sua “costante inerente”, quella dell’imposizione tramite le guerre); nel contempo, si definisce il “piano” del Wef che si è indicato: il Great Reset, il Nwo, il «Governo unico» di imperio-oligarchico globale – “piano” accentuato e voluto, appunto, in base allo «stato critico permanente» in cui questo assetto capitalistico entra dagli inizi del XXI secolo.

Questo “piano”, però e come si è già sottolineato, si poteva, e si può, attuare solo con la sottomissione, e meglio ancora la frammentazione, della Russia – isolando cosí Cina e altri paesi “dissenzienti”, per poi sottometterli –, donde l’azione di contenimento e “messa sotto pressione” di alleati o vicini alla Russia, e della Russia stessa, fino a tenderne all’accerchiamento e poi arrivando alla diretta aggressione tramite la “performata ad hoc” Ucraina – e, come si è detto, l’“incendio” nel Vicino Oriente, e la ripresa della guerra in Siria, e i “lampi di guerra” con la Cina, e sul 38° parallelo fra le due Coree.

Ma la Russia, paese che copre un ottavo delle terre emerse e che è ricchissimo di risorse del suolo e sottosuolo, non intende assolutamente farsi battere e sottomettere – anzi, sta sempre piú dimostrando di accrescere la sua valenza economica e la stabilità del suo assetto politico-statuale, di attuare la trasmissione e sviluppo dei saperi (nello status in cui sono), di mantenere una visione culturale-artistica che conserva il meglio di quanto è stato creato, oltre a essere capace di dispiegare una forza militare effettivamente superiore, nonché di raccogliere alleati nel mondo. E blocca l’attuazione del “piano”, pur facendolo – e anche questo va tenuto ben presentenel contesto del complessivo modo di produzione capitalistico, in cui anch’essa si situa.

Intanto però, l’operazione generale – come indicato – del “piano” globalistico dell’Anglosfera spinge per continuare nei paesi sub potenza imperial-oligarchica, e si pone come affermazione dei «valori occidentali», «democrazia, «difesa della civiltà», «dell’Occidente». E all’interno sia delle potenze imperiali, sia degli Stati subalterni, le forze politiche “ufficiali” si avversano – «sinistra» vs «destra» – dentro tale “piano”: la lotta è per chi lo gestisce. In Italia (riprendendo una felice connotazione di D. Fusaro) la «sinistra fucsia» l’applica come “progresso”; la «destra bluette» invece…pure, pur con modalità meno “ardite” e “strizzando l’occhio” alla “tradizione”. Su “faccende di contorno”, marginali (rispetto ai diktat del “piano”), la «sinistra» a volte “ci dà” contro la «destra», e la «destra» a volte “ci dà” contro la «sinistra»: il che, unito alla propaganda di prospettive immaginarie, serve – finché si usa la forma elettorale, basata a livello di massa e per chi non si rifiuta con il non-voto, sul voto contro “qualcuno” o pro “meno peggio” –, a spartirsi i consensi dell’elettorato nell’alternativa unica (ben cosí definita da J.-Cl. Michéa, L’impero del male minore, 2008).

I«valori occidentali»

Che cosa sta “a monte” di quelli che sono posti come «valori occidentali», ossia del “progresso” assunto dalla «sinistra» e accolto dalla «destra»? Le lotte e istanze dei movimenti dei lavoratori e classi subalterne, pervadenti anche la seconda metà del secolo scorso (e dal «’68» e seguito) e protrattesi nel XXI, sono state riprese, trasformate e distorte (era già avvenuto in comparti prefiguranti: per esempio, le Cooperative, sorte per fornire buoni prodotti a prezzi contenuti alle classi piú povere, tradotte in holding della distribuzione-circolazione; i centri marittimi per permettere buone vacanze a lavoratori e subalterni a “scarso reddito”, tradotti nei Club Valtur o Mediterranées…).

E lo viviamo: la lotta per la parità dei diritti, senza discriminazioni – inquadrati in questo obiettivo, per la totale «parità dei diritti» e il totale «diritto alla differenza» sulla “questione femminile” (dice H. Lefebvre), con eliminazione di ogni condanna discriminante dell’omosessualità –, unita a quella per la difesa e ampliamento dei diritti sociali, tradotta, dalla “riserva indiana” delle «quote rosa», nell’anti-antropico scatenamento dell’ideologia Gender e della lobby Lgbtqi+… (che dilaga in film e tv, arrivando all’ammaestramento scolastico dei bambini), e nella sostituzione dei diritti sociali con i deformanti e inventati “diritti civili”; la lotta contro l’inquinamento di intere aree e per la difesa, salvaguardia, ripristino dell’ambiente tradotta nel «cambiamento climatico» per il «riscaldamento globale», con «crisi climatica», donde l’«eliminazione delle emissioni di CO2» (termine chimico per presentarsi “scientifici”: è l’anidride carbonica) e «transizione Green»; la lotta per l’«internazionalismo» anti-imperialista e anti-razzista tradotta nel “W la globalizzazione!” e nel flusso voluto e causato, organizzato e forzato, dei migranti da Africa, Asia e altrove; la lotta per tutele sanitarie (sul lavoro e nella società) tradotta nel dominio, pernicioso (come dimostrato nella truffa pandemica, nelle “cure” letali e nei venefici-vax), nonché “pozzo senza fondo” di risorse, della Sanità; la lotta per le libertà personali di scelta e prospettive tradotta nello sfascio delle pur modeste tutele normative e salariali, e nella deregulation di un liberalismo, scatenato sí, ma in quanto applicato ai dipendenti e alle imprese minori e medie; la lotta per la libera espressione e manifestazione tradotta nella “tutela” di autorizzazioni e “regole”, onde “non uscire dall’ordine civile” (sotteso: “liberi di esprimere ciò che dice il regime”); il «diritto alla città» svanito (come si è detto) nelle “case-cappotto” (“anti-emissioni”), «città da 15 minuti», Smart City; la lotta per il «socialismo» (pur non ben definito) e comunque per condizioni socio-economiche piú equanimi, tradotta nel rimettersi individuale al controllo-comando di Stato nell’alienazione (concreta) digitale (con tanto di aumento delle emissioni elettro-magnetiche, 5G e oltre, e suo uso per…tutto, «documenti» compresi, di Tablet, Smart Phone, IT-Wallet, nell’espansione dell’IA), verso (come già ricordato) l’abolizione del contante e il «non avrai nulla e sarai felice»; la lotta per studio e comprensione aperti all’indagine sulla realtà, con libero dibattito, tradotta nelle linee vincolanti del «politicamente corretto», insieme allo sfascio dell’istruzione-formazione; la lotta per la democrazia e comunque per aprire spazi politici perché i subalterni possano incidere, tradotta, al piú, in organi burocratici locali “consultivi” e ingabbiata nelle elezioni condizionate da “obbedienze” ad “altrui”, e da “interessi” vari e dai media dell’alternativa unica (quando non “soggette a correzioni” per “esiti male accetti”).

Si può approfondire, come per l’arte, cosí importante in tutti i suoi campi, dove si spingeva alla libertà creativa in rapporto ai saperi artistici accumulati e alla realtà esistente, ridotta a “trovate ornamentali” (spesso opinabili), e funzioni dell’industria dell’intrattenimento – che comprende sia la musica come “accompagnamento standard” di un po’…tutto e di fittizia esaltazione programmata (nei “concerti”), e il comparto delle «vacanze» e del «turismo», quest’ultimo via via devastante lo spazio naturale, storico, culturale, con i turisti stessi quali “prodotti”…

E sono state perfino riprese, degenerate, e strumentalizzate, e usate, idea, forme e pratiche della rivoluzione – basta considerare le varie «rivoluzioni arancioni» o «colorate» (né tali “tecniche” sono affatto dimesse), e compresa quella dell’«Euromaidan» (pro-Ue in Piazza Maidan, a Kiev) in Ucraina (fine 2013-inizi 2014), e ora tentata in Georgia, tutte “montate” tramite organizzazioni sia penetrate in loco (Ong o simili), sia locali, tutte ben finanziate e con “mercenari assunti”, nel “piano” dell’Anglosfera davosiana.

Emerge una sorta di “dono di re Mida” alla rovescia: assumere le diffuse e presenti istanze di superamento o comunque di miglioramento di “una data situazione”, per cosí dire “avvelenandole”, ossia degenerandone e distorcendone i contenuti, e quindi traducendole in modalità del “piano” – nonché, nel contempo, “bruciandone il terreno”, occupato con queste “performazioni”, funzionali.

È in tale contesto che la «sinistra» (in Italia, ma si può generalizzare) nel suo corpus è giunta al “porto d’approdo” di rovesciarsi nel suo opposto (intuizione profetica di P. P. Pasolini sul Pci già negli anni sessanta del secolo scorso, pur senza poter, allora, vederne appieno la “rotta”) di esecutrice del “piano” dell’Anglosfera – abiurando, nel suo “grosso”, ai termini «socialismo» e «comunismo», o abbandonandoli a una marginalità “vetero”, per riprendere l’adesso poco significativa distinzione di «sinistradestra» dell’Assemblea nazionale francese del 1789. E, avvezza alla cogestione con le forze di governo nel subalterno Stato italiano e in piena carenza di una qualche elaborazione, aveva accettato la Nato, assunto e accantonato l’“implosione” dell’Urss, assentito all’Ue, quindi al dominante liberalismo economico scatenato (detto «neoliberismo»), donde il conseguente “allineamento” con le oligarchie finanziarie globaliste; non restava a essa che situarsi nella contesa politica per gestire “da impiegati” l’assoggettato Stato, andando anche alla mutazione della composizione sociale di referenza e adesioni (comparti di ceti medi e alti, in primo luogo “cordate” di “interessi” e “interessati”, e seguiti elettorali basati sulla vischiosità spoliticizzata della “tradizione”).

E la «destra»? È “discendente” dalla reazione o comunque dalla conservazione, ne mantiene le “stimmate” – quindi ne conseguono i conati di mantenere “quel che c’è” (sia positivo che negativo) nei versanti dello stesso tradizionalismo socio-comportamentale (di cui si mantiene il valido e il non-valido), ma solo finché sia possibile, poi…si lascia cadere. E su di essa, nel suo “grosso” (senza ricordare le “velature fascio-nostalgiche” o le posizioni proprio pro-naziste di piú piccole formazioni), non c’è da dire altro che è, da sempre, al sostegno del “sistema” vigente, arrivando, al piú, a disegnarne lineamenti di strutturazione neo-corporativa (di classi, strati, ceti, e di funzioni e mansioni: “ognuno al suo posto!”), il tutto sotto un autoritario “nazionalismo patriottardo” (tutt’altro dalla salvaguardia della nazione, ma con “facite ’a faccia feroce” all’interno, e per niente verso i dominanti “altrui”), senza basi fattive, e di mera “copertura” dell’adesione al “sistema” stesso – nel mutamento, anche per essa, di parte della composizione sociale di referenza e adesioni (oltre ai settori “di sempre” di ceti alti e medi, e altre “cordate” di “interessi” e “interessati”, insieme agli strati “invischiati” da tale “tradizione” anche comparti di lavoratori e subalterni, abbandonati dalla «sinistra»).

L’Occidente èaltro

Sono quelli indicati i «valori occidentali»? È la «democrazia», è la «civiltà»? È questa la realtà politica, economica, sociale, culturale, dell’«Occidente»? Insomma, è questo l’«Occidente»?

I termini «Occidente», «occidentali» sono assunti, come “proprio blasone”, dall’Anglosfera, ma anche dalla Russia, con la dizione di «Occidente collettivo», nonché da chi sostiene il ruolo della Russia, applaude allo sviluppo dei Brics, si oppone all’Anglosfera e al regime suddito in Italia. C’è chi aggiunge «oligarchie occidentali» o «anglosassoni », ma non muta l’uso del termine «Occidente». Si vuol dire che se ne è compiuto il «tramonto»? (Cosí O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, 1918-22, che ne scriveva in base all’eurocentrismo “spezzato” con la Iº Guerra mondiale.) O che ne è arrivata la «sconfitta»? (Cosí il recente E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, 2024, «sconfitta» vista come dovuta alla “pochezza” delle sue “classi dirigenti”, il che, però, non appare còlto, o non abbastanza, come risultante dello specifico dispiegamento del capitalismo che è avvenuto.)

Si può dire: “ma è per situare…”. Ora, l’Europa occidentale (e Nato, e Ue) è a ovest della Russia, e gli Usa lo sono di piú. Ma Israele è a occidente? E l’Australia, e la Nuova Zelanda? E il Giappone? E la Sudcorea, e le Filippine? Non basta: a ovest di Usa e Canada, oltre al Giappone, non vi sono Corea e Cina? E a occidente degli Usa non c’è proprio la Russia (meno di 4 km, Stretto di Bering, dall’Alaska)? «Occidente» come collocazione geografica “non torna”.

Si può ancora obiettare: “perché insistere su una questione di parole?”. Be’, i termini dovrebbero essere il piú possibile precisi: con la lingua si “mette in forma” il pensiero, si generano eidéai, le si comunicano. – Tuttavia, la “questione” di fondo è un’altra.

Se si intende «Occidente» come denominazione sociale, storica, culturale, e dal passato al presente, è ostico accettarla. Con il termine va compreso (come dice Castoriadis, L’ascesa dell’insignificanza, 1996), «qualcosa che è la specificità, la singolarità e il pesante privilegio dell’Occidente: questa sequenza sociale-storica che comincia con la Grecia e riprende, a partire dall’XI sec., è la sola in cui si vede emergere un progetto di libertà, di autonomia individuale e collettiva, di critica e di autocritica: il discorso di denuncia dell’Occidente ne è la conferma piú éclatante». «Vi sono nella storia occidentale, come in tutte le altre, atrocità e orrori, ma non c’è che l’Occidente che ha creato questa capacità di contestazione interna, di messa in causa delle proprie istituzioni e delle proprie idee, in nome di una discussione ragionevole fra esseri umani, che resta indefinitamente aperta e non conosce dogma ultimo». E questa «sequenza», in cui si è creata conoscenza in tutti i campi, estesi in tutto il mondo, dove sapere e potere sono sempre andati insieme alla loro critica – e quante volte «le armi della critica» si sono tradotte «nella critica delle armi»? (citando K. Marx) –, nonostante tutto, prosegue fino a oggi.

Il modo di produzione capitalistico (che conta, esaminato «in senso proprio», ossia come dominante in tutti i campi, solo una storia di non molto piú di due secoli) è venuto sorgendo e dispiegandosi in Occidente, e si è via via esteso nei suoi “fattori” (politico-statuali, economico-capitalistici, scientifici-tecnologici, culturali-artistici, e anche militari, per non dire della sempre maggiore immediatezza di rilevazioni e comunicazioni) a tutto il mondo. Die Welt Weltet, «il mondo si “mondifica”» (rilevava M. Heidegger, Conoscenze fondamentali…, 1919-20), e si è “mondificato”, certo nei suoi ancipiti versanti, ossia «nel bene e nel male», però in base alla “dilatazione” dell’Occidente – e in esso la critica (teorica e pratica) l’ha sempre accompagnato. E dell’Occidente sono grande comparto organico storia, cultura e realtà della stessa Russia (che si dice la «terza Roma», dopo Roma e Costantinopoli), di quella Russia “permeata” dalla critica (teorica e pratica) indicata (Rivoluzione d’Ottobre, Urss, situazione attuale), di quella Russia che contrasta e blocca il “piano” dell’Anglosfera. E fanno parte dell’Occidente opposizione, resistenza, lotta interne all’Anglosfera contro il “piano” imperial-oligarchico.

Quelli prima indicati sono dis-«valori», in-«civiltà», non-«democrazia», pseudo-«Occidente collettivo»: “elementi” del “piano”, negazione dello “spirito” occidentale, tendenza alla putrefazione – il che rimanda al suo opposto e contrario. Allora, perché assumere, come “ovvi”, questi termini? Non si è subordinati all’operazione del “piano”? Certamente senza volerlo – a meno che

A meno che non si sia di fronte, anche qui, all’esito di un duplice effetto: occultamento culturale voluto e propugnato dal “piano” dell’Anglosfera, e risultanza di una sottesa (piú o meno consapevole) propaganda, per cui Russia, Cina, Brics, contrasto al “piano”, e cosí via, costituirebbero un “tutt’altro” e “tutt’oltre” rispetto all’Occidente – che, però, viene cosí consegnato “in blocco” all’Anglosfera davosiana stessa, la quale invece, in fondo e infine, è solo un dispiegamento sballato-sballante del modo di produzione in esso vigente ed esteso al mondo – e che resta da superare –, mentre il suo “piano” viene combattuto dallo e nello stesso “Occidente complessivo”, e sta venendo via via battuto a livello globale.

Proprio per queste ragioni, come si è visto, si è qui sempre utilizzata la denominazione di Anglosfera davosiana globalista di volontà imperial-oligarchica mondiale – e adesso precisiamo: proprio per salvaguardare e rinnovare, stimolare e lasciare “aperto” il vero “spirito”, teorico e pratico, di quella «sequenza» che è, resta, e deve restare, l’Occidente. Tuttavia, ci si dovrà avvezzare a sentir ripetere «Occidente», «occidentali…»: sono termini entrati nell’uso corrente – nonostante ciò, e proprio per ciò, che si è criticato. Ma, per ora, si tenga almeno ben presente la “questione”.

Rotto ilvasodei saperi

La visione cosciente è tanto piú importante in quanto quel dispiegamento sballato-sballante del capitalismo, che è l’Anglosfera davosiana, ha spaccato il “vaso” del complesso dei saperi, alla maniera della rottura di una specie di «Vaso di Pandora» che si fosse espanto fino a essere onni-comprensivo: dove insieme a “tutti i beni” stessero anche “tutti i mali” – e “tutti insieme” si sono sparsi per il mondo. L’antica illusione filosofica, per cui il «Sapere» pienamente sviluppato avrebbe infine sussunto il «Potere» (già I. Kant, ma soprattutto G. W. Hegel, Fenomenologia dello spirito, 1807, e poi l’insieme delle sue opere; poi ancora E. Usserl, e altri…), si è dimostrata essere soltanto un’illusione: generosa, e però illusione.

Se il sapere in tutti i suoi comparti è sempre stato un “campo di battaglia” (sotto le spinte e le volontà dei dominanti sul piano politico, sociale, economico – non però tutte unite e non senza spinte e volontà contrarie), questo “gioco” si “giocava” per lo piú nascosto – alla gran massa della popolazione, benché poi investita dalle ricadute di quanto vi prevaleva. Adesso il “gioco” è venuto allo scoperto. E in tutti i comparti: dalla medicina all’ambiente, all’economia e alla politica, alla scienza e alla storia, all’arte in tutte le sue espressioni, alla realtà e alla società, all’individuo e all’esistenza. La battaglia ha portato l’ideologia (quella dell’Anglosfera, ideologia da intendere in senso marxiano e da cogliere come agente, operativa) a imporsi come scopertamente dominante, tendendo a “piegare” e mistificare, deteriorare e distorcere, l’insieme dei campi del sapere a funzionalità del “piano”.

Laddove ciò non risulti abbastanza fattibile, si procede a occultare, o “riporre nel dimenticatoio”, o proprio cancellare – e si veda il dispiegarsi, a livello dei media, nonché di tv e film, e pubblicazioni varie, e anche nella scuola, sia della Woke Culture, che “mette in guardia” contro tutto ciò che appaia “contraddire” i “parametri” del “piano” (quelli delineati), e “mette in forma” gli “indottrinati” affinché ne avverta, respinga, espella; sia dell’associata Cancel Culture (la quale si è venuta fondendo e sovrapponendo con il già invalso «politicamente corretto»), che, sempre in base a tali “parametri”, porta a “inalberarsi” di fronte ad attitudini, discorsi, scritti, “non conformi”, a chiudersi ad argomentazioni, a rifiutare interi testi e opere, ad arrivare a “modificare” e perfino “correggere” opere di storica importanza culturale – nonché a giungere, appunto, addirittura a “cancellarli” dalla conoscenza (si è saputo che in certe biblioteche sono addirittura “smaltiti…al macero” una serie di libri, magari asserendo che “sono poco letti” – come se già si trattasse di una motivazione sensata).

Se questa è una grave operazione, che mira a imporsi come “modo d’essere”, c’è però di piú: vengono colpite varie acquisizioni conoscitive, frutto di tanto impegno e di successi ottenuti nel “gioco” interno all’insieme dei saperi, che invece adesso “non vanno bene”, deprivando di conoscenze adeguate, rompendo il metodo conoscitivo di analisi e generando un “vuoto” – lo si è anticipato, indicando la “lacuna” presente, ma giova tornarci –, che comunque spinge, quasi giocoforza, anche parecchi, diciamo, “dissenzienti a intuito”, a colmare il “vuoto” che si è determinato, però fermandosi al “facile”, riempiendolo con “segmenti” parziali spinti oltre i loro limiti, arrivando anche a “pata-teorie” piú o meno squinternate (magari sostenute con decisione…) e obiettivi fumosi e/o irrealizzabili, e giungendo alla “visionarietà” (tale “versante” tende a dilatarsi, poiché c’è da sempre un altro “tipo” umano: chi, o auto-convinto, o eccitato dalla credenza di aver còlto la “sostanza onnicomprensiva”, “si fa avanti” per trovare credibilità e spazio, non disdegnando perciò neanche la “credulonità” – il che si immerge in quella tendenza al “neo-messianismo” che si è indicata). E, poiché ne è facile la confutazione con “occhiuto” uso strumentale degli stessi resti dei saperi, pur ridotti all’inconseguenza, cosí si concorre al “gioco” dell’operazione ideologica, che spinge a “gettare nel calderone” delle “faccende da discutere” ma da “lasciare lí” quindi “senza rilevanza”, anche mistificazioni, o “costrutti lambiccati”, o farneticazioni, ponendovi alla pari fattive elaborazioni consolidate, critiche costruttive e di arricchimento o superamento rispetto a parte di esse, e nuove sensate acquisizioni – e il fine è di insabbiare in un tourniquet senza sbocchi.

Ma «anche ciò che voi omettete tesse alla tela di tutto il futuro degli uomini» (F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra, 1883) – concezione dialettica: sebbene in genere ciò non sia recepito, nessuna “cosa” che può “camminare” avanza senza il suo opposto e contrario, anche se gli opposti non debbano “di per sé” essere “pari” e “bilanciati”. E già si ha la “tessitura”: sia perché reagisce una parte degli “addetti” ai diversi comparti del sapere (pur minoritari: collocazione, redditi e finanziamenti incidono…); sia perché si avverte l’inconsistenza che scorre, silente “assenza” coperta dal frastuono di rumores, che rimanda alla “presenza” di “altro” e “oltre”; sia perché si determina una spinta alla riappropriazione di conoscenze acquisite per la loro applicazione costruttiva.

E in questo “gioco” fattosi “scoperto” occorre situarsi – e lo si fa, o almeno alcuni cercano di farlo: è, appunto, un “campo di battaglia”, e la lotta culturale vi ha un ruolo fondante.

La fine della storia?

Tuttavia, c’è un grosso “apparato strumentale” a disposizione dell’operazione del “piano” in corso, ma anche, in generale, della “performazione” attuata dal modo di produzione capitalistico in quanto tale, nella fase attuale: l’estensione dell’alienazione digitale. Si va dalla tv costante e imperante, e dall’uso continuativo di Computer e Tablet, e già nella scuola, all’utilizzo istillato, interiorizzato e permanente degli Smart Phone, che si fa sempre piú forzoso per funzioni amministrative e statali, e già vede diffuse App per inserimenti, abbonamenti, pagamenti, fino alla pressione per rimettervi dati, documenti, tessere, come con la propaganda per adottare l’ITWallet, per arrivare al dilagare di quel potenziamento che ne è l’IA (en passant, due notazioni: si dice il contrario, ma non ci si basa su niente di nuovo, bensí su acquisizioni della prima metà-primi inizi seconda del Novecento, e si va ad applicazioni e perfezionamenti di applicazioni su applicazioni; la «teoria quantistica» – parte dai “pacchetti” di fotoni, quanta, posti da A. Einstein e dalla sua apertura alla teoria, da lui però ritenuta «non completa», cioè non-teoria o quantomeno non adeguata – necessita di piú analitica comprensione, mentre ora si scatenano elucubrazioni, e soprattutto ancora applicazioni su applicazioni, a fondamento dell’IA. Ma la disamina evidentemente esorbita dal presente lavoro).

È da evidenziare l’uso sempre piú esteso dell’IA in campo militare, dai proiettili guidati, alle bombe plananti guidate e auto-guidate, alla missilistica capace di eludere la contraerea e auto-dirigersi, al perfezionamento operativo dei mezzi terrestri, navali, aerei, all’estensione dei droni – “ronzano” come il drohne («fuco» delle api), ma servono per osservare-registrare, portare carichi, colpire con esplosivi, e stanno venendo costruiti come aerei senza pilota –, e ai robot sempre piú perfezionati, capaci di muoversi con ancora piú energia e rapidità di un essere umano.

Sono del tutto prevedibili gli sviluppi dell’automazione negli armamenti, e del campo o comparto di battaglia – con la connessa «corsa agli armamenti», da parte delle potenze “in ritardo” per rincorrere il vantaggio altrui e da quelle “piú avanti” per mantenerlo. Si arriverà alla gestione-IA di tutta una campagna di guerra? Con i militari quali “impiegati”, tecnici, operatori. O fino alla decisione di aprire una guerra e condurla? “Spettro” incombente. Si ricordi: Internet fu costruita come strumento militare di comunicazioni funzionante anche in caso di devastante “guerra nucleare”, e poi è stata applicata per…tutto – come i droni, già in uso civile per sorvegliare, consegnare, condurre operazioni varie, mentre si leva l’utilizzo dei robot…

In risalto: è già duratura da tempo (ed è “di base” nel modo di produzione capitalistico) l’espropriazione, per parte sempre maggiore della popolazione, di ogni proprietà-possesso-controllo dei mezzi di produzione a livello socio-economico e di ogni effettiva decisionalità a livello politico-statuale, unita a quella di ogni proprietà-possesso-controllo sulla lucida trasmissione e acquisizione degli strumenti concettuali. Con l’IA si tende a “sigillare” tale condizione, fino a diventare completa espropriazione “immateriale”, e nel contempo tanto concreta, di ogni sapere ed elaborazione nei comparti del sapere, assorbiti dall’IA stessa e a questa rimessi. Il che comporta, “a livello di massa”, la tendenza alla “contrazione” delle capacità cognitive – al piú confinandole, per esempio, al tipo degli Shorts di 45 secondi di Tik Tok – e soprattutto la tendenza alla riduzione e declino, fino all’arresto, di ogni ulteriore effettiva elaborazione, sequestrata dall’assunzione di tutti i saperi da parte dell’IA, insieme alla spinta di settore, sotto-settore, micro-settore, a iper-applicare quanto “è già dato” – e coloro che hanno in mano “messa in forma”, controllo e comando dell’IA, sempre piú, a loro volta, “messi in forma” sui “dettami” posti e imposti, ossia determinati: appendici dell’IA stessa. Un circolo vizioso per il tempo prossimo venturo? – E piuttosto un vicolo cieco…

Si va alla «fine della storia»? Benché questa «fine» (cosí F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992) non risulti evidente (anche in base ai soli eventi dal 1992 in poi), la questione non è negare che non vi saranno ancora contrasti, scontri, mutamenti, e interni ai vari paesi, e nei rapporti fra loro, e nel mondo, però si prospetterebbe come ineludibile che l’umanità, attraverso e al di là di tali movimenti, proceda ad assestarsi in un “sistema organizzato” di controllo-comando-esistenza a base tecnologica: una volta raggiunto tale “traguardo”, la storia umana arriverebbe al suo termine – soli cambiamenti, gli sviluppi tecno-organizzativi. – Ed ecco si staglia l’ultimo uomo.

Distopia da contrastare

In una terra «diventata piccola», «saltellerà l’ultimo uomo, quegli che tutto rimpicciolisce»; «non scaglierà piú la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare!» Egli «non sa disprezzare se stesso». «“Che cos’è amore? E creazione? E anelito? E stella?” – cosí si domanda l’ultimo uomo, e strizza l’occhio. “Noi abbiamo inventato la felicità” – dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio». «Un po’ di veleno ogni tanto: ciò rende gradevoli i sogni. E molto veleno alla fine per morire gradevolmente. Si continua a lavorare, perché il lavoro intrattiene. Ma ci si dà cura che il trattenimento non sia troppo impegnativo»; «chi sente diversamente va da sé al manicomio» (F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra, «Prefazione).

È questo il distopico “orizzonte”che ci aspetta? Del resto, non è difficile vedere già antesignani di “ultimi uomini”, e “donne”, saltellare qua e là (se F. Nietzsche ne è nemico irriducibile, per Fukuyama, invece, è un dato di fatto). Sí, questa «genia è indistruttibile, come la pulce della terra: l’ultimo uomo campa piú a lungo di tutti» (F. Nietzsche, loc. cit.): ma è l’avanzata del degrado nello snaturante “salvataggio” della natura e nello snaturamento dell’uomo e della natura nell’uomo, è lo sprofondamento nell’abisso del non senso, con trastulli futili e dementi – è il fallimento della specie umana, il che rimanda a una sua progressiva, pur “tranquilla”, estinzione.

Ed è proprio questo – e lo si può esprimere in altri termini – il progetto del capitalismo totale del “piano” delle oligarchie globaliste, con applicazione del liberalismo estremo in una società “evaporata” nell’individualismo atomizzante anti-individuo, alienato ed espropriato. Ma non è solo questo: l’ascesa e l’espansione dell’IA sono di possente supporto anche a quella che appare come tendenza in/di tutto il capitalismo, in cui si usa e si userà lo sviluppo tecnologico per la priorità della crescita economico-capitalistica e il primato del controllo-comando politico-statuale.

Occorre capire a fondo quanto sia pesante questa minaccia – bisogna lottare, contrastarla, impedirla. Ma come?

Contro l’eccesso tecnologico, un rinnovato «luddismo»? (Lotta ispirata al mitico «Generale Ludd» nei primi decenni dell’Ottocento in Inghilterra, contro i mezzi meccanici industriali sottraenti lavoro, salario e modi di vita a gran parte della popolazione, che reagiva distruggendoli; e, si badi bene, non fu solo lotta “contro il progresso”, come viene definita, bensí anche contro la priorità dei diktat del capitale – e occorse il primato dello Stato, che intervenne con una grossa forza militare, per soffocare le rivolte.) Però, in quanto lotta su questo circoscritto obiettivo, isolata su tale “tema”, risulta quantomeno “poco attuabile”.

Puntare allora sulla “tradizione”, sul suo rilancio e ritorno a essa? È questo, per sintetizzare, che emerge, proponendo, propagandando e attuando i seguenti “temi”: “patria-nazione” – cioè (fuori dalla retorica inevitabile in questi termini) Stato e interessi statuali, compresi quelli dell’uso di quella comunanza di usi, tradizioni, lingua che è la “nazione patria” (o comunanze di piú nazioni, si veda la Svizzera o la stessa Russia, assunte in una “patria” comune), e quelli economico-capitalistici e di potenza statuale, e che sia lo Stato a “provvedere” alle “tutele” che occorrono; “dio-religione” – cioè (sempre fuor di retorica) questo viene posto come “modo d’essere” nell’esistenza e come “concezione complementare” della vita, con un prospettato “futuro aldilà”; “famiglia” – cioè (ancora fuor di retorica) la posizione a livello individuale, la collocazione a livello dei rapporti particolari, la situazione nelle relazioni in cerchie piú generali. Nel contempo, però, Stato e capitale procedono su tutto il resto, con le contraddizioni, a tutti i livelli, inerenti a Stato e capitale in quanto tali, e con gli sviluppi tecnologici e loro messa in uso, con quanto implicano.

Certo, tale rilancio-ritorno si contrappone al “vuoto” alienante, ma non è anche un “ripiombare” in una “visione chiusa” alle piú profonde dinamiche politiche, economiche, sociali, individuali, culturali, connesse a statualità, capitalismo, tecnologia? È davvero una fattiva “soluzione”?

Per il contrasto efficace occorre pensare e praticare ben “altro” e “oltre”. Per esempio, si può formulare a livello teorico: assunzione della decisionalità su sviluppo, utilizzo e ambiti della tecnologia, e sue modalità, e suoi limiti, e suoi divieti, da parte di una democrazia effettiva. E questo è importante in generale, eppur ancora generico: la “questione”, per adesso, deve essere oggetto di spiegazione critica e “messa in guardia”, e già di rifiuto, per quanto possibile, di accedere agli usi (sempre piú propagandati, e forzati) del “digitale” – per il resto, ci si può solo rimettere a una práxis che, con adeguata chiarezza, sorga in un movimento che situi tale “nodo” nelle tematiche complessive della sua operatività, e vi proceda…

Nel bloccodelpiano

E si procede comunque, e lo si fa “dentro” il contesto che si apre, pur in maniera tormentosa, contorta, contraddittoria, con il “blocco” in corso del “piano” dell’Anglosfera davosiana. Il “piano” – ricordiamolo – era, ed è, dovuto alla commistione della spinta alla “salvezza” dallo «stato critico permanente» dell’iper-concentrazione-centralizzazione capitalistica delle oligarchie finanziarie globaliste, e alla “salvezza” della preminenza mondiale, entrata in declino, delle potenze imperiali. Il “blocco” del “piano” ne impedisce la prosecuzione globale – il che non significa (e sia ben presente) che non si tenda ancora a portarlo avanti, tutto o in parte, laddove possibile, e soprattutto che “pezzi” assunti dal “piano” stesso non tendano a essere comunque adottati e proseguiti, pur in diverso “quadro”.

Una situazione complessa, il che va compreso come opaca, in quanto composita, con diverse tendenze, spinte, contraddizioni, che magari, di primo acchito, appaiono o giustapposte, o divergenti, o contrastanti, in cui appare, nello stesso svolgimento e interpretazione degli eventi quel “ripiombare” – già indicato, ma conviene insistervi – in altri tempi: quelli in cui si trattava di nazioni e guerre, e di ideologie in scontro (patriottiche o meno, religiose o no, oppure pseudo-progressiste), nella riduzione “al secondario”, o in pratica nella scomparsa, dell’assunzione ed elaborazione sulle contraddizioni connesse ai processi che costituiscono il movimento del modo di produzione, con Stato, capitale, tecnologia.

Resta, comunque, il dato di fatto che la Russia ha contrastato e bloccato il “piano”. E riprendiamo quanto già toccato: decisiva la forza “sul campo” (di battaglia), nonché il “consolidamento” complessivo, e l’ampliamento, dei Brics (già una decina i membri effettivi e tanti i partners, la cui piena adesione è in via di definizione) con interscambi che sostengono le rispettive monete statuali, ma si promuove anche un “raccordo” di scambi su valuta digitale, mirando a un autonomo sistema internazionale di pagamenti, nel ridimensionamento del dollaro Usa come monopolio di valuta di scambio su scala mondiale (fermando l’emissione ad libitum della moneta statunitense, da tempo non “coperta” da valore-base, ma imposta dalla dominanza degli Stati Uniti, e che a sua volta l’impone) – con tanto di “fulmini neo-protezionistici” (dazi del 100%) già annunciati dal (ri-)nuovo presidente Usa, D. Trump. E, pur con istanze e direttrici differenziate dei diversi aderenti, si ha l’attrazione verso questo diverso “centro”, economico ma anche politico, di un numero di paesi di Africa, Asia, America latina che tocca l’estensione a un 50% dell’umanità; e vi sono le alleanze, esplicite o sottese, della Russia in questi continenti, e gli effettivi accordi militari (con Iran, Siria, Nordcorea, e con il Nicaragua, e, pur non dichiarati, con la Cina,), e la diretta presenza militare russa nel Vicino Oriente, in Asia, in Africa.

“Parola d’ordine” e “chiave di volta” stanno nella prospettiva, obiettivo e affermazione del multipolarismo (il mondo multipolare) quale «nuovo ordine mondiale» contro il monocentrismo (delle potenze imperiali e oligarchie finanziarie globaliste) – con volontà di riforma, certo anche del Wto («Organizzazione internazionale del commercio»), ma soprattutto della stessa Onu e del suo “organo esecutivo”, il «Consiglio di Sicurezza» (membri permanenti, con esclusivo diritto di veto sulle risoluzioni-Onu, i cinque Stati vincitori della II° Guerra mondiale – Usa, UK, Francia, Russia, Cina; ve ne sono altri dieci non-permanenti e senza tale diritto, eletti a rotazione), poiché sono “non piú adeguati” alla situazione mondiale.

In realtà – con vista “a volo storico” –, il “piano” dell’Anglosfera davosiana, dichiarato volto a “regolare e governare la «globalizzazione»” con il suo «Governo mondiale» imperial-oligarchico, se fosse proceduto fino ad attuarsi avrebbe portato a un disastro totale: imposizioni e vessazioni, devastazioni e distruzioni, opposizioni e contrasti, scontri e insurrezioni, con seguito esponenziale di altre guerre. Ossia precisamente il contrario della narrazione propagandistica rimbombata (mistificante nel suo volersi “accattivante” fino al puerile: si veda l’«Agenda 30» nelle scuole). E nessuna salvezza del dispiegamento sballato-sballante della fase del modo di produzione capitalistico gravato da queste oligarchie globaliste-potenze imperiali.

Il crudo fondamento del “piano” era: pereat orbs dum imperemus – il che spinge tuttora le forze del “piano” a forzare i contrasti, a scatenare ulteriori pressioni, guerre e “incendi” (come in Ucraina, come nel Vicino Oriente, con Irsrale e l’attacco in Siria, e altrove…): è la prosecuzione della “strategia del caos” perseguita dall’Anglosfera davosiana, perché nel caos – di guerra, di miseria e di sangue – anche se non c’è vittoria, si può giostrare sul divide et impera, ci si può perpetuare. Ed è questo un altro rischio che grava sul presente e sull’immediato futuro. Ma proprio la riuscita del “piano” – senza interventi che in sostanza vi stanno ponendo “blocco” – avrebbero infine spinto, pur in una situazione terribile (ora non calcolabile), all’inderogabile: opus est ut vos pereatis, a colpire tutto il contesto che l’aveva generato.

Che molte statualità nel mondo – o Stati indipendenti di primaria importanza, come in primis la Russia, e la Cina, e l’India, o con opposizioni interne (piú o meno aperte) negli Stati-sede delle oligarchie stesse, e altri o non abbastanza permeati dall’Anglosfera, o non del tutto subornati e satelliti, o recalcitranti e in cerca di riscatto – non avrebbero accettato e permesso il dominio imperial-globale…, ebbene, lo si poteva in qualche misura già intuire verso la fine degli anni novanta del Novecento (cosí M. Monforte, Globalizzazione: la parola agli Stati, 1997, benché senza riuscire, allora, a cogliere appieno il disegno stesso, la sua articolazione e il processo in percorso). E ora “ci siamo dentro”: all’“operazione” Russia-Brics-multipolarismo, con il positivo “blocco” del “piano” – che verrà cadendo, benché (ripetiamolo) attraverso travagliate e tormentose vicissitudini, e lasciando vari “strascichi”. – E tuttavia, nel contempo, non siamo dentro anche a qualcos’altro?

Rinnovata survie du capitalisme

Come la «Grande crisi» (degli anni trenta del secolo scorso) sarebbe giunta a provocare il crollo del capitalismo, e la “salvezza” è venuta dall’intervento statuale – che ha permesso la continuazione del capitalismo stesso, con la riproduzione dei suoi rapporti costitutivi (che – repetita iuvant – si basano sull’espropriazione della gran massa da proprietà-possesso-controllo a livello economico-produttivo e a quello politico-statuale, nonché culturale, con le conseguenti implicazioni sociali ed esistenziali) –, cosí, nell’ancora piú esteso contesto mondiale, si è levata la statualità a contrastare il disastro perpetrato.

È un’operazione di salvaguardia piú che valida rispetto al disastro incombente: è questa la verità nello «stato di cose presente». E va appoggiato chi la conduce, in primis la Russia – ma

Ma quando «a volte», « la verità vince, domandatevi con giusta diffidenza: “quale robusto errore ha combattuto per essa?”» (F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra). E definiamo perciò che si intende: il contenuto dell’operazione – cercando di andare al di là dei pur condivisibili entusiasmi, e delle aspettative di “altro” e “oltre”.

Già nella Federazione russa si afferma di affrontare il “riscaldamento nell’Artico”, di voler contrarre le “emissioni di CO2” (per azzerarle entro il 2060), di estendere l’applicazione dell’IA (a livello militare, com’è ovio, ma anche, per esempio, per il riconoscimento facciale, già in uso nelle grandi città russe – oltre alle estese telecamere), di sviluppare il «rublo digitale» – e si è assentito alla “pandemia”, con proprio vaccino (lo «Sputnik», pur senza obblighi forzosi, però “pressioni” in alcuni centri, come a Mosca, vi sono state), tanto che una spedizione militar-sanitaria russa arrivò (senza dubbio, generosamente) per operare nel “nostrale” (cosiddetto) “epicentro pandemico” a Bergamo e dintorni – e pare ci si rimetta al “valore scientifico” della “scienza-medica-costituita”, con il suo “vaccinismo”…

E consideriamo la dichiarazione conclusiva del xvi° “vertice” dei Brics (a Kazan in Russia, 22-24 ottobre 2024, presidenza russa): se si ribadisce l’obiettivo del mondo multipolare quale «nuovo ordine mondiale», si mira anche a stabilire una «rete di sicurezza globale» con «un Fmi» centrale «su quote e risorse adeguate» (quindi con una Bm); si assente all’«uso della finanza mista», alias la commistione Stato-capitale; si concorda con la «natura universale e inclusiva dell’“Agenda 30”» e il suo «sviluppo sostenibile», e agli «obiettivi» e «principi» sui «cambiamenti climatici» («Protocollo di Kyoto» e «Accordi di Parigi»), e alla cooperazione su «tecnologie» e «soluzioni» per ridurre fino a eliminare i «gas serra», data la «necessità critica» posta da tali «cambiamenti», donde «energia rinnovabile», «tecnologie a basse emissioni», «investimenti in sviluppo sostenibile»; si esprime il sostegno all’«Organizzazione mondiale della Sanità» a protezione della «salute pubblica» da «malattie infettive ed epidemie», quale «sistema internazionale di prevenzione», donde le iniziative “vacciniche” dei Brics; si conferma l’importanza dei «5G, sistemi satellitari, le reti terrestri e non» per «catalizzare lo sviluppo dell’economia digitale».

È solo “una strategia”, con la sua “tattica”, nei confronti del complesso dell’Anglosfera davosiana? Cioè non opporsi in toto al “piano”, ma scindere la volontà imperial-militare-bellicista dal resto, che in qualche maniera si può assumere e su cui si può trattare. È questa una possibilità, a cui magari “quelli delle aspettative” pensano, o credono. Anzi, pare sia proprio cosíma non come si può volere, o intendere. In effetti, quanto si è ricordato sulle direttrici interne alla Russia è effettivo, e pensiamo a come si opera (per quanto se ne sa) nella crescita cinese sotto controllo-comando della Rpc, e all’avanzata economica dell’India, all’aspirazione in tal senso degli Stati dei Brics, o in attesa, o attratti (senza qui stare a trattare di Nordcorea, di paesi arabo-islamici, e cosí via).

Sembra evidente che la strategia e tattica siano quelle di situarsi dentro il capitalismo nel suo complesso e anche dentro le concezioni in esso presenti (comprese quelle piú che…“opinabili”), e dentro lo sviluppoapplicazione delle tecnologie sempre piú «avanzate». E però – e il “punto” appare questo – in proprio, se utile in interrelazione con gli altri, ma non sotto l’imperio “altrui”.

Non risulta si avvii nessun “altro” e “oltre” dal capitalismo. Si opera per il riequilibrio mondiale nel prosequio globale del modo di produzione capitalistico, quindi dei suoi rapporti costituivi. Dunque del vigente modo di produzione – il quale, comunque, contiene pur sempre nella sua “essenza” quel “motore organico” per cui vi si è, di nuovo, generata una forza disastrante, con la necessità di combatterla (e “non convincono” le argomentazioni di A. Dugin per cui dalla Russia promanerebbe una “realtà” socio-economica, politico-statuale, cultural-esistenziale “tutt’altra” da “capitalismo e comunismo” – e che il “capitalismo” sia mutato nella sua “essenza” non risulta piú che un’affermazione, e che cosa si intenda con “comunismo”, il quale non mai è esistito come attuazione, al di là delle denominazioni assunte, non è evidente: forse lo stalinismo, o la realtà cinese, o quella nordcoreana?).

In effetti, quello che si evince è che sta venendo effettuata una seconda (rispetto a quella degli anni trenta), e su scala ancora piú globale, e su “base statuale”, survie du capitalisme

Mps e morfologia stratificata

Nella fase apertasi dalla prima e poi seconda metà del Novecento si era giunti alla “strutturazione” degli Stati – oggi oltre duecento (compresi i non-riconosciuti da tutti gli altri), in particolare quelli via via sorti con il superamento del diretto colonialismo-imperialismo, ma non ancora superato del tutto, né di tutto il neo-colonialismo-imperialismo, superamento tuttora in corso –, con una loro organizzazione nell’Onu. La “strutturazione” non era “orizzontale”, ma “verticale”: una morfologia gerarchica stratificata. La forma dell’estensione degli Stati sul pianeta costruita come una gerarchia a strati: al culmine gli Stati piú potenti (economia capitalistica, potenza militare, dominanza imperiale) e al primo posto gli Usa, con alleati minori quali l’UK e la Francia – ma già vi erano anche la Russia (allora Urss) e la Cina (Repubblica popolare), per cui la piena preminenza di Usa e Co. è stata limitata, se non del tutto ridimensionata però contenuta; al secondo strato gli Stati “importanti”, come quelli poi associati nella Nato, e poi nell’Ue; al terzo, quarto, quinto strato gli Stati piú deboli per forza e rilevanza.

Ebbene, se il “piano” dell’Anglosfera mirava ad “annullare” la duplice crisi (capitalistica e imperiale), “rastremando il vertice” di tale morfologia (con il «Governo unico» del Nwo), il “contrasto” fino al “blocco” ne pone in crisi la prosecuzione e l’assetto avuti finora. L’operazione Russia-Brics è un dissestoriassesto di livello mondiale. Le differenti modalità portate avanti? Non un centro di dominio globale, commisto di concentrazione finanziaria e imperiale; invece una realtà molteplice di Stati, che promuovono la crescita economica (capitalistica) con i suoi “dettami”, ma vi intervengono, la controllano e l’indirizzano, e l’usano. Infatti – il che conto delle posizioni di Russia, Cina, etc., e del vertice dei Brics –, non si respingono tutti i contenuti del “piano” dell’Anglosfera davosiana, né gli «organismi internazionali» dove ha predominato, ma si spacchetta il “piano” stesso, rimettendone assunzione, conduzione e modalità di “pezzi” ai vari Stati, nel nuovo ordine multipolare. È come se venisse proclamato: “potenze imperiali e oligarchie finanziarie globaliste, accettate e adeguatevi al nuovo mondo multipolare”.

Emerge un’altra fase del modo di produzione capitalistico dispiegato al mondo, superata quella della ripresa del liberalismo scatenato: il Mps, il Modo di produzione statuale (come previsto per tempo da H. Lefebvre, Lo Stato), in cui lo Stato assume la crescita del capitale, che comporta la crescita dello Stato stesso, la controlla, indirizza, dirige (o cerca di farlo…), il che implica classi, ceti, strati (con tanto di miliardari, in aumento in Russia, in Cina…) e rapporti statual-capitalistici, e dispiegamento della tecnologia – sulle direttrici funzionali a Stato e capitale. E questo, si prospetta, nella costruzione di un mondo multipolare di rapporti a vicenda contrattabili, gestibili, “accomodabili” – con relazioni orizzontali, paritarie – fra i vari Stati, dismettendo qualsiasi dominanza fra essi.

Tutto regolabile, fattibile, “tutto bene”? Vediamo le Nu («Società delle Nazioni»), organizzazione promossa dal presidente Usa W. Wilson (fondata nel 1919), e poi l’Onu (fondata nel 1945-46) – ambedue sorte a seguito delle due Guerre mondiali: “affinché non vi fossero piú guerre”. Ne è noto il ruolo, al di là delle dichiarazioni: accogliere la morfologia gerarchica stratificata degli Stati, senza impedire nessuna guerra (già le Nu, e cosí l’Onu), e dominanza delle “concentrazioni di potere” piú forti. Farà tutt’altro il mondo multipolare emergente? Con potenze come la Russia, la Cina, l’India, con i Brics e la volontà di “riforme” degli «organismi internazionali», mentre Usa e “compari” non cederanno cosí tanto facilmente la loro posizione – benché “segnali” di un qualche adattamento alla nuova collocazione, pur con resistenze e operazioni “a proprio pro”, affiorino (e negli Usa, e nei paesi Nato e Ue).

È da “menegrami” nutrire dubbi? Perché i fattori di fondo restano: capitalismo, crescita del capitale e crescita dello Stato, tecnologia avanzante – per ogni Stato, anche nel multipolarismo, e per quelli già piú potenti, e per altri per “recuperare”, e per altri onde “farsi avanti. Ciò che si evince è che si tratta di riorganizzare altrimenti la morfologia gerarchica della statualità mondiale. E – rebus sic stantibus – si può prevedere che con Usa e compari “ridimensionati”, ascenderanno Russia, Cina, India, Brasile… – e gli Stati al loro seguito collocati nella nuova e diversa stratificazione, rinnovata ma pur sempre tale.

È di sicuro “salutare” la rottura del “quadro” che finora ha coatto il mondo. Ma si hanno ancora capitalismo e Stati, con quanto portano “in sé”. Certamente, è un passo avanti (e comunque «la storia avanza dal lato cattivo», diceva G. W. Hegel), tuttavia resta ancora sempre il problema – per lumanità – dell’oltrepassamento del modo di produzione, che piú si concentra con il Mps.

È questa la fase che “corre sul treno” della contemporaneità – ma è il contrario del «deperimento» (secondo il “nodo” posto e lasciato aperto da K. Marx) del «piú gelido di tutti i gelidi mostri», che ruggisce «“Io, lo Stato, sono il popolo”», «mente in tutte le lingue del bene e del male» e «tutto quanto possiede, l’ha rubato» (F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra).

Situazione difficile

Ogni Stato (autonomo o subalterno) è l’organizzazione della potenza (e a questa sono subordinate l’«organizzazione delle cose» e le condizioni sociali – ne dipendono e sono gestite, piú o meno fattivamente, ma in quanto “effetti collaterali”), e ciò tanto piú nell’unione di crescita capitalistica e crescita statuale, e nel controllo-comando sulla società – e la società, e in essa l’individualità, è presa nella “tenaglia” del politico-statuale ed economico-capitalistico, con “tecnologia di servizio”…

Si evita la «fine della storia», dato lo strabordare dell’IA? E se alcune “crescite statuali” urtano con la pur “rinnovata” morfologia? E se qualche Stato si urta con altri per le proprie mire? (Basti vedere l’attuale esempio della Turchia retta da R. T. Erdogan: è nella Nato, e chiede di entrare nei Brics, e coopera all’operazione di Usa-UK contro la Siria e contro l’alleata Russia, operazione che è inoltre pro-Israele, in tregua provvisoria in Libano, mentre continua nel “macello” a Gaza…) E se i rapporti fra Stati non si compongono? – Allora che succede? Nonostante le premesse e promesse, sia contraddizioni e contrasti interni alle statualità, sia attriti esterni e altri “cozzi” fra loro (e ciò che è esterno è anche piú interno, e viceversa, come diceva G. W. Hegel) – non appaiono evitabili.

Di sicuro è arduo anche il solo porre e proporre le presenti tematiche: tutti (o quasi) sono…hegeliani, e tanto piú in quanto ignorano di esserlo: sono statalisti (G. W. Hegel poneva lo Stato come culmine-fusione del «sapere» – «Idea» o «Spirito» – e del «potere», compimento del «circolo dei circoli» del divenire) – e si pensi solo alle diffuse “idee di massa”: “che lo Stato sia democratico”, “e che faccia e sia presente”, “e provveda come si deve”, “e occorrono riforme”, “e come usa le tasse”, e cosí via. Le linee politiche delle formazioni “di sistema”, ma anche di quelle della “galassia” del dissenso-opposizione-resistenza, mirano a “situarsi nella statualità”, magari con “aria ispirata e petti eretti” (e lo Stato «eroi e uomini d’onore» vorrebbe «erigere attorno a sé» e tutti «vogliono giungere al trono», ma «spesso è il fango che siede sul trono – e spesso anche il trono siede sul fango», F. Nietzsche, loc. cit.). E, “da noi”, ci si vuole “situare” nello Stato italico, che, nel corpus del suo “costrutto”, è tanto piú nel suo attestato tradursi rapidamente in regime, è marcio – né si tratta di specifiche “tare”: sono eccessive, pervadenti e prevalenti –, ed è l’esito della troppo lunga, e assorbita a fondo, attitudine a subalternità, sottomissione, abiezione di fronte ai diktat “altrui”. Il che, quindi, ha “generato” un “insieme” di apparati e di addetti, nonché di formazioni politiche e di personale politico…di conseguenza (con le dovute eccezioni, che però confermano la regola, ossia la condizione esistente) – all’opposto, c’è chi vuole tenersene fuori, però vedendo di “condizionarlo” su “punti” specifici, ma con scarsa incisività rispetto all’“andazzo” generale.

La situazione è difficile – almeno se si vuole pensare a ciò che si può fare nelle condizioni del nostro paese: l’alternativa? Continuare nella scarsa efficacia e nello sgretolamento. Ma anche la messe di difficoltà – nel contesto di occultamento teoretico, confusione conoscitiva e derive fuorvianti – concorre a dar conto dello status franto dell’opposizione-resistenza.

Cerchiamo, comunque, di vedere come ci si potrebbe muovere, tuttavia con realismo. Vale a dire che, in base all’analisi, si possono indicare proposte su lineamenti generali, però – e sia ben chiaro – ogni (seguente) proposizione fattiva è espressa con il “condizionale” o come tale va intesa: perché va rimessa a un processo effettivo, dunque a un movimento concreto, che resta ancora da proporre, promuovere e mettere in moto.

Precisato ciò, innanzituttosintetizziamo il quadro per quanto riguarda il nostro paese (si potrebbe generalizzare, ma non accentuiamo velleità e concentriamoci “da noi”): “piano” globale dell’Anglosfera bloccato, ma che vuole procedere in uno Stato-paese con regime-“zerbino” come quello italiano, ivi compresa la spinta al maggior coinvolgimento bellico (oltre la belligeranza in cui è già coinvolta l’Italia); operazione Russia (e Brics) che va fermando il “piano” globale, ma si circoscrive ai rapporti di potenza, non agli altri “livelli”, però ponendone (o almeno proponendone) applicazioni “in proprio” da parte di Stati-paesi indipendenti e autonomi, situati nei “neo-rapporti” «multipolari» fra loro; emersione di un’altra fase del modo di produzione, non centrata sul liberalismo economico scatenato con il gravame condizionante delle centrali finanziare globaliste, ma sul Mps; dissestoriassesto a livello mondiale della morfologia gerarchica stratificata, con rischi, nel processo, di guerra generalizzata; contrasti nelle stesse forze dell’Anglosfera, in primis negli Usa (si veda lo stesso successo elettorale del pur “molto…ambiguo” D. Trump e suo “gruppo”, ma si tenga presente anche l’ascesa di alcune “posizioni dissenzienti” di formazioni pur “di sistema” in altri paesi), il che però non ne impedisce, anzi all’opposto, “azioni di forza”; prospettive critiche (a tutti i livelli, in particolare a quello dello sfascio economico) per il prosequio della Nato e dell’Ue, il che tuttavia non ne ostacola, anzi ne fomenta, iniziative belliciste.

È un dissesto complessivo – che avanza prima del riassesto – che ricade sul nostro paese, in un contesto interno sempre piú “fuori-di-testa”: contese strumentali “sinistro-destre” (senza mai neanche accennare alla dominanza “altrui” sulla sussunta Italia, e continuando nell’applicazione del “piano”); sfacelo progrediente su tutti i livelli (politico, economico, civile, culturale, esistenziale); media sguinzagliati a mistificare e spostare dal marginale all’irrilevante e all’inventato; alienazione galoppante, in primo luogo sul “digitale” – mentre lo schiacciamento in condizioni subordinate e senza prospettive va moltiplicando l’espropriazione di massa, e formando un ampio blocco sociale (che è già tale sociologicamente, ma senza costituirlo poiché senza consapevolezza: insieme all’obnubilamento culturale, l’“essenza” ideologica del liberalismo – “ognuno pensi al proprio ben inteso interesse personale” – si è estesa), mentre continua il flusso “extra-etnico”, con “attriti” fra subalterni “autoctoni” e “importati” (il che procede secondo il “disegno”).

Si può ampliare e approfondire tale “visione” sintetica – mentre, va pur detto, ancora “reggono” tante “piccole-grandi cose” (dai rapporti con un agro-alimentare di valore alle tante risorse e capacità, e in tutti i comparti, tuttora presenti, fino alle relazioni di cooperazione fra le persone e all’opposizione-resistenza che si è diffusa: il che rende piú vivibile l’esistenza), ma queste, che persistono, restano però “da prima”, e sono tutte sotto minaccia –, tuttavia l’aspetto principale e dominante risulta essere quanto sintetizzato.

Che fare: tema primario

Riprendiamo questa domanda antica, ma, pur nella diversa situazione, tuttora pressante “per noi”: «che fare?» (N. Lenin, Che fare?, 1901-2). Nel dissesto in corso occorre situarsi, mirando a raccogliere in un tema primario “questioni”, “nodi”, “fronti” presenti e aperti.

Che cosa è, viene, si pone, al primo posto? La situazione a cui ci hanno condotto (popolo e paese) l’Anglosfera e la sottomissione a essa (Usa-UK, e Nato, e Ue), con nessuna autonomia: dallo sgretolamento, economico (con svendita di interi comparti ad “altrui”), e politico, e sociale, e culturale, ed esistenziale – un piano inclinato in una caverna oscura – e dalla cobelligeranza (truppe italiane, già da prima della partecipazione al bombardamento di Belgrado del 1999, sono in giro nel mondo a far da “ascari” all’Anglosfera, e – ricordiamolo di nuovo – l’Italia supporta la guerra Nato-ucraina anti-russa, donde la tanto insistita e proterva, quanto indecente e dissennata, «russofobia», da parte di tutto l’establishment, e inoltre vengono sostenuti Israele e i massacri di Israele, e adesso anche l’attacco in Siria), si arriva alla spinta a entrare nell’aperta guerra guerreggiata (che, senza dubbio, non risparmierebbe le nostre, peraltro scarse, forze militari, né soprattutto il nostro territorio, date le basi Usa-Nato).

Ecco il tema primario: liberazione dalla sottomissione e oppressione, e volontà di pace, vanno insieme – dunque: “liberazione dal dominio ‘altrui’ e pace, nessuna iniziativa bellica del paese” (e basta con la cobelligeranza in atto – da tempo ci si appella all’Art. 11 della Costituzione, la quale però e da tempo è in “non cale”, rendendo un flatus vocis il rimando stesso). E si può – giustamente – assumere che ripresa autonoma e pace costituiscano un’istanza in qualche misura compresa o comunque avvertita, e già estesa nella popolazione.

Però anche “sulla pace” va fatta chiarezza: la sua portata svanisce, se posta in maniera indifferenziata, ossia nel (sotteso) “non ne voglio sapere di torti e ragioni, non fate del male ché io non ne fo”, ossia in quel pacifismo che è l’altra faccia del militarismo, e l’accompagna (peraltro, per esempio, si pensi di andare a suo tempo a predicare “pace, pace” ai nostri partigiani in lotta contro l’occupazione germanica e il nazifascismo, o di andare, ora, a proclamarlo alla valida risposta della Russia contro l’aggressione dell’Anglosfera, oppure alla Siria sotto attacco…).

La guerra è tremenda, orribile, mostruosa, ma vanno create e poste le condizioni per una vera pace, profonda – e in questa direzione bisogna muoversi, almeno a partire dal nostro paese e per il nostro paese, liberandoci da quanto l’opprime e lo spinge alla completa catastrofe.

Per concretizzare la “parola d’ordine” liberazionepace, è necessaria l’operazione di liberazionepace. Che si fonde con l’obiettivo di No alla Nato e No all’Ue, e fuoriuscita dell’Italia da ambedue.

Nell’obiettivo si concentra quanto comporta: la liberazione da Nato e Ue – e da Usa e UK, di cui sono “emanazioni” – punta ad “azzoppare” la guerrafondaia Nato, come minimo indebolendo la sua spinta alla guerra, oltre che ad affrettarne la fine, e a far “cadere” l’Ue (che, senza l’Italia, potrebbe continuare come “baracca” ridotta verso l’Est-Europa, ma lo “strappo” ne spingerebbe soprattutto allo “spappolamento”).

Il che implica l’espulsione delle basi Usa-Nato e l’evacuazione del loro “personale” dal nostro paese, nella chiusura del riconoscimento di ogni valenza “per noi” delle “istituzioni” Nato-Ue, e della “nostra” presenza in esse: è la ri-acquisizione dell’indipendenza e autonomia dell’Italia, nel “chiaro e forte” no al “piano” dell’Anglosfera davosiana. Il che si estende alla “denuncia” dei «trattati» Nato e Ue (risalendo anche a prima, alla “radice”: il «trattato» di resa, Parigi, 10 febraio 1947).

Ciò chiarisce e scandisce già le alleanze, che possono solo andare sul “versante” della Russia (con i Brics) – ma, appunto, in indipendenza e autonomia, assumendo premesse e promesse del multipolarismo, e anche “forzandole”, ossia senza accettarne “assensi opinabili”, “iniziative discutibili”, “modelli altrui” (per esempio, no al controllo-comando tipo cinese; no all’«eolico» per quanto ci riguarda nei terreni sardi “interessati” anche dalla Cina; no alla ricezione di “qualche pezzo” dell’«Agenda 30», e cosí via…) – e puntando a lanciare, e comunque far accettare, il “modello” che si possa elaborare e costruire qui “da noi”: apporto “nostro” e “altro” anche per…il mondo.

Questo è l’obiettivo centrale, che può essere posto e portato avanti “a livello di massa” – contrastando, sul tema, la martellata propaganda annichilente della “piccola povera Italia, che non può far nulla da sola”: il nostro paese, per la sua storia e la sua realtà, le sue risorse e capacità (che permangono, nonostante tutto), la sua collocazione geostrategica nel cuore del Mediterraneo (chi “ha presa” sul Mediterraneo, “ha presa” su mezzo mondo – proprio perciò l’Anglosfera vi ha “affondato gli unghielli”) e di cerniera con l’Europa centro-occidentale e di “rapporto immediato” con il Nordafrica e il Vicino Oriente…, ebbene, “ha molte frecce nel suo arco”, grandi chances di rilevanza, di “peso” e di sviluppo.

E bisogna essere consapevoli su tale obiettivo si può trovare – con un’opera accorta, e proprio date le “nere nubi tuonanti”, solcate da “lampi e fulmini” di guerra che “oscurano il cielo” del paese – un ampio “bacino” di adesioni e consensi.

Temi implicati

Ma tutto questo si collega subito alla “questione” dello Stato-regime “marcito” in Italia: è questa entità statuale, con le sue gestioni (andando da quelli che in qualche maniera erano dei governi, pur già subordinati, alle attuali giunte di regime, ché nient’altro sono), ad aver sottoscritto «trattati», assunto legami e interiorizzato vincoli, e a obbedirvi servilmente – noi no (cioè non il movimento “di popolo” che si auspicherebbe di costruire).

Per cui, mentre si punta a quanto delineato, vanno nel contempo trattate forme e modalità di una precisa e decisa trasformazione (definiamola cosí…) delle “istituzioni”. E proprio per raccogliere la forza necessaria a imporre e “far passare” l’obiettivo primario e centrale, ne occorre un’ampia ed estesa discussione “di massa” – già come democrazia effettiva –, che sbocchi nella formazione di una nuova assemblea costituente: per la nuova Politéia – non soltanto Costituzione, ma anche modo di decidere e condurre affari collettivi e interessi comuni del popolo e del paese.

Il che non significa “mettere parte” il resto di “questioni”, “nodi”, “temi”. Al contrario, e va compreso che non si può contrastare una “cosa” che fa parte di un “piano” ed escludere, o lasciar perdere, o porre come marginali, le “altre”. Va trattato il “rimanente”, in quanto a sua volta costitutivo: in primo luogo il sociale, da liberare e porre al primo posto – e non una tantum –, e a cui subordinare il politico e l’economico (per conoscenza, ciò era già organico alla stessa formazione della piccola Associazione culturale in cui opera chi scrive: Néa Pólis, ossia «nuova città», intendendo paese rinnovato; il che implica Neói Polítes, «cittadini rinnovati» dalla condizione di sudditi in cui sono confinati; quindi Néa Politéia, «nuovo modo dei cittadini» di gestire se stessi e il loro ambiente, territorio, paese).

Ed è questa la “trasformazione” di fondo e di base, su cui ricomporre anche “istituzioni” che non comportino il controllo-comando sulla società: è la società, e gli individui in essa, che “fanno” e compongono le proprie stesse “istituzioni” (ivi comprese modalità e funzioni delle forze armate). E sarebbe questo il rinnovato “sbocciare”, “rinascere”, “imporsi” della democrazia (prótos o démos, «il popolo viene prima», “conta piú di tutto” – la democrazia il piú possibile diretta e articolata, e con rotazione delle inevitabili deleghe e con sostituzione immediata dei “non adatti”), tramite la quale il “blocco sociale” dei subordinati e contrari allo «stato di cose presente» si ri-appropria della capacità di esaminare, capire e decidere.

La “chiave di volta” – almeno da proporre, perseguire ed esperire – dello scioglimento del “nodo” finora irrisolto e ancora sempre presente e gravante, è precisamente questa: la socializzazione della decisionalità. Si punta cosí a por fine al controllo-comando di primato statuale e priorità capitalistica sulla società, quindi alla rottura di questa “tenaglia”, nell’affermazione del primato e priorità del sociale, organizzato in democrazia (e l’Italia, con i suoi ottomila centri, fra città e insediamenti minori, è abbastanza grande per poterla sostenere e anche abbastanza ridotta per poterla sviluppare).

Ne conseguono la discussione e chiarificazione progressive, da intendere come comprensione e prese di posizione, e conseguenti decisioni – nella libera ripresa di scienza e conoscenza, e loro trasmissione (e nel superamento dell’“io mi occupo del ‘mio’ e il resto non mi interessa”) –, su come trattare la produzione-riproduzione (l’economia), da sostenere e proteggere (dalla riappropriazione dei comparti necessari all’autonomia alla difesa-sostegno-promozione del tessuto produttivo, dalle “punte” piú avanzate al decisivo agro-alimentare) con fondamentale elevazione della domanda interna (aumento della distribuzione di redditi), e con (contrattati) rapporti bilaterali e plurilaterali esteri, in una collocazione mondiale di “neutralità attiva” (niente guerre, ma al mondo multipolare e no all’Anglosfera) e con moneta di scambio nazionale (e supportata da valori effettivi e dall’estensione della produzione stessa). Nonché su in-che-maniera “ri-organizzare” (il che significa andare dalla “ristrutturazione” all’“azzeramento” dove sia inevitabile, per poi ricostruire) il diritto alla vita urbana, il complesso dell’istruzione-formazione e ricerca-scienza, senza dimenticare la condizione della “Giustizia”, e le condizioni di tutte le arti, e dei media, e le “costituite” Sanità-medicina, e l’ambiente (che è sotto il “climatico”, “elettromagnetico”,“geoingegneristico”, devastanti), e gli attuali usi, e la stessa “messa in forma”, del “digitale” e dell’IA – e considerando fondamentali i “diritti” non soltanto sociali ma anche antropico-storico-sociali-esistenziali, ora spinti “in crisi”, e senza tralasciare il voluto flusso migratorio che continua, come sangue da una ferita non rimarginata. E, in generale, tutto quanto (che qui possa sfuggire) risulti non solo necessario, ma anche utile, o che lo possa diventare.

Quanto esposto può – sicuramente – apparire utopico, impossibile, data la situazione attuale, ma “ciò che non c’è” (ou tópos: «non luogo») oggi ci può essere domani, e ciò che appare impossibile adesso può diventare (ed esser fatto diventare) possibile poi. Inoltre tutto l’esposto può – comunque – risultare astratto, il che però non significa “di per sé” non-concreto: si pone come un’astrazione concreta, in base allo «stato di cose presente» e alle possibilità, potenzialità, virtualità che vi si pongono e vi si aprono.

Come? Proposta

Tuttavia non ci si devono “coprire gli occhi e tappare le orecchie”. Infatti, è evidente che l’attuale realtà italiana è fortemente deteriorata: si va dalla statualità e politica professionalizzata (con le masse spoliticizzate che essa implica, peraltro nell’“occhiuta” volontà di riduzione cognitiva) agli apparati e personale addetto dell’establishment, all’economia, alla società, alla sub/in-cultura – e fino alle attitudini diffuse, denominate astutamente dai dominanti «resilienza» (e lo si deve capire: è disprezzo, è un ipocrita insulto), cioè poste al pari di metalli o prodotti sintetici che riprendono la loro precedente forma dopo colpi e torsioni: ed è cosí, ma è precisamente dalla forma precedente che si sono levati e che vi si sono innestati colpi e torsioni, e sono stati subiti, consentiti, e anche passivamente approvati… È una decadenza deprimente: i molti, tanti, italiani odierni (ovviamente e per buona sorte non tutti), quali discendenti accecati ed eredi amnesici della grandezza passata e potenzialmente presente, ora assuefatti a…tutto. Sono “prodotti” apposta cosí, si dirà, ed è pur vero – ma questo è quanto.

Il che cozza in maniera plateale con le possibilità che vi sono per il nostro popolo e paese, ed è in urto stridente con il suo grandioso passato civile, culturale, artistico, scientifico, creativo: parte costitutiva dell’Ellade (dove è stato creato tutto ciò che ancora “conta”), dell’estensione del Mondo antico e di Roma, centro di nascita e sviluppo del Rinascimento – per non dire del seguito di personalità che hanno dato apporti fondanti al mondo: l’Italia al cuore di quella «sequenza sociale-storica» creativa che è il vero “spirito” dell’Occidente.

E qui si propone di puntare a riprendere, e di nuovo concretizzare, questo nostro vero “spirito” – come proclamare: “ritroviamo noi stessi, ritroviamo la civiltà”. In qualche misura, è certo una scommessa – necessaria, ma scommessa –, e solo tale adesso può essere: contare sul contrario (dialettico) del degrado subalterno e del deterioramento civile, tenendo conto del dissesto mondiale che avanza e in cui si è comunque “dentro” (lo si voglia o meno), quindi mirando all’altra faccia del deterioramento e decadenza: al suo opposto, che già si manifesta con l’insieme, pur franto e disconnesso (si è rilevato come e perché), del dissenso-opposizione-resistenza, ivi compresi coloro che seguono partiti(-ni) o sono in gruppi e gruppetti vari, quelli che “si danno da fare” andando “a firme” per petizioni, per referendum, per elezioni (benché queste con esiti da “prefissi telefonici”), e ivi compresi coloro che si sono “arroccati” nel non-voto (considerando le “alternative” non credibili, o comunque non convincenti, e lo stesso “sistema elettivo” truffaldino).

Sia chiaro, però – sempre senza farsi illusioni –, che certamente è già davvero arduo pensare di raccogliere tale dispersione superando la “chiusura” diffidente delle diverse formazioni e aggregazioni, e dei loro aderenti, ritrosi nella propria cerchia – ma bisogna almeno…provarci: porre la proposta e “sfidare la sorte” (nonostante diffidenze e chiusure, incomprensioni e arroccamenti – senza dimenticare quanto piú “grava”: protagonismi e narcisismi…). E si tratterebbe, a ogni maniera, sicuramente di una minoranza, anzi di minoranze – ma sono sempre e soltanto le minoranze che “cambiano” e “fanno”…“le cose” (non la maggioranza, com’è evidente, altrimenti “le cose” non starebbero come sono – e la minoranza diventa maggioranza se il processo avanza con successo).

Sia ancora piú chiaro che – dato che probabilità sono ridotte, benché non inesistenti –, se processo e movimento avanzano, si leverebbe un vero e proprio “muro di ostilità” – durissime, dall’interno-esterno nel nostro paese. Davvero, il facile non è dato: senza dubbio sarebbe richiesto, e sicuramente indispensabile, un “lavoro” di elevata, accorta, intelligente intensità – con quelle capacità «della golpe» e «del lione» (come diceva, pur in tutt’altro “quadro”, N. Machiavelli, Il Principe, 1513-14).

Ma tutto questo piú che volontaristico, non è velleitario? Dipende dalla risposte – che si possono avere o meno, dunque dall’avvio di costruzione del movimento che occorre, oppure no – alla concretizzazione nella proposta. E la volontà occorre, in caso di risposte positive, dato il livello “titanico” del compito che si dovrebbe assumere. Velleità sarebbe insistere senza risposte o scarse e titubanti, e dunque senza basi adeguate – insistenza che, va detto “chiaro e forte”, verrebbe, invece, subito dismessa: nessun velleitarismo.

Ed ecco, entrando in merito alla proposta: non si vede come procedere se non partendo da comunicare, far conoscere, diffondere (nonché tradurre, articolare e sintetizzare – per la divulgazione) quanto siamo andati esponendo (il che non vuol dire ritenere tutta la presente trattazione come esclusiva: anche “altre modalità” e altre direttrici possono essere valide, purché non in completa, o non eccessiva, contraddizione), e cominciando a costruire – partendo da prime modalità di “collegamento” – ciò che si può denominare: Organizzazione Popolare per la Liberazione dell’Italia – acronimo, Opli (e qui si può scivolare nel sarcasmo o nell’ironia: sarebbero “oplisti” o addirittura “opliti” gli aderenti? Ma lasciamo perdere i “sogghigni”: del resto, il significato è «combattenti»).

Organizzazione che non deve essere un altro partito (ce ne sono già quattro, o cinque, o di piú, di partiti o partitini, o di formazioni che “operano” come tali, e senza aver sciolto il “nodo”, annoso e sempre pressante – di cui si è trattato –, Stato-partito/partito-Stato, e con “impianto” politico connesso), che non sia “contro” le formazioni esistenti, ma non ne accetti la predominanza (e strumentalizzazione, che ne verrebbe quasi-di-conseguenza), che raccolga le varie “anime”, realtà, esperienze, e si basi su assemblee locali che designino, ma anche a cui rispondano (o vengano sostituiti), i diversi delegati nella costruenda Organizzazione stessa – la socializzazione della decisionalità, ossia la democrazia, deve essere fattore costituivo, e progressivo, del movimento organizzato.

Il che, e va da sé, implica raccordare da quanto prima, nel processo, le diverse iniziative e scegliere su quali concentrarsi, e porre in termini diversi, ossia in tutt’altro (rispetto al «cretinismo parlamentare»: quella tensione e aspirazione a essere presenti a ogni costo, e quindi, “se ci si riesce”, a collocarsi, delle assemblee elettive e, nonostante proclami precedenti, nei “giochi politicanti” che le contraddistinguono), l’eventuale tattica di presentazioni elettorali, oppure la tattica di sostegno al non-voto.

Dunque: la proposta è di costruire l’Organizzazione Popolare per la Liberazione dell’Italia, che possa proporsi e avanzare con la “parola d’ordine”, lo slogan “riassuntivo”, che potrebbe ben essere questo: Pace, Indipendenza, Rinascita.

In conclusione, rimettendosi alle prese di posizione di chi vorrà vedere e prendere in considerazione quanto esposto e proposto, come sollecitazione – e pur nel nostro diverso contesto e nella nostra altra situazione – riprendiamo un antico, ma “in sé” ancora sempre valido e sensato, appello:

«istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.»

(A. Gramsci, «L’Ordine nuovo, I° maggio, 1919.)

E non si può chiudere senza l’auspicio che gli dèi – ossia le forze dell’essere, le potenze della natura, le potenzialità del divenire – vogliano manifestarsi favorevoli, benigni, propizi.

Firenze, dicembre 2024

GMM

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.