“Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più ricco del reame?” – si potrebbe ironizzare, riprendendo la favola (volgarizzata) di “Biancaneve”. Ma è la domanda che è “girata” sul web. Risposte non risolutive: Bezos di Amazon che ha comprato Venezia per i suoi sponsali? Musk di Tesla e altro che vuole colonizzare Marte? Bezos ha speso senza batter ciglio 48 milioni di € per le sue nozze, ma intanto Musk ha fondato il suo America Party… E ad ambedue fanno capo centinaia di miliardi di dollari (non perdiamoci qui a far conti, peraltro incerti)…e così via.
Ma nella disputa (in sostanza, “roba” da rivista da attesa dal parrucchiere o in ambulatorio dentistico) per individuare e valutare “il più”, al massimo parlando come curiosità di quel che ciascuno dice, e fa, e prospetta, non mi risulta (saranno certo miei limiti di informazione, però questo so…) che sia venuto almeno un “j’accuse”.
Che intendo? Questo: un’accusa, uno sdegno, una reattività, contro costoro (ai quali di sicuro se ne possono aggiungere anche altri: ossia gli esponenti delle oligarchie finanziarie globaliste), che sono soltanto l’ “incarnazione” dell’iper-centralizzazione/concentrazione del capitale, nel vigente e globale modo di produzione capitalistico.
E il capitale è un rapporto di produzione, e quindi sociale, e quindi politico, e quindi anche culturale – un rapporto per cui (nella fase attuale) si iper-concentra la proprietà dei mezzi di produzione (diretti e indiretti, produttivi, distributivi, finanziari) in una percentuale più che minima dell’umanità, mentre il resto – o addetto a valorizzare il valore (= il capitale), o a essere escluso, fino a essere emarginato – è espropriato da ogni proprietà, o co-possesso, o comunque controllo, sui mezzi di produzione stessi. E questo nella compenetrazione/interazione dell’iper-capitale e della statualità (condizione “sine qua non” perché vi sia, si mantenga, si perpetui l’iper-capitale stesso).
Il mancato “j’accuse” – che avrebbe dovuto essere generalizzato, invece sostituito da pettegolezzi tipo “son persone brave oppure no?”, “fanno ‘cose’ valide o no?”, e così via, nella malcelata ammirazione per tanta (presunta) “grandezza” -, la dice lunga sul livello di capacità analitiche, e dunque cognitive, diffuso. E anche nelle fila degli stessi critici e oppositori… Andrebbe detto come minimo, e chiaro e forte, che, proprio con “personaggi” del genere, si attesta che il capitalismo non è un modo di produzione accettabile, né lo è la statualità che vi si compenetra, e nemmeno la tecnologia “perforrmata” al loro servizio (e la massa di balle di accompagnamento, e funzionale, va buttata nel cesso – certo, con il rischio di intasarlo…).
Ma così non è: l’occultamento, la rimozione, la cancellazione delle categorie (concetti teorici) critiche fondamentali e fondanti, sono procedute a fondo, sono interiorizzate come vuoto (magari riempito di inadeguatezze e farneticazioni), si sono assodate (come le uova sode). Certo, vanno ristabilite – sapendo però che è un “lavoro” duro, perché non è che “si riparte da zero”, ma su una “tavola” ingombra di mistificazioni, fuorviamenti, alienazioni.
MM
