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L’UE FRANA SOTTO IL PESO DELLA GERMANIA

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Il 9 agosto «Il Messaggero» pubblica L’Europa fermi l’inaccettabile blitz tedesco di Prodi, che il 14 esce su «Le Monde» ed è citato verso Ferragosto da altri quotidiani italiani. Movendo dal “caso Grecia” evidenzia che circa il 70% dell’opinione pubblica tedesca concorda con il ministro delle finanze Schaeuble, volto a cacciare la Grecia dall’euro, ostacolato però dagli Usa. Il “cattivo compromesso” conclusivo sarebbe stato inevitabile. Alla luce dei fatti – sostituzione di Varoufakis nelle trattative perché “persona non gradita”, voltafaccia di Tsipras all’indomani del referendum -, si deve convenire. Prodi continua:

nessuno poteva tuttavia prevedere che il brutto futuro sarebbe cominciato ancor prima della fine dello stesso mese di luglio, con una pesante e inaspettata dichiarazione di Schaeuble sulla necessità di ridimensionare i poteri della Commissione europea, trasferendo le piú delicate decisioni di politica economica nelle mani di un’autorità tecnica fornita di pieni poteri e, ovviamente, controllata da Berlino. Schaeuble è il potente e competente ministro delle finanze tedesco, le sue dichiarazioni vanno interpretate come posizione ufficiale […]. Il messaggio è chiaro: le pur timide dichiarazioni da parte del presidente Juncker […] di riprendere in mano i poteri che il trattato attribuisce alla Commissione non sono accettate da una Germania che ha cambiato la propria strategia insieme alla crescita della propria forza.

Prodi dichiara il dovere politico e morale – come ex presidente della Commissione – di opporsi: perché la proposta viola l’art.17 del Trattato dell’Ue che definisce i poteri della Commissione e stabilisce che «i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun paese», mentre la dichiarazione di Schaeuble tende a condizionare preventivamente la Commissione; perché si è di fronte a una svolta politica, come rileva un intervento dell’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, per cui la Germania sta trasformando «l’Eurozona nella propria sfera d’influenza, [sostenendo] che la vecchia politica di solidarietà verrebbe ormai considerata “inguaribilmente euroromantica” e che, in conseguenza dei suoi successi, l’obiettivo di un’Europa germanica starebbe ormai prevalendo sulla tradizionale aspirazione di una Germania europea». Continua Prodi:

di fronte alla presa di posizione di Schaeuble […], se non si reagisce con fermezza, l’Eurozona arriverà presto al punto di rottura. Mi sarei però aspettato da parte degli altri paesi dell’Ue una maggiore consapevolezza nei confronti delle conseguenze di questa nuova politica tedesca. Abbiamo letto seri e motivati segni di preoccupazione in una dichiarazione […]congiunta dei responsabili francese e italiano della politica europea (Harlem Desir e Sandro Gozi) ma non si è creato un allarme sufficiente a […] un’adeguata reazione di fronte a questo drammatico rovesciamento dei principi e delle politiche che hanno sempre guidato e costruito l’Ue. Smantellando i pilastri fondamentali si arriva fatalmente alla “dissoluzione dell’Unione”. [Né Prodi si spiega] la latitanza dei grandi partiti europei [… auspicando con urgenza di una riunione dei capi di governo, istituzioni e grandi partiti europei] per discutere in modo aperto e approfondito sui futuri destini dell’Europa. Un vertice che parli […] di politica. […] Bisogna che emergano […] le scelte che intende portare avanti la Germania e le posizioni che intendono prendere gli altri paesi, cominciando dalla Francia e dall’Italia.

La Germania vuole affrontare la sfida della globalizzazione da sola, magari supportata da alcuni satelliti, o proseguire su quella politica che le ha permesso di conquistare l’unità nazionale e rafforzare la propria posizione economica? E «questo vertice va accompagnato da un parallelo dibattito parlamentare e popolare», né può attendere gli esiti elettorali dei 28 paesi dell’Ue. Va iniziato ora:

soltanto una richiesta congiunta di Francia e Italia lo può mettere in agenda con la necessaria urgenza. Deve essere comunque messo in chiaro in via preliminare che a nessun paese può essere richiesto di accettare - sulla base dei patti fondanti dell’integrazione europea – trasferimenti di sovranità se non a istituzioni sovranazionali che votano a maggioranza e sono controllate dal Parlamento Europeo.

Sabato 15 agosto «Il Sole 24 ore» pubblica un articolo di Philippe Legrain, consigliere economico della Commissione europea, con Barroso, dal 2011 al 2014: Se Berlino rischia di essere il nemico della Ue. Il sottotitolo: Le scelte dell’amministrazione Merkel alimentano pericolosi squilibri della zona euro. Secondo l’autore (Visiting senior fellow alla «London School of Economics»), la Germania sarebbe il problema della zona euro e disastrosa la sua risposta alla crisi:

A sette anni dall’inizio della crisi, l’economia della zona euro sta andando peggio da come andò in Europa durante la Grande Depressione degli anni trenta. Gli sforzi del governo tedesco volti a schiacciare la Grecia e costringerla ad abbandonare la valuta unica hanno destabilizzato l’unione monetaria. Finché l’amministrazione Merkel continuerà ad abusare della sua posizione dominante di principale creditore per portare avanti i suoi miopi interessi, la zona euro non potrà prosperare - e potrebbe non sopravvivere. L’immenso surplus delle partite correnti della Germania – i risparmi in eccesso generati dall’abbassamento dei salari per sostenere le esportazioni – è stato sia una causa della crisi della zona euro, sia un ostacolo per risolverla. Prima della crisi quel surplus alimentava i “ prestiti cattivi” delle banche tedesche all’Europa meridionale e all’Irlanda. Adesso che il surplus annuale della Germania – cresciuto fino a raggiungere i 233 miliardi di euro (255 miliardi di sterline), avvicinandosi all’8% del Pil - non è piú “riciclato” nell’Europa meridionale, la depressa domanda interna del paese esporta deflazione , che esaspera le disgrazie debitorie della zona euro. Le eccedenze della Germania nei confronti dell’estero sono in palese contrasto con le normative previste dalla zona euro al riguardo di pericolosi squilibri. Il governo Merkel, però, esercitando pressioni sulla Commissione europea, ha ottenuto il via libera. Ciò trasforma in una presa di giro la sua affermazione di essere la paladina della zona euro […]. Infatti la Germania [...] infrange [le regole] impunemente, le altera per adattarle alle proprie esigenze, o addirittura le inventa a suo piacere. In verità, proprio mentre spinge gli altri alle riforme, la Germania ignora le raccomandazioni della Commissione: sta obbligando la Grecia ad elevare l’età pensionabile – uno dei requisiti necessari per concederle un ulteriore programma di aiuti dall’eurozona – nel momento stesso in cui abbassa la propria. Chiede insistentemente che i negozi greci restino aperti anche di domenica, benché quelli tedeschi siano chiusi. Sembra quasi che per la Germania il corporativismo debba essere spazzato via altrove ma protetto in casa. Oltre a rifiutarsi di correggere la sua economia, la Germania ha rifilato i costi della crisi agli altri. Allo scopo di soccorrere le banche del paese invischiate nelle decisioni di erogare prestiti “cattivi”, Angela Merkel ha infranto la regola del “no-bailout” prevista dal Trattato di Maastricht che vieta ai governi membri di finanziare gli altri, e ha costretto i contribuenti europei a erogare prestiti a una Grecia insolvente. Nello stesso modo, i prestiti a Irlanda, Portogallo e Spagna da parte dei governi della zona euro in primo luogo hanno salvato in extremis le banche locali insolventi, e di riflesso i loro creditori tedeschi. A peggiorare ancor piú le cose, in cambio di questi aiuti la Cancelliera ha ottenuto un controllo molto maggiore su tutti i budget dei governi della zona euro con una camicia di forza fiscale che svigorisce la domanda e pone vincoli alla democrazia: normative piú rigide per l’eurozona e un fiscal compact. L’influenza della Germania ha dato vita nella zona euro a un’unione bancaria asimmetrica e piena di buchi. Le Sparkassen tedesche – banche di risparmio con uno stato patrimoniale complessivo di circa mille miliardi di euro – sono esenti dal controllo e dalla supervisione della Banca centrale europea, mentre le mega-banche poco capitalizzate come Deutsche Bank e i marci prestatori regionali di proprietà statale del paese hanno ottenuto un poco plausibile certificato di sana e robusta costituzione.

L’unica regola della zona euro ritenuta sacrosanta è l’irrevocabilità dell’appartenenza. Non esiste alcuna clausola contrattuale che preveda la possibilità di uscirne, perché l’unione monetaria è concepita come un primo passo verso un’unione politica, e perché in caso contrario degenererebbe in un regime pericolosamente inflessibile e traballante di tassi a cambio fisso. La Germania non ha trasgredito soltanto a questa regola: oltre a ciò, il suo ministro delle finanze, Wolfgang Schaeuble, ne ha da poco inventata di sana pianta un’altra, quella secondo cui nella zona euro l’alleggerimento del debito è vietato – per giustificare il suo vergognoso comportamento nei confronti della Grecia. In conseguenza di tutto ciò, l’appartenenza della Germania alla zona euro – e per estensione quella di tutti i suoi membri – è subordinata all’ubbidienza al governo tedesco. La zona euro ha disperatamente bisogno di alternative mainstream a questo asimmetrico “Consenso di Berlino” nel quale gli interessi dei creditori sono anteposti a quelli di chiunque altro e nel quale la Germania domina tutto il resto. Il merkelismo sta provocando stagnazione economica, polarizzazione politica, e un brutto nazionalismo. Francia, Italia ed europei di ogni colore politico devono adoperarsi subito e intervenire proponendo altre visioni di ciò che dovrebbe essere l’eurozona. Una possibile sarebbe quella di un maggiore federalismo. Istituzioni politiche comuni, responsabili nei confronti degli elettori della zona euro, verrebbero a costituire una controparte fiscale democratica alla Bce e aiuterebbero a contenere la potenza tedesca. Ma la crescente animosità degli Stati membri della zona euro, e l’erosione al sostegno all’integrazione europea sia nei paesi creditori sia in quelli debitori, stanno a indicare che un maggior federalismo è politicamente inattuabile, in teoria addirittura pericoloso.Una possibilità migliore sarebbe quella di orientarsi verso una zona euro piú flessibile, nella quale i rappresentanti nazionali eletti abbiano maggior voce in capitolo. Una volta ripristinata la regola del “no-bailout”, poi, i governi avrebbero piú margine di manovra per perseguire politiche anticicliche e rispondere alle mutevoli priorità degli elettori. Per rendere plausibile un simile sistema, si dovrebbe creare un meccanismo di ristrutturazione del debito dei governi insolventi. Ciò, unitamente alla riforma delle direttive previste per la ricapitalizzazione delle banche, permetterebbe ai mercati, e non alla Germania, di porre un freno ai prestiti davvero eccessivi. Preferibilmente, anche la Bce dovrebbe ricevere il mandato di agire da prestatore di ultima istanza per i governi illiquidi ma solventi. Questi cambiamenti potrebbero raccogliere un ampio consenso – e servire gli interessi della stessa Germania. I membri della zona euro sono imprigionati in un matrimonio infelice nel quale la Germania spadroneggia. Ma la paura, da sola, non basta a tenere insieme per sempre un rapporto. Se Angela Merkel non rinsavirà, finirà col distruggerlo. Due voci certo non “euroscettiche”, ma critiche delle scelte politiche imposte da Berlino e subite per “affinità elettive” od obtorto collo dai partner europei. Resta l’interrogativo di Prodi: dove sono i governi, i partiti, etc.? E l’urgenza di aprire quanto prima un dibattito coinvolgendo i cittadini dell’Unione – ma sono stati informati su Ue, euro, etc.? No, come sappiamo. Lo saranno? Resta dubbio – su proposte e senso – ma c’è ancora un senso? – di far parte di siffatta Unione.

CB

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