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MICHEA – LA SOCIETÀ LIBERALE E LA SUA CONTINUATIVA PATOGENESI

Il fatto che la società liberale situi i suoi progressi sotto il segno dell’individuo «sovrano» e «indipendente per natura» non significa, evidentemente, che tutti i suoi membri siano condannati a vivere – come veri Robinson[1] – in una solitudine assoluta e continua. Al contrario, questa società è probabilmente la piú interconnessa, la piú gregaria e la piú mimetica che la storia abbia mai conosciuto (e, in questo senso, si può anche dire che è nella figura dell’adolescente moderno – inchiodato al suo MP3 o allo schermo del suo computer – che l’ordine liberale trova il suo modello di umanità piú compiuto, fino a fondare per tutti gli adulti il solo imperativo di «restare giovani» a tutti i costi).

Ma, nella misura in cui questa società liberale può riconoscere ufficialmente solo le relazioni fondate sullo scambio materiale e sul contratto giuridico – detto altrimenti, le relazioni fondate sul principio utilitaristico del «dante-dante» [“io ti do-tu mi dai”, n.d.r.] –, essa non potrebbe generare di per nessun vero legame sociale, né alcun incontro autentico e disinteressato (evidentemente, l’amicizia, l’amore e la fiducia non possono trovare la loro fonte primaria che nei cicli creativi del dono, cioè in queste fondamenta antropologiche di base che la società liberale ha precisamente l’effetto di distruggere).

Dunque, di per sé, essa [la società liberale] non potrà mai produrre che una «socialità» di sintesi e di relazioni umane prefabbricate (di cui, oggi, «Twitter» e «Facebook» sono i paradigmi piú conosciuti). Guy Debord non voleva dire nient’altro, quando notava che, in una società liberale sviluppata, «ciò che lega gli spettatori è solo un rapporto irreversibile con lo stesso centro che mantiene il loro isolamento. Lo spettacolo riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato (G. Debord, La società dello spettacolo, tesi 29). O anche lo psicanalista Jean-Pierre Lebrun, quando ricordava che una società liberale è in primo luogo una società in cui siamo tenuti a dover «vivere insieme senza altrui» (J.-P. Lebrun, La perversion ordinaire, Paris, Denoël, 2007). Questa «asociale sociabilità» della civilizzazione capitalistica è, in ultima istanza, la vera fonte di quasi tutte le sofferenze morali e malattie psicologiche dell’uomo contemporaneo[2].

 

[Da aggiungere: di conseguenza, si situa qui la fonte primaria della condizione di alterazione (stato conflittuale: psiche-cervello-organismo) – ossia patogenetica – che investe, pervade e opprime grossa parte della popolazione, e quindi ne ottenebra anche le capacità di appercezione, intuizione, comprensione, n.d.r.]



[1] Riferimento a Robinson Crusoe, protagonista del romanzo di Daniel Defoe (Defoe, deciso assertore del liberalismo, è autore di The Farther Adventures of Robinson Crusoe (1719), seguito da Serious reflections during the life of Robinson Crusoe (1720), nel quale Robinson, naufragato su un’isola deserta, si costruisce tutto da sé, dalle condizioni di esistenza all’abitazione, e viene assunto da Marx come esempio sarcastico (le «robinsonate») dell’economia politica e delle concezioni della società del liberalismo. Da sottolineare: Robinson salva un nero caduto in mano di altri neri cannibali (rimandando, cosí, all’inciviltà mostruosa degli africani, e in genere degli “altri” delle «colonie», e quindi alla funzione salvifica e civilizzatrice degli uomini «civili») e ne fa il suo servo, mutandogli perfino il nome, in quanto, avendolo salvato di venerdí, lo chiama «Venerdì» [n.d.t.]

[2] J.-Cl. Michéa, Les mystères de la gauche, Paris, Flammarion, 20142, Scolio I, n. 10, pp. 108-109 [corsivi dell’autore; trad. it. di M. Monforte].

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