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LE VICENDE UCRAINE E LO SCENARIO INTERNAZIONALE

Intervenendo sull’Ucraina nell’incontro Usa-Ue di Bruxelles, Obama ha esaltato «i giovani ucraini scesi in piazza contro il governo corrotto di Yanukovich» – come sottolinea «il manifesto» –, trascurando di dire della componente neonazista quale braccio militare armato e del suo ruolo non trascurabile sull’esito della protesta. L’Ucraina starebbe a dimostrare che la Russia è un pericolo per la libertà dei popoli, la quale ha un prezzo se la si vuole conservare. E tutti i media hanno suonato fin dall’inizio la grancassa, gareggiando in peana da un lato e querimonie dall’altro per una popolazione repressa e anelante alla “libertà” – cioè … a far parte dell’Ue –, e scagliando anatemi contro l’oppressore russo. Corifei gli Usa, che hanno fatto la voce grossa, minacciando sanzioni, disertando i mondiali di Sochi e sollecitando la diserzione degli alleati. La Russia non è priva di responsabilità, anche pesanti, in genere, e Putin è stato tutt’uno con il Kgb, né ha certo cambiato punto di vista e metodi: ma vanno esaminati i fatti. Noam Chomsky, in Estremo oriente per un ciclo di conferenze, intervistato a Tokio sui nuovi «venti di guerra» tra Occidente e Oriente, non solo per la crisi Ucraina – v. «il manifesto» (19.03.2014) –, afferma:

non solo in Crimea, direi che anche qui, in Asia orientale, la tensione è altissima, tira una bruttissima aria.

D’accordo con il premier nipponico Shinzo Abe pur non avendone grande stima , che ravvisa una situazione dell’Europa analoga a quella antecedente al Primo conflitto mondiale, prosegue:

quanto alla Crimea faccio fatica ad associarmi all’indignazione dell’Occidente. Leggo in questi giorni editoriali assurdi, a livello di guerra fredda […]. Ma dico, scherziamo? […] Mi sembra di essere tornato ai tempi della Georgia, quando i russi, entrando in Ossezia e occupando temporaneamente parte della Georgia, fermarono quel pazzo di Shakaashvili, a sua volta (mal) “consigliato” dagli Usa. I russi, all’epoca, evitarono l’estensione del conflitto, altro che “feroce invasore”. [E dopo aver ribadito di essere tutt’altro che un fan di Putin e oppure un filorusso, continua]: come si permettono gli Stati uniti, dopo quello che hanno fatto in Iraq, dove […] sono intervenuti senza un mandato dell’Onu a migliaia di chilometri di distanza per sovvertire un regime [e dopo aver mentito – aggiunge – al mondo sulle presunte armi di distruzione di massa]? […] Non mi sembra che vi siano state stragi, pulizie etniche, violenze diffuse.

 Chomsky ribadisce:

 perché continuiamo a considerare il mondo intero come nostro [Usa, n.d.r.] territorio, che abbiamo il diritto, quasi il dovere di “controllare” e, nel caso, di modificare a seconda dei nostri interessi? Non è cambiato nulla, alla Casa Bianca e al Pentagono, sono ancora convinti che l’America sia e debba essere la guida – il gendarme – del mondo.

Anche Cina e Giappone, oltre alla Russia, fanno paura, dice il giornalista. E Chomsky dichiara:

dobbiamo temere di piú gli Stati uniti – non ho alcun dubbio , e del resto è quanto ritengono il 70% degli intervistati di un recente sondaggio internazionale svolto in Europa e citato anche dalla Bbc.

Chomsky riferisce che nel sondaggio seguono Pakistan e India, e la Cina è quarta come fonte di timore, mentre il Giappone sarebbe assente – precisando: «per ora». Comunque, sono da temere soprattutto gli Usa. E attacca lo «spirito di servizio» della stampa:

per un giornalista, un commentatore politico, scrivere una cosa del genere, oggi, significa avere sviluppato una capacità di asservimento e di subordinazione al “pensiero comune” che nemmeno Orwell avrebbe potuto immaginare.

Chomsky esagera? In un altro articolo, alla stessa data su «il manifesto», di Rita di Leo, si legge:

che l’ex impero zarista, l’ex [Urss], torni a contare sulla scena internazionale è un imprevisto calato sugli equilibri post 1989, per colpa di una ex spia sovietica [Putin, n.d.r.]. Politici e grandi opinionisti Usa chiedono a Obama di punirlo. […] E si chiariscono via via i giochi che si stanno portando avanti sulla pelle degli ucraini.

L’articolo continua, affermando che Ue e Fmi sarebbero lieti di non occuparsi dell’Ucraina:

finora […] si sono impegnati solo a parole. Nel frangente attuale però sono costretti a parlare in qualche modo di soldi e a doverli promettere nella stessa quantità di Putin, […] in cambio di radicali ristrutturazioni: lacrime e sangue per la popolazione – come già avvenuto altrove oltrecortina – e quattrini a palate per le lobby finanziarie e transnazionali. [… L’Ucraina] è un paese di 46 milioni di abitanti, superindustrializzato, con una ricca agricoltura e soprattutto un retaggio culturale e religioso, [… ma] non è riuscita a farsi Stato. È rimasta un territorio di conquista degli ex direttori dei grandi kombinat sovietici, gli oligarchi che lo governano. Il piú noto è Yulia Abramovic Timoshenko, la zarina del gas, cosí brava che, processata per un suo ambiguo business con Putin, in prigione si è dichiarata vittima della lotta per l’indipendenza dalla Russia. In tal senso è ormai divenuta un’icona universale, con la treccia bionda delle contadine ucraine anni trenta: un vero colpo di genio da parte sua, che è un ingegnere di etnia ebraica, di cultura urbana, esperta di mille traffici politici ed economici. E che ha imparato l’ucraino giusto al tramonto dell’Urss.

La di Leo ha appreso «nel modo piú domestico» del collaborazionismo ucraino, come vendetta contro i “bolscevichi ebrei” del Cremlino. La Crimea, definita dall’autrice «piú bella di Capri», era «un focolare ebraico», tanto che Kruschev l’aveva regalata agli ucraini, antisemiti come lui, minatore ucraino; anche Brezhnev, operaio ucraino, aveva industrializzato il paese d’origine, già destinato al ruolo di granaio russo. La di Leo ha appreso da un’ucraina galiziana che gli ucraini erano «tenacemente anticomunisti». Anche l’israeliano «Haaretz» fa un’analisi simile delle vicende ucraine a partire dalla fine dell’Urss, anche perché preoccupato degli attacchi alla componente ebraica dei partiti ultranazionalisti, ora al governo e ricevuti alla Casa Bianca per il merito di essere antirussi.

Sono molti i fattori che determinano un evento e non è marginale orientare l’opinione pubblica per determinarne i comportamenti. Su «il manifesto» (01.04.2014) Simone Pieranni scrive:

a Kiev, [… abbiamo] assistito a una rivolta che ha visto la manovalanza di piazza dei neonazisti di «Settore Destro» e «Svoboda», una classe politica locale filoamericana e Fmi (nonché oligarchi contro altri oligarchi) giocarsi le proprie carte nella nuova situazione politica creata e determinata dalla piazza e un valente gruppo di comunicatori, messo a disposizione da fondazioni, finanziatori privati e Congresso Usa, capace di guidare la “narrazione” degli eventi e addirittura di “prepararli” a livello mediatico. Molti di questi sostegni in Ucraina sono in gestazione da lungo tempo. E sono […] finanziati: dagli Stati uniti, da tycoon, da ambasciate. A colpire è il miscuglio di fondazioni private, di miliardi che in altre situazioni […] guidano le battaglie per la libertà di espressione e istituti che gli esperti americani hanno identificato fin da subito come apparati dell’intelligence, la Cia. […] Come racconta il «premio Pulizer» Mark Mazzetti nel suo ultimo libro, Killing machine (Feltrinelli, € 15), la Cia negli States è un ragno capace di usare tutti i suoi artigli, mischiandosi abilmente in ogni tipo di iniziativa. Ed è anche determinata a ottenere obiettivi, nonostante le guerre interne.

L’autore raccoglie tutti gli “ordini di uccidere” che l’“Agenzia” avrebbe emesso dopo l’11 settembre, e ne analizza la tecnica di manipolazione mediatica del consenso per creare una visione “positiva” degli Stati uniti nei paesi in cui può servire. Riferisce di una dichiarazione rilasciata da un ex analista Cia, che afferma di avere prove inoppugnabili in base a una conversazione telefonica intercettata tra l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei e l’ambasciatore Usa a Kiev: il «National Endowment for Democracy» (Ned) come un catalizzatore degli eventi.

Quando hai 65 progetti in Ucraina finanziati con 100 milioni di dollari, se fossi un russo direi “sembra che stiano cercando di fare con l’Ucraina quello che hanno fatto per il resto dell’Europa orientale” sostiene colui che è stato per 27 anni annalista Cia – [vale a dire] allargare la Nato a Est in funzione antirussa.

Il Ned è il braccio economico della Cia tramite i finanziamenti alle O.n.g. locali. L’ambasciatore Usa a Kiev appare uno dei primi artefici del finanziamento americano ai media di Majdan: nell’agosto 2013, un versamento alla Hromadske.tv tale da coprire le proteste “pro Europa”. La stessa tv «sarebbe stata supportata anche dall’ambasciatore olandese». Molti giornalisti delle tv avrebbero esperienza con i media americani: il direttore Roman Skrypin avrebbe lavorato «con le americane Radio Free Europe e Ukrainska Pravda fondata dagli americani». Lo stesso Skrypin avrebbe ottenuto fondi anche da Soros, contribuendo alla nascita di Channel 5, la tv della «rivoluzione arancione» e della protesta di Majdan. Per il «Financial Times» decisivo il ruolo è giocato da

 Oleh Rybachuk, esponente di punta della cricca neoliberista ucraina, descritto come il favorito del Dipartimento di Stato, dei neocon di Washington, dell’Ue e della Nato.

Diventato vice-primo ministro dopo la «rivoluzione arancione», continua i rapporti con i referenti menzionati e promuove una serie di privatizzazioni; ma con l’arrivo di Yanukovich non se l’è passata bene, finendo anche sotto inchiesta per “lavaggio di denaro sporco”: avrebbe incassato 500.000 dollari per la propria O.n.g. dai suoi sponsor, Agenzia per lo sviluppo internazionale Usa, International Renaissance Foundation di Soros, Ned – che pare fondata in buona parte dal Congresso americano, nonché da tal Omidyar, fondatore dell’impero Ebay, ambiguo faccendiere, che avrebbe finanziato sia inchieste contro la Casa Bianca (la startup del sito che ha pubblicato inizialmente le rivelazioni del «Datavate» di Snowden), sia supportato gruppi vicini al Pentagono e alla Cia. E avrebbe avuto un ruolo di primo piano

nella gestione mediatica e organizzativa di Majdan nonché nella preparazione […] della campagna anti Yanukovich, fomentata da alcuni suoi progetti […; quanto alla Ned si tratta di] un’organizzazione che costituisce una sorta di braccio charity della Cia ed è presente in tutti i finanziamenti ai media di Majdan. […] Come ha spiegato il magazine «Salon» […], la Cia ha sempre finanziato segretamente, e talvolta le ha proprio create, organizzazioni non governative private per fare propaganda e per fornire copertura per operazioni segrete in tutto il mondo.

 A un certo punto, però, l’organismo si era inceppato, alcuni mezzi di comunicazioni avevano denunciato tale utilizzo di fondazioni private da parte della Cia, e allora,

 per gestire al meglio questo tipo di missione, venne riempito un vuoto amministrativo. [ … Ci pensò la presidenza Reagan] con una maggioranza bipartisan: nel 1983 creò il National Endowment for Democracy (Ned). Ancor vivo e attivo, anche in Ucraina.

 I media nella quasi totalità paiono ignorare tali retroscena – del resto pressoché tutti i paesi occidentali non cessano di scagliarsi contro la minaccia russa. Il corifeo della compagnia è ovviamente Barack Obama, che spera di sostituirsi alla Russia nella fornitura di gas all’Europa, oltre che di scaricare sugli alleati europei un certo numero dei suoi F35 – inaffidabili anche per gli esperti del Pentagono –, in nome del “comune interesse alla libertà”. Nel quadro delle iniziative americane volte a sanzionare il nemico russo spicca la notizia riportata da «La Stampa» (04.04.2014), che l’autore, Giovanni Bignami, riprende dal «New York Times» (augurandosi che sia farlocca …).

 Un memorandum riservato della Nasa parla di nuove direttive internazionali per la collaborazione spaziale con i russi, dopo l’intervento di Putin in Crimea. La Nasa, dice il «Nyt», sospende ogni contatto con la Russia nello spazio, incluse trattative su progetti in corso e futuri, visite del personale americano e perfino e-mail, teleconferenze e videoconferenze. C’è anche il nome dell’autore della direttiva: nientemeno che Michael F. O’Brien, il vice-amministratore per le relazioni internazionali. Del quale, almeno finora, non si riportano smentite o commenti. […] La notizia è completata dalla seguente perla: si interrompono sí tutti i rapporti spaziali tecnici o commerciali che siano, tranne, naturalmente, l’accesso, (andata e ritorno) alla Stazione spaziale internazionale (Ssi). E vorrei vedere: ricordiamo che, da quando ha dovuto mettere in pensione lo Shuttle (vecchio di 40 anni), la Nasa non ha piú modo di mandare in orbita esseri umani, compresi i propri astronauti alla Ssi. Per farlo deve ricorrere ai russi, e alla loro cara vecchia capsula Soyuz , uno scomodissimo resto dell’era post-Gagarin. Brutta e scomoda fin che si vuole, ma molto affidabile perché provata da innumerevoli voli, la Soyuz, lanciata con vettore russo da Baykonur, è l’unico modo per andare e tornare dalla Ssi. Naturalmente gli affari sono affari: un posto sulla Soyuz a ogni non-russo costa oggi 70 milioni di dollari: prendere o lasciare. [… E, preso atto che da una settimana un astronauta Nasa si trova appunto sulla Soyuz assieme a due russi,] fossi in lui [… mi chiederei cosa succede] se i russi dicono nyet a ulteriori passaggi Usa sulla Soyuz, vista l’attitudine della Nasa (almeno secondo il «Nyt»). Piú in generale, se Putin decidesse che può fare a meno dei 70 milioni per astronauta americano, come farebbe la Nasa a gestire la (largamente sua) Ssi? Lo stesso, peraltro, si potrebbe applicare agli astronauti Esa [l’agenzia spaziale europea, n.d.r.], e quindi anche agli italiani, se partisse questo gioco al massacro spaziale.

Ma c’è il Comitato mondiale per la ricerca spaziale – presieduto dal Bignami –, che terrà l’assemblea generale a Mosca il prossimo agosto, con oltre 5.000 scienziati di tutto il mondo, e l’autore spera in un confronto super partes, auspicando che a Putin sia sfuggito l’articolo del «Nyt».

Ora, di fronte alle richieste e annunci di referendum per l’adesione alla Federazione russa – dopo la Crimea, in varie aree orientali dell’Ucraina, che paiono in continuo aumento; di fronte al rischio indicato da Bignami, forse non proprio remoto; di fronte alle minacce Usa (e provocazioni concomitanti) – ci si deve chiedere se una vicenda dai contenuti e prospettive drammatiche – come lo sgretolamento dell’Ucraina –, pur con aspetti grotteschi, non sia dovuta in primo luogo all’avventurismo, arroganza e insipienza di chi pretende di dettare le regole dell’ordine mondiale – senza averne i titoli: ma li ha mai avuti?

CB

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