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OLTRE LA SINISTRA

 

Le omissioni sono peggio degli errori: restano nel non-detto, ma scavano a fondo. La prima omissione è l’assorbimento in ciò che si chiama «sinistra»1 degli iniziali socialisti e/o comunisti, avvenuto progressivamente, fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, intrecciandosi con le catastrofi della Prima e Seconda guerra mondiale, la rivoluzione in Russia, l’ascesa del nazifascismo, la Resistenza in Italia e le resistenze europee, l’affermazione degli Usa come superpotenza globale …

Una storia ampia e complessa, che non si può certo riassumere tutta qui. Ma si può ben rilevare come, dal punto di vista dei socialisti e/o comunisti, la storia della sinistra, in due secoli, non ha portato a niente rispetto alle premesse e promesse su cui costoro si erano mossi. Ha invece condotto ai presenti punti di approdo: in quello che era il mondo del «socialismo reale» (o piuttosto «socialismo di Stato»), rapidissima conversione (Russia, Est europeo, Cina …) all’“integrale” modo di produzione vigente2 (modo di produzione dell’economia politica o, detto in sintesi, capitalismo); in Occidente, rinuncia a ogni prospettiva di un suo superamento (al di là della propaganda per l’elettorato) e adeguamento a esso, parlando di “correzione” dei suoi “mali” tramite una gestione “altra” (mai realizzata, né realizzabile).

Per gli iniziali socialisti e/o comunisti il fallimento nella e della sinistra è stato profondo, ne ha screditato l’elaborazione, ha reso “inagibili” i termini «socialismo», «comunismo», ha concorso a comporre l’ottusità presente.

Bisogna chiedersi il perché. Bisogna capire. E vediamo, nella massima sintesi possibile, due risposte – che si situano sul versante interno di questa storia3, ma non sono “possibiliste”4.

Prima risposta: Henri Lefebvre

Lefebvre mette in luce come l’analisi, il progetto, la prospettiva di Marx – elaborazione orientata sulla e dalla prassi del movimento dei lavoratori – siano stati mal compresi e peggio utilizzati, e via via ridotti e distorti, e il movimento sia stato fuorviato, per precise ragioni5.

In primo luogo per la e nella situazione che si verifica fra il 1871 (Comune di Parigi) e il 1875 (costituzione del Partito operaio socialdemocratico tedesco, nella cittadina di Gotha).

Nella Comune di Parigi, Marx vide la prima esperienza concreta di oltrepassamento del capitalismo – crollo dello Stato “borghese” e sua sostituzione con l’organizzazione autogestionaria da parte dei lavoratori e classi subalterne (uno Stato non piú tale in senso proprio, poiché in via di estinzione in quanto potere separato e comando sulla società) –, ma sapeva che quella era, appunto, una prima esperienza, che fu schiacciata, anche se tracciò la direttrice. Perché per Marx – al contrario della vulgata “marxista” successiva – non è affatto l’economia la sola “base solida”, l’unica «struttura» davvero “determinante” di tutta una formazione socio-economica, mentre “il resto” sarebbe solo una «sovrastruttura» o giú di lí: l’economia è un livello, quello piú semplice da analizzare, mentre c’è poi il sociale, molto piú complesso, e lo statuale, che interagisce con l’economico e il sociale, e tutti interagiscono sul piano culturale – né lo Stato è solo un «comitato d’affari».

Una formazione storica socio-economica storica vede l’azione dell’economico-capitalistico in base all’opera del politico-statuale, per cui il processo di superamento dello «stato di cose presente», se può seguire diverse vie nelle varie situazioni, deve però passare attraverso la rottura del potere esistente: neutralizzare la potenza politico-statuale per colpire il potere economico-capitalistico, perché Stato ed economia sono le due “gambe” su cui si regge, o le due “rotaie” su cui procede, il modo di produzione dell’economia politica, ossia capitalistico. È questa la trasformazione dalle radici, o rivoluzione sociale: Marx è contro ogni economia, per riassorbirla come produzione, nella società riorganizzata; Marx è contro ogni Stato come «comando sugli uomini», per riassorbirlo nella società come «organizzazione delle cose»6.

Nella stessa costituzione della socialdemocrazia tedesca Marx individuò l’opposto – com’è chiaro nel suo scritto Critica del programma di Gotha7 –, ossia l’ascesa del «socialismo di Stato»8 (che si tradurrà in quello che poi sarà chiamato «socialismo reale»), cioè l’“afflusso” del movimento organizzato dei lavoratori nel potere politico-statuale esistente, per miglioramenti economici e sociali, in cambio del sostegno alla gestione dello «stato di cose presente» – ossia l’apporto al dispiegamento del modo di produzione.

E – mentre in parallelo si costituiva quella riduzione che è stato il “marxismo”9 e mentre tale (presunto) corpus dottrinario andava in pezzi di fronte alla “questione” dello Stato e a quanto implica10 – proprio questo è accaduto: dall’affermazione, nel Partito socialdemocratico tedesco e nella Seconda internazionale, del «socialismo di Stato», alla sconfitta del movimento operaio con lo scoppio della Prima guerra mondiale (rivolta anche contro di esso, oltre che conflitto fra Stati imperiali), e con l’adesione dei diversi partiti di sinistra ognuno al proprio Stato, per giungere al tentativo di rovesciare tale sconfitta con la rottura attuata in Russia da Lenin, nella prospettiva dell’estensione della rivoluzione, da tale «anello debole» (della «catena» di Stati imperiali) spezzato, all’Europa; di qui la Terza internazionale (o Internazionale comunista), ma con la sconfitta dei movimenti europei, la guerra civile con i controrivoluzionari (sostenuti dalle potenze capitalistiche) nella Russia dei soviet, il contrattacco dell’Armata rossa, fino al suo arresto alle porte di Varsavia – e l’isolamento della Russia …

Donde un processo imprevisto: la deriva della rivoluzione verso i paesi agrari, «arretrati» (rispetto al capitalismo in dispiegamento), intrecciata con la spinta anticolonialista e antimperialista.

I partiti socialdemocratici e socialisti venivano aderendo appieno allo Stato esistente e al capitalismo vigente, con prospettive non fuoriuscenti dal “sistema”, in piena commistione con la sinistra “borghese”: questa la prima “variante” del «socialismo di Stato» nel contesto del capitalismo.

Nella Russia in prevalenza agraria sorgeva lo Stato (fuso con il partito) piú possente (in quanto Stato) mai esistito, che ha comandato la crescita economica accelerata, la società, la cultura, la morale, oltre a fondare e subordinare la sua organizzazione internazionale (Terza Internazionale e i partiti componenti. Stato-partito-guida, identificato con il «comunismo»: invece altra “variante” del «socialismo di Stato» e altra linea all’interno dello stesso modo di produzione, con gli stessi imperativi della crescita economica (detta «sviluppo»), unita alla crescita dello Stato. «Socialismo di Stato» che ha portato interi grandi paesi (la Russia e altri) fuori dal «sottosviluppo» e ne ha difeso l’indipendenza, ma che non poteva essere quanto voluto dal movimento dei lavoratori e delle classi subalterne. «Socialismo di Stato» che ha anticipato la fase del «capitalismo di Stato», apertasi negli anni trenta del Novecento a seguito della «grande crisi» del ’29, dove la perpetuazione del capitalismo è stata assicurata dal diretto e continuativo intervento statuale, in cui capitale e Stato si fondono senza confondersi: fase adeguata all’azione del «socialismo di Stato» nella “variante” socialdemocratica, che si dispiega attraverso la Seconda guerra mondiale (conflitto interimperialista, ma che abbatte la reazione assoluta rappresentata dal nazifascismo e dal militarismo giapponese) e culmina nel trentennio detto «età dell’oro» del capitalismo11.

In tale processo sono andate svanendo le istanze del movimento dei lavoratori e la teoria marxiana. Le istanze di fondo sono state poste a latere e via via lasciate cadere, i rimandi “marxisti” della socialdemocrazia sono stati sempre piú esangui (fino all’espunzione) e il «marxismo-leninismo» del «comunismo» non è stato altro che l’ideologia dello stalinismo.

Un doppio dottrinarismo: per i socialisti-socialdemocratici esprimeva e nel contempo occultava la partecipazione alla perpetuazione del “sistema”; per i comunisti esprimeva e nel contempo occultava la politica statuale di crescita economica e di potenza politico-militare, nel contesto complessivo del modo di produzione.

E quante omissioni, da ambedue le parti: la dissertazione sullo «sviluppo delle forze produttive» (ma sotto il non-detto primato dello statuale); l’accusa di anarchismo a chiunque ponesse il problema dello Stato e lo Stato come problema (questione, invece, fondamentale12); la «modernizzazione» come valore “in sé”; il sociale come “qualcosa” di secondario e dipendente; la stessa idea di «alienazione» occultata e lasciata cadere13, lasciata al massimo agli psichiatri …

Cosí la politica si è scissa dalla teoria, e la teoria è svanita in discorso ideologico, astratto, scisso dalla realtà, evocazione retorica. Cosí le sconfitte e il riassorbimento del movimento operaio e delle classi subalterne davanti alle strategie avverse (statuali-capitalistiche) si sono intrecciati con la caduta di capacità progettuale e programmatica, tempestività di iniziativa e accortezza di manovra.

Il resto è proceduto, pur non linearmente, ma di conseguenza. Nel discredito crescente di «socialismo» e «comunismo» reali si è giunti alla fine della stessa Unione sovietica: crollo ricercato dai suoi nemici del capitalismo “integrale”, Usa in primo luogo, ma avvenuto per implosione, come esauriti il processo e la funzione storici di una via specifica alla crescita (la via statuale), nel lancio della nuova fase, l’attuale – detta «globalizzazione» –, del modo di produzione.

Quindi, ecco la sinistra quale componente organica del “sistema”, da tempo e in profondità, avendo assunto lo Stato come suo centro, referente e movente, e situato la sua critica dell’esistente come assimilata al “progressismo” – il «progresso» “in sé”, in cui “tutelare” le condizioni dei lavoratori (però, sempre piú, a Est come a Ovest, “nella misura del possibile”, poiché “date le condizioni e le priorità …”).

E si arriva al nostro presente, dove, mentre la parte maggiore della sinistra è confluita esplicitamente nella gestione dichiarata del “sistema”, un’altra piú ridotta parte si è posta come sinistra «radicale, «alternativa», «critica» – e via aggettivandosi14 –, ma, mentre collabora (dove può, a livello nazionale, regionale, locale) alla gestione dell’esistente, non va oltre richieste rivolte al “sistema”15, analisi parziali, aspirazioni a maggiore consequenzialità democratica, insistenza su conquiste civili, unite a indicazioni (confuse) su rivoluzioni «di genere» e pacifiste, a discorsi sul potere “in sé” – accompagnate anche da ancora piú minoritarie e insensate nostalgie per “il tempo che fu”. Il tutto in funzione del controllo e riassorbimento delle spinte popolari, della collocazione nella «classe politica» dei gruppi dirigenti della sinistra stessa, e dello svolgimento del ruolo, sempre “di sistema”, di inquadramento di parte dell’elettorato, in particolare operaio e popolare.

Donde il pieno fallimento – attestato e assodato – delle premesse e promesse del movimento dei lavoratori e classi subalterne. Donde la piena collocazione della sinistra nel “sistema”, che se ne è giovato e se ne giova. Donde le sue funzioni di manipolazione del consenso. Donde il carattere ingannevole e auto-ingannevole, di ogni istanza alla sua «ricomposizione» e «rilancio».

Seconda risposta: Jean-Claude Michéa

Secondo Michéa16 il “nodo” risale al primo definirsi di quella che sarà la modernità17, con le elaborazioni “pre-illuministiche” e poi con quelle della «Ragione» dei «Lumi»18, con il suo “versante” economico, dai fisiocratici ad Adam Smith: l’essere umano è assunto come individuo isolato, che solo in quanto tale si rapporta con gli altri individui, e su ciò si leva la concezione dell’homo œconomicus, il quale, perseguendo il proprio interesse individuale, o egoistico (“pensando a sé”), entra in rapporti di scambio con gli altri individui; cosí, tramite la ricerca da parte di ognuno del proprio individuale utile, si realizza la massima utilità possibile per tutti.

Occorreva liberarsi dalle potenze oppressive e oscurantiste (trono e altare) – che frenavano la libertà di “intrapresa” e bloccavano il pensiero – perché ognuno potesse attuare il proprio interesse ben compreso e “progredire” in modo infinito e indefinito. La libertà coincide con la «Ragione», quindi con il «progresso». Lo Stato deve solo gestire “le regole” (che impediscano la guerra aperta di tutti contro tutti) e garantire la libertà di ognuno di perseguire il proprio utile. Per il resto, provvede il mercato – donde la provvidenziale «mano invisibile» proclamata da Smith: il «libero mercato» regolatore, autoregolato e autoregolante.

Qui i fondamenti del «liberalismo» – liberalismo filosofico, politico, civile, e liberismo economico –, ossia del capitalismo, con la priorità del mercato (cioè dell’economico) e della nozione di «progresso». Nonché del libertarismo che lo accompagna, contro tabú, divieti e quant’altro possa frenare la marcia verso la totale espressione del desiderio, la liberazione di tutti e di tutto, l’edonismo – per la piena soddisfazione dei liberi individui sul «libero mercato» (certo, secondo la «domanda solvibile», ossia la capacità di spesa, il che però è quasi sempre omesso).

Donde il versante anche «libertario» del liberalismo capitalistico, «il cui sviluppo indefinito costituisce», dice Michéa, «nella divisione del lavoro politico moderno, l’affare prioritario della sinistra ufficialmente di sinistra» – versante «libertario» giunto alla sua esplicazione (in alcuni paesi del mondo) nel nostro tempo.

Ma l’individuo “assoluto” del capitalismo rimane lupus rispetto agli altri, pensando soltanto al proprio utile egoistico. E il suo «desiderio», del tutto individuale, è indistinto e indistinguibile da distorsioni e alienazioni, incontrollate e incontrollabili: l’«edonismo», oggi «dovunque celebrato» nella «società dello spettacolo», continua Michéa, «non è che un sostituto patetico di ogni edonismo reale»; la «liberazione dei costumi» tanto insistita «non ne ha costituito finora che la sola liberalizzazione», e non per caso si confondono «i progressi dell’autonomia individuale con quelli dell’atomizzazione degli individui»19 – esito e funzione del capitalismo.

Già contro il capitalismo in ascesa si levarono i moti dei lavoratori e della “gente semplice”, la loro resistenza, le loro lotte, in nome della conservazione di condizioni di vita e lavoro assodate e accettabili, in qualche misura civili – e, afferma Michéa, «non solo una certa sensibilità conservatrice non è incompatibile con lo spirito rivoluzionario, ma la storia mostra che questa ne è in genere la condizione, e che spesso, all’origine, è il desiderio di proteggere le cose antiche che conduce alle trasformazioni piú radicali». Sono le lotte indicate come luddismo, corporativismo, populismo, e gettate nel discredito fino ai nostri giorni, fino ad assimilarle al cieco oscurantismo, alla negazione del progresso e dell’interesse comune – e invece da riconsiderare in quanto reazioni e visioni fattive contro gli inumani ritmi, tempi e modalità di lavoro imposti dal capitalismo, l’estromissione dalla stessa possibilità di sopravvivere per tanti (disoccupazione e inoccupazione), la distruzione dei rapporti sociali che permettono un minimo di esistenza civile20.

All’individualismo liberale-libertario del capitalismo viene allora contrapposto il socialismo21 quale riaffermazione dell’individuo in quanto situato in un complesso di relazioni sociali (famiglia, vicinato, classe, paese, città), che sole lo rendono concreto e vero, perché ne pongono e sostengono l’esistenza e la dignità di questa. Al capitalismo e al suo individualismo venne contrapposto il socialismo fondato sulla common decency22, la dignità ordinaria, quella dei mores communes: l’ordinaria collocazione nelle solidali relazioni civili, l’ordinario comportamento in esse, l’ordinario modo d’essere. Il che fornisce una definizione precisa dell’“insieme” sociale anticapitalista: «tutti coloro (al primo posto […] evidentemente i lavoratori) che non partecipano, in quanto classe, al dominio sui loro simili», e che «non cercano di parteciparvi a titolo individuale»23.

È falso che lo scambio (il mercato) sia il naturale modo d’essere degli esseri umani – usciti da un fantomatico «stato di natura» da homo homini lupus, in cui ogni uomo sarebbe come un lupo per l’altro uomo. È del tutto falso che lo scambio (il mercato) sia un “modo d’essere” pacifico – la «concorrenza perfetta» è la lotta di tutti per “piazzare” il proprio prodotto o servizio alle condizioni migliori e averne in cambio i prodotti o servizi necessari o desiderati alle condizioni migliori, dunque è prosecuzione della guerra in altre forme, e si traduce facilmente in guerra effettiva. È ancora piú falso che sull’interesse di ognuno si effettui il «maggior utile possibile» – come attestano, prima delle confutazioni teoriche, le condizioni di lavoro e di vita a cui vengono ridotti i lavoratori e il popolo subalterno, l’esistenza di inoccupati e disoccupati, lo sradicamento da, e di, paesi, regioni, popoli, la distruzione della vita civile e urbana.

Il legame fra gli esseri umani si sostanzia in qualcosa di molto piú originario: il dono, non basato sulla ricerca dell’equivalenza forzosa dei prodotti in quanto merci24 e non connesso al rapporto indiretto fra gli esseri umani25, ma fondato sulla relazione diretta e dipendente da questa stessa relazione. È il rapporto riassumibile in «dare-donare, ricevere, rendere», ed è quello piú antico e naturale: l’uomo è un essere sociale e i singoli individui si formano come tali in un intreccio complesso di rapporti interpersonali, sociali e culturali, che sussistono tutt’oggi (anche se sempre piú minacciati) come relazioni con familiari, amici, conoscenti, vicini, modalità di rapportarsi agli sconosciuti, di situarsi nel tessuto della società. Un complesso di rapporti in cui si impara a “stare insieme” con “chi c’è”, né devono essere per forza tutte persone con cui si va d’accordo, ma, tutte insieme, compongono la vita civile26. E «nessuna società è antropologicamente pensabile, se non si riconosce» a tale complesso di rapporti, «strutture intersoggettive» (fra cui vi sono «il linguaggio, l’inconscio, il ciclo del dono, ecc.»), «una priorità trascendentale che comanda perfino il modo di individualizzazione e di autonomizzazione degli stessi singoli soggetti».

Lo scambio (mercato) – insieme all’economia politica e al contratto giuridico – arriva piú tardi, prima come modalità collaterale, poi si estende, viene via via imposto come prioritario dalla nascita del capitalismo e con il suo dispiegamento. E tende a distruggere ogni tessuto sociale, lasciando un individuo “liberale-libertario”, “libero” da ogni relazione, sradicato da ogni socialità e luogo concreto, proiettato in un perenne giovanilismo e ricominciamento, aperto a reiterati spostamenti e nuove dislocazioni, ma sussunto alle leggi tanto astratte quanto ferree del capitale: un individuo che, in base alle proprie capacità di spesa (che, razionalmente, è spinto ad accrescere), è un consumatore, collegato solo attraverso il mercato o, al massimo, “interconnesso” (soprattutto oggi) nelle “reti” di individui che si ritrovano, o si sentono “a distanza”, su interessi specifici (collocazione professionale, consumo di particolari prodotti o divertimenti, ecc.) in “reti” che sono la negazione del tessuto sociale e civile di relazioni.

Il nascente movimento del socialismo nella lotta contro le potenze dell’ancien régime si è collegato alle forze del capitalismo avanzante, ma ha combattuto contro il capitalismo stesso – presto definito il nuovo ancien régime. Diversi pensatori, e Marx in particolare, hanno cercato di dare al socialismo (o comunismo) originario l’elaborazione teorica necessaria.

Ma intanto si veniva formando la sinistra, la piú conseguente erede dei «Lumi»: i partiti organizzati dei lavoratori e della “gente semplice” sono venuti combinando il socialismo originario con questa sinistra. Di qui l’ambiguità di questi partiti: da un lato, si doveva rispondere alle istanze “di fondo” dei lavoratori; dall’altro, le si assumevano come parte integrante del “progressismo modernista”. E la preminenza è andata alla sinistra, per il posto privilegiato occupato nella divisione del lavoro (sua la maggior parte di «intellettuali» e dirigenti) e per il legame (non dichiarato, ma esistente nei fatti) con il “treno in marcia” della «modernità» (del capitalismo).

Ne è risultata la “strana” concezione – corrente “a sinistra”, dice Michéa – per cui «il sistema capitalista dovrebbe rappresentare per natura un ordine sociale conservatore, autoritario e patriarcale, fondato sulla repressione permanente del Desiderio e della Seduzione, repressione che esigerebbe la disciplina del Lavoro e di cui la Famiglia, la Chiesa e l’Esercito sarebbero gli agenti privilegiati», una «rappresentazione […] certo molto tranquillizzante per uno spirito moderno»27.

Si confondono fasi specifiche – in cui il capitalismo ha attuato un compromesso con forze retrive contro i lavoratori e la “povera gente”, per poi abbandonare queste forze retrive alla loro dissoluzione – con la natura del capitalismo, fuorviandone la comprensione28. Si assume come valido in sé ogni «progresso» nella «modernizzazione», con elucubrazioni sullo «sviluppo delle forze produttive», che, a un “certo punto” (mai definito), farà “superare” il capitalismo29 –, occultando il vero carattere del capitalismo stesso.

Enormi le omissioni: rispetto non solo al socialismo operaio e popolare, ma anche all’analisi di Marx, per cui (già dal 1848) il capitalismo non può esistere senza rivoluzionare costantemente i mezzi di produzione, quindi i rapporti di produzione, dunque l’insieme dei rapporti sociali; di conseguenza, il dispiegamento del capitalismo passa attraverso la distruzione di tutti i rapporti sociali stabili, con il loro seguito di idee tradizionali e venerabili, e i nuovi rapporti invecchiano e vanno in crisi prima di essersi ossificati, e ogni elemento di gerarchia sociale (vecchia e nuova) e stabilità di qualche casta (vecchia e nuova) si dissolve, e tutto ciò che è sacro viene profanato.

La sinistra è stata, ed è, la vera continuatrice dell’ideologia liberale-libertaria del liberalismo, ossia della natura di fondo del capitalismo. Dove ha potuto, lo ha imitato, attuando la crescita economica tramite lo Stato (in Russia, poi in Cina, nei paesi dell’Est europeo) – ponendo, tramite la stessa avanzata nella crescita economica e la distruzione del tessuto di relazioni sociali e civili, le basi per il crollo di quei tentativi imitatori. Altrove, ha concorso alla crescita capitalistica, alla sua gestione e preservazione. Infine, si è scissa dal socialismo dei lavoratori e classi subalterne: in Francia negli anni sessanta del Novecento, ma, nei seguenti anni settanta-ottanta, anche altrove. Lavoratori e “povera gente” sono stati “messi in libertà”30, al di fuori da un “peso” politico proprio, cessando di apparire come realtà sociale compatta e vasta – ma, benché si affermi che sono un comparto marginale o secondario31, i lavoratori dipendenti costituiscono sempre la componente piú ampia della società.

Ormai, la sinistra può svolgere in modo palese le sue funzioni – e proprio nel presente aumento del potere del capitalismo, con il supporto evidente dello Stato –, ma, a tal fine, deve mantenere un residuo controllo elettorale su parte delle classi subalterne. È perciò che la «sinistra moderna», «nella sua derisoria “pluralità”», insiste sul mix di “modernizzazione progressista”, libertarismo, difesa (vaga e parolaia) delle condizioni del lavoro, e tutto lo stucchevole “buonismo” di contorno, per supportare l’«illusione» di «quel poco di coerenza intellettuale di cui ha ancora bisogno per assicurarsi quella parvenza di autonomia che è indispensabile alla sua sopravvivenza elettorale»32.

Perciò è «politicamente necessaria una rottura radicale con l’immaginario intellettuale della sinistra» e la contrapposizione radicale del progetto proveniente dalle istanze e lotte del socialismo originario – con i suoi ulteriori fondamenti teoretici e sviluppi nelle elaborazioni e prospettive omesse e messe da parte nel processo storico successivo – ai «programmi della sinistra e della sinistra [detta] estrema». Va fatto, anche se può apparire una «provocazione aberrante e pericolosa, tale da fare il gioco di tutti i nemici del genere umano» – ma quante volte lo si è sentito dire?

È questo il solo modo non insistere nel circolo vizioso della sinistra, del “siamo di sinistra”, etc., la cui «comprensione rimane oscura per molti». Di piú, per Michéa «è pressappoco la solo possibilità non esperita che ci resta», se si vuole «aiutare l’umanità» a trovare una via d’uscita33.

Perché? Perché si sta giungendo al punto in cui non vi sarà nessuna significativa «base materiale» per il superamento del capitalismo: la distruzione della classe operaia (come classe riconosciuta e autoriconosciuta), «l’avanzata di un’agricoltura geneticamente modificata, la distruzione metodica delle città e delle forme di urbanità corrispondenti o ancora l’abbrutimento mediatico generalizzato e i suoi “cyberprolungamenti”» non possono, «in alcun modo, essere seriamente presentati come un presupposto storico necessario, o semplicemente favorevole, alla costruzione di una società “libera, egualitaria, decente”. Al contrario, sono evidenti ostacoli all’emancipazione degli uomini, e piú questi ostacoli si svilupperanno e si accumuleranno (si pensi, per esempio, a certe lesioni probabilmente irreversibili dell’ambiente), piú diventerà difficile rimettere in sesto le condizioni ecologiche e culturali indispensabili all’esistenza di ogni società veramente umana».

Ciò significa «che il tempo lavora ormai essenzialmente contro gli individui e i popoli, e che quanto piú questi si accontenteranno di attendere l’avvento di un mondo migliore, tanto piú il mondo che riceveranno effettivamente in eredità sarà improprio alla realizzazione delle loro speranze – ivi comprese le piú modeste»34.

Due risposte non in contrasto

Le due risposte sintetizzate si fondono: Lefebvre, nella sua ampia disamina del “marxismo”, procede da Hegel e “attraversa” Bakunin e l’anarchismo (senza condanne e anatemi35); e il “nodo” dello Stato è ben presente in Michéa. Lefebvre dichiara di essere per la «modernità» in quanto liberazione dalle potenze oppressive, ma del tutto ostile al «modernismo» (e al «postmodernismo»), ossia al dispiegamento del liberalismo-liberismo-libertarismo. E, se Michéa tocca a piú riprese la distruzione di città, paesi e quartieri popolari, l’elaborazione lefebvriana sbocca nel tema nodale dello spazio36: il modo di produzione capitalistico-statuale si traduce nella produzione globale dello spazio urbano e interurbano, l’“essere” reale in cui e su cui potere economico e potenza politica si combinano. Lo spazio è la posta in gioco, perennemente riposta in gioco, strutturata e ristrutturata sugli imperativi del comando politico-istituzionale e degli interessi capitalistici37, mentre la città è dissolta nel tessuto urbano (non piú città e non piú campagna), riorganizzato come nel contempo omogeneo, segmentato, gerarchizzato38, dove la vita civile si infrange nella riduzione in famiglie nucleari e nell’atomizzazione degli individui – i cittadini scompaiono in “figure” scisse che si alternano senza comporsi: produttori, consumatori, utenti, fruitori, elettori – moderni sudditi.

È sul piano dello spazio che si ergono, nella miriade di contrasti e conflitti, le istanze, spinte, lotte dei cittadini che intendono riappropriarsi dell’urbanità, quindi delle loro condizioni di lavoro, socialità, vita. Il “filo” proveniente dalle lotte iniziali contro il capitalismo, che ha attraversato la storia del movimento dei lavoratori e classi subalterne, si ripresenta nelle battaglie su “nodi” ancora sparsi e dispersi, ma sul terreno della vita civile, quindi urbana, e può risorgere e dispiegarsi.

La «ricomposizione» e «rilancio» della sinistra? Fuorviante, derisorio. La sinistra non può essere “cambiata”, tantomeno dal suo “interno”. Ha solo il senso di tenere insieme l’elettorato che vi ripone la propria identità, o fede, o (e in fondo è lo stesso) “tifo”, a uso e consumo delle frazioni e fazioni dell’“insieme” della sinistra situata nel complesso della «classe politica». La sinistra va rimessa a ciò che è stata, e ormai chiaramente è: parte delle forze politiche “di sistema” – del capitalismo e della statualità. E vi va lasciata, contro ogni illusione in proposito. Il che non significa situarsi nel “porto delle nebbie”, accreditando discorsi confusi per cui da sinistra si ricade a destra, o al centro, ma poi, “per le iniziative concrete …”.

No, occorre riconnettere il passato al presente – dalle istanze ed esperienze operaie e popolari alle elaborazioni necessarie (anche se non sufficienti) – e andare avanti: oltre la sinistra – come elaborazione, progetto, iniziativa.

Del resto, molto già spinge a riconnettersi – ancora una volta la prassi è piú avanzata del pensiero, ma stavolta l’hegeliana «nottola di Minerva» che «vola sul far del crepuscolo» ha qualche giustificazione: è stata intralciata proprio dalla sinistra.

Le spinte e iniziative in corso, da quelle sul piano politico a quelle sul piano del territorio e delle modalità di gestione, presentano il senso di fondo di restituire i cittadini a se stessi (lavoro, servizi, economia “altra”, formazione e cultura, autogestione-democrazia, vita urbana come civile e creatrice di civiltà), come cittadini effettivi (dalle città e paesi al piano nazionale), e sono potenzialmente rivolte alla grande maggioranza del popolo, ossia lavoratori e “gente semplice” – per affermare, nella difesa dei persistenti residui di civiltà, una civiltà davvero nuova. Se sia possibile e infine vincente è un altro discorso: dipende dall’apporto lucido che si riesca a dare, liberandosi dagli inganni, fra cui c’è, appunto, quello della sinistra, con il suo inganno continuativo, politico, pratico – nonché già linguistico.

MM

1 Il termine deriva dalla collocazione a sinistra rispetto alla presidenza nell’assemblea nella Rivoluzione francese, su ispirazione alla contrapposizione fra tories e wights nel parlamento inglese.

2 “Integrale” perché non basato sulla conduzione di tutto, economia in primo luogo, da parte dello Stato, ma che unisce l’opera dello Stato all’azione affidata al capitalismo (privato, o misto, con la presenza statale) sul piano economico.

3 Le risposte che vengono da destra e centro politici sono teoricamente inconsistenti – nonostante le acrobazie di vari “pensatori” (per modo di dire).

4 Quelle tipo: “ma quale fallimento? Evoluzione …”,“sí, la sinistra è un po’ fallita, ma un po’ anche no”; “sono mutate le condizioni”; etc.

5 Si rimanda a e si riprende da, in particolare, H. Lefebvre, Lo Stato, Bari, Dedalo, 4 voll., 1976-1978.

6 Marx teorizza la “triade” dialettica: dittatura del proletariato-massima estensione della democrazia-deperimento dello Stato. Cioè: presa del potere e organizzazione della massa della società nella e per la propria autogestione, in ciò massima estensione della democrazia concreta, quindi progressiva estinzione dello Stato come comando separato e “di classe”, nello sciogliersi della divisione in classi. Togliendo uno solo di questi tre termini, non rimane che una parodiacom’è successo.

7 Breve ma importantissima opera del 1875, posta molto piú tardi in circolazione, vista come frutto di un momento storico particolare, privata del dovuto risalto, poco esaminata e ancor meno compresa.

8 Sulla “matrice” elaborata da Ferdinand Lassalle (1825-1864), organizzatore di uno dei nuclei piú solidi del successivo (a lui) partito tedesco. Pur dichiarandosi, fra i primi, “marxista”, Lassalle mirava alla crescita dell’influenza del «quarto stato» (od «ordine» sociale, la classe operaia) nello Stato, onde servirsi di interventismo e dirigismo statale per migliorare le condizioni dei lavoratori, ma nel rafforzamento e potenziamento dello Stato stesso.

9 L’elaborazione marxiana non è chiusa né conclusa, al contrario dei sistemi dottrinari indicati con lo «-smo» finale.

10 Mentre la stessa analisi sul piano economico non affrontava i “nodi” lasciati aperti dallo stesso Marx, ma si ossificava nella ripetizione e nell’attesa (errata) di crisi catastrofiche – prima di venire messa “in soffitta”.

11 Da evidenziare: l’interventismo statuale non è terminato affatto con l’attuale (neo)liberismo; rimane l’assunzione degli imperativi generali del capitale da parte del politico-statuale, la sua costante opera di supporto, la sua imposizione ovunque di spazi al diretto modo di funzionare del capitalismo stesso.

12 Va ricordato che il contrasto fra Marx e Bakunin-anarchici riguardava processi, vie e metodi, non l’obiettivo di una società che controlli la propria produzione e non abbia uno Stato sovrastante – come dichiara lo stesso Marx.

13 Tanti esegeti “marxologi” hanno straparlato di «rottura epistemologica» fra il “giovane” Marx e il Marx “maturo”, mentre il quasi-concetto o immagine-concetto di alienazione (pur non essendo un concetto compiuto, come invece, per esempio, quello di plusvalore) è fondante, perché basa la critica non solo del «prodotto che domina i produttori» (il capitale come rapporto di produzione), ma anche delle forze che dominano il sociale e l’individuale, nonché dello Stato (anch’esso prodotto politico degli esseri umani, che li comanda) e della stessa politica e attività politica. Ma non poteva “andare” granché, rispetto sia al politicismo dei partiti socialisti e comunisti, sia allo Stato-partito della Russia sovietica.

14 Complici i mass media, interessati a mantenere queste denominazioni – pur grottesche, rispetto ai fatti –, assegnandovi un presunto ruolo “anti-sistema” (immaginario, rispetto alla realtà, ma comodo per il “sistema” stesso).

15 Su ogni scala, globale, nazionale e locale: anche i “punti” di quello che è stato, per po’, chiamato il «movimento dei movimenti» new/ e/o no/ global, sono stati segnati da confusioni paralizzanti e pervasi da un utopismo inguaribile, incapace di individuare i centri da colpire, i “nodi” da cogliere, le leve da utilizzare.

16 Ci si riferisce in primo luogo a J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith. Brèves remarques sur l’impossibilité de dépasser le capitalisme sur sa gauche, Paris, Flammarion, 2006.

17 Nel contesto della lunga transizione dal mondo feudale al mondo moderno (dopo l’instabilità crescente dal Trecento in poi, dalla fine del XV secolo alla fine del XVIII).

18 «Ragione» che si traduce in un razionalismo tanto astratto quanto strumentale, con esiti funesti: si rimanda, in proposito, alle analisi dei «francofortesi» e, in particolare, alla Dialettica dell’Illumismo di Adorno e Horkeimer.

19 J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 84-85.

20 Cfr. J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 120-121

21 Nel senso voluto da Pierre Leroux, operaio tipografo parigino, passato rapidamente attraverso la Carboneria, nelle fila del liberalismo e dell’utilitarismo (inglese e scozzese) durante la Restaurazione in Francia, poi, dopo l’avvento del «re borghese», Luigi Filippo d’Orléans (1830), giunto al saintsimonismo, per rompere ben presto anche con tale “chiesa”. È tramite il «doppio rifiuto di queste ideologie contraddittorie» che Leroux comincia a teorizzare il socialismo, centrandone il “nodo”: opporsi all’«individualismo distruttivo dell’economia politica» e alle potenze «che pretendono di restaurare l’unità della collettività in base a un altruismo di Stato, sacrificale e inumano», J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 119-120.

22 Come la chiamerà George Orwell, alle cui elaborazioni e intuizioni, Michéa dedica ampio spazio nell’insieme del suo lavoro, v. Impasse Adam Smith … cit., pp. 91-98, nonché passim.

23 J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 94-96. E «il desiderio […] di elevarsi sopra i propri simili o di arricchirsi a loro spese conduce sempre […] ad accettare, prima o poi, l’idea che il fine giustifica i mezzi, e di conseguenza a riconoscere nell’assenza totale di scrupoli un codice di condotta giustificato dalla ragione», p. 96.

24 In base al tempo di lavoro medio a livello sociale, in date condizioni di tecniche produttive – v. l’analisi marxiana della merce.

25 Nello scambio si escludono conoscenze e relazioni personali, e nella catena degli scambi non ci si conosce affatto.

26 «Non c’è comunità o società […] che laddove ci è dato [donato] di vivere con esseri che non abbiamo scelto e per i quali […] non proviamo per forza una simpatia particolare. È solo in tali condizioni che può forgiarsi la civiltà […] come capacità morale di trovare un accordo con tutti coloro con cui dobbiamo spartire l’esistenza, ivi compresi coloro che non ci assomigliano», J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 112-113.

27 J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., p. 152 (dalla ripubblicazione della sua «Prefazione», del 2000, all’opera di Christopher Lasch, La culture du narcissisme, ma vedi anche ibidem, p. 173 ss.).

28 «Per misurare fino a che punto sia […] delirante l’idea che lo spirito del capitalismo sia conservatore, autoritario e patriarcale, basta osservare per cinque minuti [… la] propaganda quotidiana (pubblicità, moda, cultura giovanile, feste “cittadine”, giornalismo, ecc.). Si constata subito che il sistema del laissez passer, laissez faire, da quando raggiunge la sua forma storica compiuta, può funzionare con un’efficacia massimizzata solo se perviene, in ogni momento, a convertire la trasgressione permanente di tutti i valori ereditati in imperativo categorico e principio della propria illimitata espansione […]. La sacralizzazione permanente del desiderio, delle differenti “attitudini ribelli” o di provocazione, e dell’innovazione senza fine, non deve però essere vista come il marchio delle sole forme sviluppate dello spirito capitalistico […]. In quanto idea è […] presente fin dagli inizi […], quando non è ancora altro che un’utopia ingegnosa [… non obbligata] a negoziare compromessi storici con le potenze costituite», J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 71-72.

29 Con il connesso dibattito interno alla sinistra se ciò dovesse avvenire per via rivoluzionaria o per via riformista.

30 Collocandosi nei diversi elettorati, per esempio, compresa la destra di Le Pen in Francia, da noi un po’ nella sinistra, nel centro, nella destra, e nella Lega Nord …

31 Tramite il cumulo di artifici statistici, le mistificazioni forzose delle condizioni reali (si pensi ai tanti classificati come «autonomi»), l’azione dei mass media, il mutamento delle tecniche produttive e distributive (che hanno “sparso” le unità di produzione in un ciclo articolato e decentrato piú vasto, “spalmando” i lavoratori a livello della società nel suo insieme), nonché la distruzione dei quartieri operai e popolari (tramite i massicci interventi di distruzione-riproduzione “moderna” dello spazio urbano) – mentre le condizioni di espropriazione da proprietà, possesso e controllo dei mezzi di produzione si sono estese.

32 J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., p. 151.

33 J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 17-18.

34 J.-Cl. Michéa, Impasse Adam Smith … cit., pp. 150-151.

35 Riconoscendo che la “messa in avviso” sul “nodo” dello Stato da parte di Bakunin è stata tanto giusta, quanto messa in “non cale” da «intellettuali» e dirigenti della sinistra.

36 Si rimanda, in particolare, a H. Lefebvre, La produzione dello spazio, Milano, Moizzi, voll. 2, 1976.

37 Produzione, distribuzione, trasporti, industria del divertimento, investimenti immobiliari e fusione con la rendita fondiaria – rapporto precapitalistico questo, ma rivitalizzato e potenziato dal capitalismo.

38 Dove l’antico abitare in case umili o di medio livello o anche piú suntuose, ma non ridotto all’astratto razionalismo e inserito in un contesto spaziale di vicinato, intessuto da fitte relazioni sociali, è tradotto nell’habitat delle essenziali funzioni «razionali» nei ghetti per i subalterni, ampliate agli apparati di lusso nei sempre ghetti delle classi superiori.

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