È venerdì 24 aprile ’26, vigilia di sabato 25. E sì: al 24 segue il 25, a venerdì segue sabato. Ma il 25 aprile è festività istituzionale della Repubblica italiana, detta “festa della liberazione” – dal nazifascismo, dall’occupazione da parte della Germania nazista e dalle alleate truppe dei “repubblichini” della Repubblica-fantoccio di Salò.
Oggi non è nemmeno più una celabrazione: è una festa vuota e vacua per i più, per parecchi è la finzione della “festa per tutti gli italiani”, per altri è qualcosa da accettare (quelli che vengono da formazioni post-fasciste o che scelgono di sorvolare con condiscendenza su quel passato, e quelli – pochi, per buona sorte – che ancora urlano “presente” con il saluto pseudo-romano), per altri ancora è uno straccio da indossare (stonando “Bella ciao”) a copertura di scelte e/o assenso su/a decisioni…infami.
Ciò che è stata la Resistenza – la quale, va proclamato chiaro e forte, è la pagina più luminosa della storia italiana del Novecento – viene rimesso nel dimenticatoio (come l’apporto dato a essa da cinque migliaia di sovietici, fuoriusciti dai lager), insieme al carattere non solo di liberazione nazionale e dal regime dittatoriale interno, ma anche di lotta di classe, che ebbe (si pensi la sua ventina di repubbliche partigiane a democrazia diretta e i consigli di fabbrica come consigli di gestione che istituì), nonché – ed era inevitabile – con i suoi versanti di guerra civile (che si smussa, criticandone così, e colpevolmente, il carattere necessario, con i discorsi su “vendette” e “ragazzi di Salò”…).
Una Resistenza dei cui combattenti sono presenti figli e nipoti nel “giro” di amici e collaboratori di oggi; una Resistenza che mirava a ben “altro” e “oltre” a quanto si è poi attuato; una Resistenza bloccata, tagliata, anche tradita, sotto il gravame dall’occupazione angloamericana (nello scopo di attuare la subordinazione a sé del paese) e della realpolitik supina (in quanto accettata) delle forze politiche interne – ma da cui venne almeno la Costituzione (passibile di potenziali sviluppi socio-civili – via via, ahimè, negati), con quei resti di garanzie, possibilità, diritti, che si mira (e da tempo) da “mettere in soffitta” per consolidare un pieno regime neo-autoritario all’interno e soggetto all’esterno (Usa, Ue, oligarchie finanziarie globaliste) – ma che pur sempre resta di ostacolo: Resistenza…
No, il 25 aprile, frutto della Resistenza, non deve diventare un qualcosa di obsoleto, archiviato. Dal “geist” della Resistenza non va tratto certo il tragicomicomico fantasioso legame di continuità (privo di analisi e cervello) alla “lotta armata” di ieri, e microbicamente, di oggi – fuori situazione e contesto, fuori tempo e spazio, fuori luogo e senso. No, ne va tratto lo “spirito” di non accettazione, di volontà e capacità di lotta, di, appunto, Resistenza: contro la distruzione di questo nostro popolo, paese, nazione; contro l’ingabbiamento nella devastante Ue; contro l’ormai troppo lunga soggezione agli Usa; contro il disastro – su tutti i piani – in cui siamo sospinti: contro la cobelligeranza in cui l’Italia si trova con l’infame regime natonazisionista ucraino e con il genocida criminale regime israeliano; contro non solo la sottrazione di miliardi di risorse alla popolazione, ma il coinvolgimento in guerre guerreggiate; contro l’attuazione di tutte le devastati infamità volute da Ue e oligarchie, da parte di un regime – va ben detto – “destro-sinistro” (due facce della stessa medaglia). Per?
Resistenza per la Liberazione:
Italia autonoma e indipendente, Italia come paese di neutralità attiva, che si rapporta autonomamente ai paesi dell’Europa occidentale e del Mediterraneo, e alla Russia, e ai Brics; che si “ripulisce” dal gravame Usa, Ue, oligarchie e loro agenti, addetti, adepti interni.
Certo, prospettiva ardua e via difficile, ma ineludibile per avviare la Rinascenza dell’Italia. Ed è la via che indicano a tutt’oggi i nostri partigiani, la via di Liberazione della nostra Resistenza.
È questa la VERA CELEBRAZIONE del 25 aprile.
